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Jeremy Corbyn ha già vinto?

21 maggio 2017

Il pensare che Jeremy Corbyn abbia già vinto, come alla fine di aprile affermava la rivista della sinistra americana Jacobin, poteva sembrare un esercizio di cialtroneria politica, infatti, a quel tempo, i maggiori sondaggisti britannici gli davano sconsolatamente una “finestra” di circa venti  punti da recuperare rispetto alla sua rivale Theresa May. Oggi, a circa due settimane dal voto, la distanza si è accorciata, pur tuttavia il divario resta ancora ampio a tal punto che pochi scommettitore punterebbe un vecchio penny sulla sua prossima elezione a Prime Minister. Sennonché, se indaghiamo con maggior circospezione la forma e il tono dell’attuale campagna del leader labourista inglese possiamo immaginare quale siano state le ragioni di un tale eccesso di ottimismo, o se si preferisce di stima, da parte dell’organo di stampa americano.

La lunga “marcia”

Uno sforzo titanico sentenzia il Jacobin, ma necessario. Si direbbe che il vecchio Jeremy, leader intonso da ogni precedente spuria “contaminazione”, consapevole della sua abilità oratoria e comunicativa, stimato dalle nuove generazioni, presenti ai lettori del Jacobin tutte quelle qualità che favorirebbero il ribaltamento dell’attuale direzione del conflitto di classe. Secondo questa tesi, assai ardita ma non del tutto priva di fondamento – che  per altro comincia a serpeggiare nella pubblicistica britannica di sinistra – Corbyn “avrebbe già vinto” la sua scommessa nei confronti di tutti quegli esponenti socialdemocratici, i quali, a differenza di lui, assiepandosi ai dogmi dell’economia marginale, pensando di limitarne in questo modo gli effetti più aspri, hanno subito cocenti sconfitte (Germania, Spagna e Olanda), o peggio, hanno distrutto con loro anche il partito d’appartenenza (Francia). A rafforzare l’opinione di una già anticipata “vittoria” avanza nel sentimento popolare progressista britannico la comune impressione che Corbyn non sia personalmente interessato al suo prestigio personale o alla sua carriera politica, bensì si batta con passione nella esclusiva veste di “traghettatore” del Labour verso un nuovo corso d’orientamento ideale. La via tracciata, che egli stesso definisce “lunga”, è avvalorata dalla consistente maggioranza attraverso cui è stato eletto nei due contest, nonché dalla sua figura “incorrotta”, la quale lo rende credibile non solo a una gran parte dei votanti Labour, ma anche verso coloro che, disgustati dalla doppiezza dei politici, da tempo non si sono più registrati come elettori per compiere il loro dovere civile.

Nondimeno, a prescindere dal risultato finale, è altresì chiaro che il partito labourista inglese nel suo complesso ha dimostrato la sua totale impermeabilità e compattezza a fronte della velleitaria insorgenza verso l’establishment di tipo nazionalista (FN) o utopista (M5S, Podemos, ecc.) che è esplosa in tutta Europa. Lo ha fatto senza nessun cedimento al moderatismo, riutilizzando al meglio quegli strumenti d’analisi economica e prassi politica che appartengono alla sua prestigiosa eredità storica.

Keynes o Riccardo?  

Ferve il dibattito sulla stampa di sinistra inglese se Corbyn sia più keynesiano che marxista. In verità se noi scorriamo le tesi esposte nel Manifesto elettorale del Labour[1] notiamo lunghi tratti di penna che ci riportano al pensiero di Keynes: un aumento dal 2 al 3% (65 miliardi di sterline) della quota del PIL annuale in investimenti pubblici per infrastrutture civili e innovazione, finanziata dagli occasionali bassi interessi; un impegno economico che mira a riqualificare e rendere più fruibili alla popolazione inglese l’offerta di servizi sociali, in particolare l’NHS (il Servizio Sanitario Nazionale); un piano dettagliato per costruire nuove abitazioni per le giovani coppie; un aumento del “minimum wage” (salario minimo orario) a 10 £. Il tutto si realizzerebbe mediante un riequilibrio della estrazione fiscale – non così scandaloso, considerato l’ampio tasso di diseguaglianza che attualmente vige in Gran Bretagna – a svantaggio del ceto più affluente e della prorompente finanza. Ovviamente, nel programma elettorale c’è qualcosa in più che il solito richiamo al “maestro” di Cambridge, ossia c’è, con il beneplacito della maggioranza d’inglesi[2], la riappropriazione collettiva di alcuni beni e servizi (ferrovie, utilities distributrici di beni essenziali), che a partire dalla rivoluzione della “nasty” (odiosa) Maggie sono stati conferiti ai privati, la cui gestione nel corso degli anni si rivelata tanto costosa per gli utenti quanto altamente inefficiente. Sostanzialmente, nel presente Manifesto elettorale c’è la ferrea volontà di chiudere definitivamente la dolorosa pagina thatcheriana e parimenti saldare conti con la vacuità del blairismo.

Per chi da tempo conosce la storia e il percorso politico di Corbyn gli risulterebbe impensabile credere che lui si soffermi a considerare qualche “sventagliata” keynesiana come il compimento della sua opera. Egli, in passato, e tanto più nei suoi recenti discorsi, ha sempre ostinatamente rifiutato ogni tentativo di asservimento della sinistra verso la teoria economica dominante. Quando parla di sistema politico “broken” (guasto)  e di economia “rigged” (marcia) che avvantaggia i pochi a discapito dei molti, non si limita a perorare qualche  “aggiustamento” alla Schulz, bensì medita una rivoluzione copernicana che ridisegni nel contempo un nuovo percorso di lotta politica nel campo della sinistra.

In verità Corbyn, a differenza di molti esponenti europei a lui affini per colore politico, non ha mai messo in sordina la tesi del conflitto di classe. Anzi, egli nella sua ultra trentennale ininterrotta presenza nel gruppo del Labour a Westminster, eletto nella constituency (circoscrizione) di Islington (NW London), ha con continuità sostenuto che tale conflitto sia stato sempre operante. Se a partire dal dopoguerra, interpretando il suo pensiero, fino agli anni ottanta la parte più debole della popolazione sia riuscita, grazie all’apporto delle formazioni politiche di sinistra e la dura e organizzata lotta sindacale, a prendere il sopravvento sulla forza esercitata dal capitale, nel periodo susseguente fino ai giorni nostri è accaduto il contrario, ossia che il secondo termine della contrapposizione sbaragliasse il suo antagonista.

Per questa ragione il nerbo della campagna elettorale labourista, con il suo accattivante slogan “for the many not the few” (per i molti non per i pochi), è centrato sull’obiettivo di far risvegliare nella vasta area che perimetra i soccombenti, (i livelli più bassi del ceto medio, quello che resta della classe operaia) i delusi e gli emarginati, quella consapevolezza che lottando uniti per un ideale condiviso si può vincere contro l’attuale sproporzionata arroganza del capitale. Solo dal basso e con l’aiuto delle nuove generazioni, suggerisce Corbyn, si tolgono i ceppi a quelle forze che possono fare dell’attuale società inglese, ancora più ineguale di quanto fosse un secolo fa, una comunità più partecipativa, meno diseguale, maggiormente produttiva e quindi complessivamente più ricca.

Se come suppongono taluni, per Corbyn il confronto elettorale del 2017 rappresenta una prima tappa di un lungo percorso, al di là della terapia keynesiana per il “qui e ora”, sarebbe interessante immaginare cosa ci riserverebbe l’attuale leadership labourista per la fase successiva, sempre nel caso in cui il presente epilogo elettorale fosse considerato “accettabile” . Tutto ci porta a pensare che verrà riportata in auge la teoria del valore e della distribuzione dei classici; il sovrappiù di Marx, estorto e incamerato dalla finanza; l’eterno conflitto di classe avanzato da Riccardo; la soluzione riguardo alla determinazione dei prezzi nel ciclo economico suggerita da Sraffa, attraverso cui il saggio del salario non è altro che la diretta conseguenza dei rapporti di forza tra lavoratori e capitalisti.

Questo neoliberismo economico, afferma Corbyn nei suoi appassionati comizi,  oltre a relegare il singolo lavoratore isolato in una posizione di coatta subordinazione, è la fucina di bassi salari, di povertà diffusa, in un paese che benché sia considerato la quinta potenza economica del pianeta conta, secondo una ricerca condotta dalla Poverty and Social Exclusion, 30 milioni di persone che soffrono d’insicurezza finanziaria; 4 milioni che non sono adeguatamente nutrite; 2,3 milioni di famiglie che non possono permettersi di riscaldare gli spazi di vita quotidiana delle loro case. Per un altro verso, vivono più miliardari che in molti altri paesi, senza contare il fatto che l’economia è cresciuta nel corso degli ultimi sei anni[3]. Da cui si può immaginare che al leader labourista la determinazione del salario “naturale” – in base alla quale la tesi dell’economia marginale ne fa la mera risultante delle variabili di mercato (domanda di lavoro e offerta di lavoro) – non gli stia affatto bene.

Tanto è necessario creare i presupposti affinché s’investa per creare lavoro, quanto importante chiedere un’onesta paga affinché si elimini lo sfruttamento e lo si deve fare insieme, uniti, lottando, alimentando le nostre intelligenze e le nostre potenzialità. In sintesi, queste sono le conclusioni di Jeremy Corbyn in ogni suo intervento. Ovviamente, qui non c’è solo il Keynes “marginale” dell’inversione risparmio-investimenti, ma ben altro.

Un suicidio programmato?

Aspre sono le critiche nei confronti del suo operato e dell’attuale corso del Labour in generale. Analisi accurate che si snocciolano sostanzialmente in due direzioni: la prima da parte liberal (The Economist) di tipo politico-economico, verso cui non v’è motivo di soffermarsi più di tanto, tale è la distanza tra marginalisti e classici; la seconda, di tipo sociopolitico, risulta più pervasiva in quanto parte non solo da fondate ragioni ma anche da circoli e personaggi autorevoli all’interno del partito. In breve, essa afferma che non si possono far tornare indietro le lancette dell’orologio. Oggi la società è profondamente cambiata rispetto agli anni del dopoguerra, ove la coscienza di classe si formava nella fatica quotidiana di centinaia di migliaia di lavoratori operanti in grandi complessi industriali. Da tempo questo scenario è venuto sempre più a scemare, quindi suscitare la mobilitazione identitaria di classe in un mondo “automatizzato” e “atomizzato” è un errore di strategia politica.

La coscienza di classe “digitale”

Robert Reich, il noto politologo democrats americano, il giorno successivo alla vittoria di Trump si pose lo stesso problema. In più interviste rilasciate ai media nazionali affermò che: “se in questa era sta prevalendo il populismo conservatore di Trump, ebbene è venuto il tempo per fondare il nostro populismo progressista”. Alla sua dichiarazione fece seguito la creazione di alcune piattaforme web associate ai social più noti con il preciso intento di propagandare il pensiero democrats. L’obiettivo fu creare una comunità di potenziali affiliati, informarli regolarmente, motivarli all’impegno politico fino a istituire comitati locali con lo scopo far sentire la propria voce nei confronti di ogni membro Repubblicano del Congresso o del Senato eletto nel proprio collegio elettorale e nel contempo di contrastare ogni tentativo di normalizzazione conservatrice. L’uso sapiente del contatto diretto giornaliero mediante video o forum di discussione (tra i più moti “Resistance Report”, condotto dallo stesso Reich, ma anche piattaforme come Inequality Media) hanno concorso in modo pregnante, insieme ai grandi media tradizionali liberal, a creare quello stato di confusione che oggi regna all’interno della Casa Bianca e a Capitol Hill.

E’ vero i numeri di Reich sono impressionanti, in alcuni video egli ha superato le 200 mila visualizzazioni giornaliere con un target giovanile del 70%. E’ altresì scontato che per il Labour le cifre siano demograficamente più modeste, anche se il partito britannico si gratifica di aver un record importante rispetto a Robert Reich: quello d’aver iniziato prima di lui. Le “pills” pillole video del Labour raggiungono quasi giornalmente una comunità digitale che nel giro di un anno è cresciuta esponenzialmente. La tecnica messaggistica è ben studiata: non più di due minuti per video (ripartiti quasi sempre in tre fasi: critica, proposta e soluzione assicurante), l’uso draconiano del pronome personale soggetto plurale “we” (noi, il Labour – noi, tu e io, insieme); rappresentanti di categorie lavorative che spiegano il loro disagio e auspicano una speranza di cambiamento; membri dei consigli locali che illustrano l’impegno profuso nelle loro circoscrizioni. Nessun attore professionista e soprattutto nessun testimonial famoso. Gli interventi di Corbyn sono ben calibrati: succinti, diretti, critici ma non chiassosi, a cui segue una proposta alternativa articolata senza quell’enfasi miracolista che accompagna solitamente la verve dei demagoghi.  Basta un “like” e si entra a far parte della comunità digitale Labour. Non sarà la tipica classe degli anni 50, ma è pur tuttavia un aggregato sociale, che sebbene eterogeneo, multiforme, condivide un percorso politico comune cui spesse volte agisce in modo interattivo. L’antagonista principale, il “Conservative Party”, è per tradizione meno incline al dialogo diretto informale con il suo elettorato, infatti sta scontando un netto ritardo.

Jeremy Corbyn e il suo Labour, probabilmente non riusciranno a conquistare Downing Street l’8 di giugno, argomento sul quale John McDonnell, una delle figure chiave del nuovo corso, fa spallucce: la marcia è appena iniziata. Ciononostante, al leader labourista va riconosciuto un merito, ossia quello di non solcare con l’aratro nel campo ove gli altri partiti di sinistra europei lo hanno già fatto con esiti nefasti, lasciando spazio a insorgenze nazionaliste o utopiste. E’ per questa principale ragione che il Jacobin titola il suo reportage sulle 2017 UK General Election : “Jeremy Corbyn has already won”.

[1] http://www.labour.org.uk/index.php/home/splash

[2] https://yougov.co.uk/news/2015/08/06/support-radical-left-and-right/

[3] https://www.theguardian.com/uk-news/2016/dec/16/brexit-britain-has-the-deepest-faultlines-of-any-country-i-have-known

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