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Giorgio Abonante – Contro la destra del diritto naturale

18 novembre 2018

Che la 194 (interruzione volontaria della gravidanza) alla destra non piaccia non è una novità. Ma mi chiedo come mai, al di là dello scontro fra Partiti, crescano nella società movimenti che mettono in discussione la cornice e il quadro dei diritti acquisiti dal secondo dopoguerra in poi nel contesto della lotta di classe e nella volontà di emancipazione che gli individui esprimevano. Persone che partecipavano sempre come parte di una dimensione collettiva, sociale, da cui trassero benefici per tutti, indistintamente, a prescindere dal ceto o dal genere di appartenenza.

Un panorama di diritti – lo statuto dei lavoratori, il divorzio, la 194, il nuovo diritto di famiglia, le norme a tutela dell’ambiente – che tramutò le esigenze e i bisogni dei singoli in un nuovo contratto sociale.

Oggi, sembra tirare aria di regresso. E chi lo traina è proprio quella mai doma destra oscurantista, la quale, benché si sia spesa a parole contro le tendenze atomizzanti – cuore del dilagante neoliberismo senza frontiere – d’incanto sta facendo l’esatto contrario smontando il quadro di quei diritti collettivi che sono stati il prodotto storico di una comunità unita sotto la stessa bandiera. Insomma, per costoro che brandiscono il tricolore in ogni dove, il senso d’appartenenza nazionale non si realizza attraverso il progresso sociale, l’aiuto reciproco tra i suoi membri, la solidarietà nei confronti dei soggetti più fragili, l’inclusione e la protezione delle minoranze, bensì solo come nazionalismo d’opposizione,  a discapito di tutti coloro che sono “altro” da noi oltre il “sacro” confine. Poi, non ha importanza se quel “noi” viene sostituito al nostro interno con quell’ “io” individualista e con quel “fai da te” da romanzi d’appendice che garantisce solo l’autonomia dei privilegiati.

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La socialdemocrazia tedesca (SPD) in bilico sull’orlo dell’abisso? – Fabian Society (UK)

16 novembre 2018


Andrea Nahles

E’ vero, di fatto i partiti socialdemocratici europei a partire dalla grande trasformazione mondiale avvenuta in questi ultimi 40 anni non sono riusciti a costruire quei “ponti” di cui parla Jannike Wachowiak in merito alla crisi della SPD. Troppe recenti “certezze” sul magico potere distributivo del mercato ne hanno minato la loro immagine, compromesso la loro eredità storica, ed infine dissolto il consenso. Però, la socialdemocrazia tedesca accumula una maggiore responsabilità – cruciale per la sua importanza – verso il grande progetto di unificazione politica europea: il proprio imperdonabile  “germano-centrismo”.

Il 4 agosto del 1914, allorquando quasi tutti i partiti socialisti europei si batterono per scongiurare l’imminente terribile conflitto – in particolare il PSI – la SPD votò i crediti di guerra garantendo all’esercito gugliemino le risorse finanziarie necessarie per scatenare l’uragano; il 17 maggio del 1933, settanta deputati socialdemocratici eletti al Reichstag votarono a favore della linea politica estera esposta dal neo Cancelliere Adolf Hitler, gettando nello sconforto l’Internazionale Socialista. In entrambi i casi sappiamo quale furono gli esiti.

Di tutti questi “ponti” che cita la brillante analista ne omette uno, forse il più importante: Germania-Europa.  Anche in questo caso, tutti quanti, oggi ne paghiamo le conseguenze.

On the brink

German social democrats are reeling from poor election results. Where can they go from here, asks Jannike Wachowiak?

By Jannike Wachowiak

Date 14 November 2018

Il Partito socialdemocratico tedesco (SPD) è in bilico sull’orlo dell’abisso? Con il 19,8%, la SPD nelle elezioni regionali del mese scorso in Assia ha registrato la più bassa quota di consenso in quello stato. Eppure, questo risultato – che rappresenta un calo del 10,9% rispetto alle ultime elezioni in Assia – non è il peggior verdetto degli elettori per il partito negli ultimi tempi. Solo due settimane prima, la SPD aveva avuto il primo assaggio di cosa si prova a scendere sotto un risultato elettorale a due cifre. Solo il 9,7% degli elettori in Baviera ha votato per i socialdemocratici, portando il partito al peggior risultato in una elezione regionale. Ancora più preoccupante rimane il fatto che questa spirale discendente continua a livello federale. La SPD diventerà l’ultimo esempio di un partito socialdemocratico europeo che si avvia  lentamente verso l’irrilevanza politica?

Già alle ultime elezioni federali tedesche, nel settembre 2017, la SPD sembrava aver raggiunto il punto più basso, con appena il 20% dei voti. Ma invece di cogliere l’occasione per un disperato bisogno di una fondata ragione morale per collocarsi all’opposizione, la dirigenza del partito (in qualche modo involontariamente) decise per la terza volta di entrare in un’altra grande coalizione con la CDU di Angela Merkel. Da allora, i recenti scarsi risultati a livello regionale dimostrano il costante calo di fiducia elettorale accusato dal partito. Attualmente, gli ultimi sondaggi hanno posto la SPD tra il 13 e il 14% del sostegno popolare dove si sono svolte le elezioni politiche nazionali. Ciò significa che la popolarità dei socialdemocratici è diminuita di due terzi rispetto a 20 anni fa, quando nel 1998 il partito emerse come il più grande gruppo presente in parlamento con il 40,9% e guidò una coalizione SPD-Verde.

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Domenico Ravetti – Noi e Pillon

11 novembre 2018


Non basta dire NO per gli effetti del DL Pillon. Dobbiamo dire No per le ragioni che lo hanno generato.

Sabato 10 novembre ho partecipato al dibattito organizzato o promosso da diverse associazioni alessandrine sul Disegno di Legge 735 che, nel caso di separazioni, regola diversamente l’affido condiviso, il mantenimento diretto e la garanzia di bigenitorialità; il DL porta il nome del primo firmatario, il Senatore Pillon.

Il dibattito ha permesso di esaminare i possibili effetti della proposta grazie al contributo di alcune eccellenti professioniste che hanno maturato negli anni esperienze importanti. Dalle relazioni abbiamo potuto capire, per esempio sulla mediazione familiare, che si vuole modificare l’articolo 706 del codice di procedura civile. Nella sostanza con il DL 735 si prevede che una coppia con figli minorenni che voglia separarsi debba intraprendere obbligatoriamente un percorso di mediazione familiare, prima che il caso arrivi davanti a un giudice “a pena di improcedibilità”. Con la mediazione affidata a soggetti privati iscritti all’apposito albo si dovrà arrivare alla condivisione di un “piano genitoriale” per una gestione condivisa dei minori. Il piano dovrà definire i “luoghi abitualmente frequentati dai figli”, la “scuola e il percorso educativo del minore”, le “eventuali attività extrascolastiche, sportive, culturali e formative e le vacanze normalmente godute”.

La mediazione affidata a privati secondo molti esperti implicherà un aumento considerevole delle spese per chi vorrà divorziare o separarsi.

Infatti solo la prima seduta sarà gratuita, tutte le successive sono a pagamento. Parliamo di migliaia di euro. Inoltre anche le vittime di violenza domestica saranno obbligate a ricorrere alla mediazione con il coniuge violento.

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Colin Crouch – Ribaltare il contraccolpo della globalizzazione

10 novembre 2018

 

by Colin Crouch on 23/10/2018

Reversing the backlash against globalization requires active politics in two opposite directions: the strengthening of democracy beyond the level of the nation state; and strenuous efforts at local economic development.

Nel paradosso della globalizzazione Dani Rodrik ha sostenuto che siamo al cospetto di una scelta tra democrazia, sovranità nazionale e iper-globalizzazione, un trilemma, attraverso cui potremmo metter in campo due di questi opzioni ma non tutte e tre. L’iper-globalizzazione implica chiaramente l’ideale neoliberale di un’economia mondiale totalmente non regolamentata. La democrazia separata dallo stato nazione – l’unica forma di democrazia “capace” di trattare con l’economia globale – implica una democrazia globale, che è impossibile da raggiungere. Uno stato nazione non democratico è compatibile con l’iper-globalizzazione, perché contempla una “sovranità” nazionale disponibile ad accettare una governance dal  mercato e dal potere delle grandi aziende.

Ciò sembra portare alla conclusione che possiamo preservare la democrazia solo limitando le ambizioni politiche dello stato nazione e cercando di usarlo in qualche modo per sfuggire dalla globalizzazione.

Ma c’è un’alternativa. La globalizzazione non deve essere [per forza] “iper”. Può essere di tipo moderato attraverso la regolamentazione delle agenzie internazionali, che, sebbene non risultino essere pienamente democratiche, possono essere sottoposte a pressioni molto più democratiche di quanto esse oggi non siano. Non è possibile per organismi globali come il WTO (Organizzazione mondiale del commercio) o l’IMF (Fondo monetario internazionale) strutturarsi con parlamenti direttamente eletti, come accadde per l’Unione europea, ma può esserci un dibattito pubblico all’interno di esse sulle politiche che i governi nazionali intendono perseguire.

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Mid-term USA 18, Sen. Elizabeth Herring Warren, la democrat che fa impensierire Trump

3 novembre 2018


The rise of Elizabeth Warren, the dust bowl radical

As the Democrats move left in response to Trumpism, few doubt that the Massachusetts senator will run for president. But who is she and what does she want? 

Robert Kuttner

Gli scettici che pensano che Elizabeth Warren non possa essere nominata o eletta presidente degli Stati Uniti tendono a dimostrarlo attraverso tre argomenti. Primo, è troppo di sinistra. Secondo, è troppo incline a comportarsi da professore universitario, un atteggiamento da “maestrina” per essere ascoltata dai comuni americani. Infine, terzo, dopo il fiasco di Hillary Clinton nel 2016, è troppo presto per i democratici nominare un’altra donna, tanto meno una donna liberale del Massachusetts.

La migliore risposta a queste affermazioni è osservare la Warren in azione.

Ad agosto partecipò alla convention Netroots Nation a New Orleans, il più importante raduno annuale di giovani attivisti di base orientati a sinistra. La Warren parla con una leggera pronuncia nasale tipica dell’Oklahoma, l’antitesi del “Bramino” di Harvard. Il suo discorso fece accalorare i convenuti, interrotto ripetutamente con acclamazioni e urla. Ci furono anche momenti in cui il pubblico manifestò un caloroso entusiasmo, come quando la Warren raccontò quello che le successe dopo che suo padre perse il lavoro. Un evento che le diede l’opportunità di trarne delle connessioni politiche generali. Ella, spiegò, che prima dell’infarto di suo padre i suoi genitori erano riusciti a comprare una casa con tre camere da letto in un distretto scolastico decente. A partire da quel momento tutto ciò fu a rischio.

Rivolgendosi alla folla disse: “di notte, dopo che i miei genitori pensavano che fossi tranquilla nel mio letto, li sentivo parlare. Potevo sentire parole che sembravano portare con sé un enorme peso. Parole come “mutuo”, parole come “ipoteca”. Una mattina entrai nella camera dei miei genitori. Mia madre aveva preparato il suo miglior abito nero: voi sapete…quel vestito, quello per matrimoni, lauree e funerali. E lei era lì in piedi in sottoveste, stava piangendo, e stava dicendo, non perderemo questa casa, non perderemo questa casa.”

Sua madre all’epoca aveva 50 anni e non aveva mai avuto un lavoro retribuito. “Ma“, disse la Warren, “lottò con quel vestito, si lavò il viso, si soffiò il naso, si mise il rossetto, calzò i tacchi alti, si precipitò da Sears [Grandi Magazzini] e lei ottenne un lavoro al minimo salariale.

Ha salvato la loro casa e la loro famiglia.

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Mid-term USA 18, Robert Reich (Democrat), Come costruire un “Progressive Power”

31 ottobre 2018

How To Build Progressive Power

by Robert Reich on 25/09/2018 @RBReich

Anche in questi tempi bui, sono fiducioso di poter sconfiggere Donald Trump e tutto ciò che rappresenta. Ma richiederà la costruzione di una coalizione multirazziale, composta dalla classe media e dai lavoratori dedicata a rinnovare la nostra democrazia e creare un’economia che funzioni per tutti, non solo per i pochi privilegiati.

Queste sono le priorità:

Primo: al centro di questa coalizione deve esserci un impegno profondo e rispettoso dei principi democratici di uguaglianza politica, pari opportunità e giustizia per tutti. Questi stessi ideali che hanno animato molti di noi, sia americani bianchi che neri, a lottare per i diritti civili e i diritti di voto [conquistati] negli anni ’60.

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Torino, Frejus, Alessandria, sì al tunnel di base e no a una TAV che non serva allo shift modale da gomma a ferro

29 ottobre 2018

di Giorgio Abonante e Angelo Marinoni

Il tunnel di base del Frejus fa parte di un progetto europeo ed è in avanzato stato di realizzazione, per cui indiscutibilmente un suo arresto non avrebbe alcuna giustificazione industriale, economica e prima ancora ambientale essendo uno degli strumenti dello shift modale da gomma a ferro.
Non è altresì pensabile che questo venga inserito in un contesto dove la logistica su ferro è solo di lungo raggio, così come è emerso dal convegno del 28 settembre a Torino e dalla spinta del mondo della strada all’asse Torino-Novara come retroporto Savona-Genova.

Al di là delle questione geografiche  di banali applicazioni della ricerca operativa all’economia dei tragitti risulta evidente che il punto di concentramento e stoccaggio debba essere un luogo accessibile e baricentrico ai porti, quel punto è chiaramente Alessandria e non Torino, né Novara che possono trovare altre specializzazioni. Il sistema dei porti liguri trova l’alessandrino come naturale retroporto e Alessandria si colloca all’incrocio delle linee fondamentali Torino – Genova, Genova – Sempione, Torino- Bologna (quindi Verona-Brennero e valichi est e i porti adriatici).

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