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Mariana Mazzucato: l’insostituibile ruolo del “pubblico” nel processo innovativo tecnologico e la fallacia di alcune leggende. The World University Rankings (UK) interview by Hilary Lamb

19 agosto 2017

Riprendendo le analisi di Torstein Veblen e Joseph Schumpeter, l’economia evolutiva moderna, di cui Mariana Mazzucato è uno degli esponenti più autorevoli, ha contribuito in modo chiaro ed evidente a illustrare come le imprese agiscano con razionalità limitata in circostanze d’incertezza quando i mercati tendono allo squilibrio e il cambiamento è influenzato dalla storia pregressa (path-dependent). L’economista italo-americana propone una teoria eterodossa in merito al rapporto che sussiste tra “pubblico” e “privato” nell’ampio campo dell’innovazione tecnologica.

Mariana Mazzucato è un economista italo-americana. Attualmente è titolare della cattedra alla RM Phillips nell’economia dell’innovazione presso l’Università del Sussex, precedentemente ha lavorato presso l’Università di Denver, l’Università Bocconi e l’Open University. Il suo libro The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths . L’opera è stata inserita nell’elenco dei libri dell’anno 2013 dal Financial Times. Si è iscritta all’Università di Londra per istituire un nuovo istituto all’interno della facoltà Bartlett della Built Enviroment: l’Istituto per l’innovazione e la finalità Pubblica.

Dove e quando è nata?
Sono nata a Roma nel 1968, ma mi sono trasferita negli Stati Uniti con la mia famiglia quando avevo quattro anni.

Come tutto ciò ha inciso su di lei?
In Italia non mi sento italiana. Negli Stati Uniti non mi sento americana. In Inghilterra, non mi sento britannica. Mi sento molto internazionale, e a Londra mi sento molto a casa mia. Ma questo è anche il motivo per cui i dibattiti temibili sui “muri” negli Stati Uniti o nel Regno Unito mi deprimono particolarmente.

Cosa pensa di raggiungere con l’Istituto per l’innovazione e la finalità pubblica?
L’obiettivo del IIPP [Institute for Innovation and Public Purpose], di cui sono fondatrice e direttrice all’UCL [University College London], è quello di ripensare il ruolo del settore pubblico, e in particolare la nozione di valore pubblico, in un’era in cui il ruolo dello Stato è stato visto al meglio come un correttore di problemi, non come agente chiave per co-creare un nuovo tipo di economia. L’UCL è un luogo perfetto per questa impresa, con la sua storia veramente radicale e la sua attuale attenzione alle “grandi sfide” e a un deciso cambio di marcia.

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Joseph Stiglitz: “Perché il taglio delle tasse per i ricchi non risolve alcunché”

12 agosto 2017

Questo breve articolo, vergato dal laureato Nobel Joseph Stiglitz, sulla inconsistenza riguardo alla riduzione delle aliquote fiscali in funzione della crescita economica, dovrebbe essere letto da parte di coloro che da anni perorano la “flat tax” come la panacea di tutti i mali dell’economia nazionale. Così come sarebbe fruttuoso far proseguire a questa succinta spiegazione l’interessante saggio dell’economista francese Gabriel Zucman, “La ricchezza nascosta delle Nazioni[1], dal quale si evince il ruolo interpretato dalle Banche Svizzere nel dirottare presso i paradisi fiscali somme enormi di proprietà di cittadini non residenti nella Confederazione, pari a circa 2.100 miliardi di euro, quasi tutti sottratti al fisco dei paesi occidentali (Italia 150 miliardi).  Argomento artatamente celato dalla destra liberale, ma che per altro non trova grande spazio comunicativo anche a sinistra, men che meno come tesi di lotta politica: questa sempre più incardinata sui diritti civili o sulle questioni “umanitarie”. Salvo poi, piagnucolare sulle supposte sconfitte “immeritate”.

Why Tax Cuts for the Rich Solve Nothing

By Joseph Stiglitz

AUG 1, 2017 | INCOME & WEALTH | GOVERNMENT FINANCE |INSTITUTIONS, POLICY & POLITICS

Back-room deals on corporate tax reform won’t increase growth

NEW YORK (Project Syndicate) Sebbene i plutocrati di destra americani potrebbero non essere d’accordo su come classificare i principali problemi del paese – ad esempio, la diseguaglianza, la crescita lenta, la scarsa produttività, la dipendenza dagli oppiacei, le scuole degradate e le infrastrutture peggiorate – la soluzione è sempre la stessa: riduzione delle imposte e deregolamentazione, al fine di “incentivare” gli investitori e “liberare” l’economia.

Il presidente Donald Trump sta contando su questa politica per far sì che l’America diventi “great again”.

Non lo farà, perché tale scelta non produsse in passato alcun risultato. Quando il presidente Ronald Reagan la provò negli anni ’80, egli sostenne che i ricavi fiscali sarebbero aumentati. Invece, la crescita rallentò, le entrate fiscali diminuirono e i lavoratori pagarono un prezzo. I grandi vincitori in termini relativi furono le imprese e i ricchi che beneficiarono di drastiche riduzioni [fiscali].

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Giorgio Laguzzi: CETA, Oltre pensiero angelico e sospetti demoniaci (2° puntata)

8 agosto 2017

Investment Court System

Brevemente chiamato nel seguito ICS, l’Investment Court System è sostanzialmente il sistema previsto nel CETA per la risoluzione di contenziosi tra investitori e Stati sovrani.  Tale sistema previsto nell’accordo UE-Canada è nato per migliorare l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), ovvero il sistema di risoluzione dei contenziosi utilizzato nei precedenti trattati di libero scambio.

La ragione principale per cui vi è stata una certa pressione per cambiare l’ISDS all’interno dei nuovi trattati di libero scambio in fase di discussione (CETA, TTIP) è stata la necessità di trovare un sistema che impedisse alcune storture che erano state generate. In particolare, la nota più dolente era rappresentata dai molti contenziosi sollevati da compagnie multinazionali principalmente per ottenere cospicui risarcimenti economici derivanti da presunti “danni per perdita di profitto legittimamente atteso” per via di alcune misure approvate dai Governi e dai Parlamenti nazionali. A guisa di esempio, si ricordi il caso della Philipp Morris International, la quale aprì un contenzioso contro l’Uruguay per la misura presa di applicare sui pacchetti di sigarette le immagini e le scritte ben note per disincentivare il fumo e sottolineare i danni che esso causa; la richiesta di risarcimento ammontava a 25 milioni di dollari. Oppure, per citare un caso che coinvolse direttamente l’Unione Europea, il contenzioso tra Germania e Vattenfall, il colosso energetico svedese; la richiesta di risarcimento in questo caso ammontava a €1,4 miliardi, per via di alcune misure adottate dal ministro dello sviluppo e dell’ambiente della Città di Amburgo. Il caso si risolse nel 2011 e la Città di Amburgo fu costretta a rinunciare a parte delle misure di protezione ambientale che aveva precedentemente deliberato.

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Giubileo della cattedrale di Acqui Terme.

1 agosto 2017

 

Nell’ambito delle manifestazioni previste in occasione del Giubileo della cattedrale di Acqui Terme, a 950 anni dalla sua consacrazione, avvenuta l’11 novembre 1067, il Comune di Pareto il 29 luglio, ha organizzato una giornata di studi dedicata all’argomento. La giornata è stata aperta dal sindaco Walter Borreani, che ha mostrato le bellissime chiese di Pareto, oltre alla parrocchiale, anche le chiese delle frazioni e del paese. Molto interessanti le chiese campestri, ma anche Santa Rosalia, che si trova all’entrata del paese e sulla cui intitolazione alla santa siciliana che proteggeva dalla peste, sono tutt’ora aperte discussioni. La teoria più accreditata rimanda ai rapporti con Genova, che essendo città di mare, poteva essere aperta a contatti con la Sicilia.

Dopo i saluti della sottoscritta, in rappresentanza del Presidente della Provincia Rocchino Muliere e consigliere delegata alla cultura, il primo corposo intervento è stato di Don Aldo Maineri, storico di fama nazionale, che ci ha presentato, anche con slides e  fotografie, tutte le modifiche subite dalla Cattedrale dedicata alla SS Assunta di Acqui, chiesa del vescovado, nata con una struttura romanica molto semplice a cui sono stati aggiunti nel tempo vari elementi architettonici, seguenti diversi stili secondo le epoche di realizzazione, tanto da rendere quasi irriconoscibile il corpo iniziale.

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Giorgio Laguzzi: CETA Oltre pensiero angelico e sospetti demoniaci (1° puntata)

31 luglio 2017

 

A pochi giorni dall’inizio del dibattito sul Ceta nel Parlamento italiano, il Consiglio comunale di Alessandria si è espresso con un Ordine del Giorno voluto dalla Lega Nord su cui il Partito Democratico non ha partecipato al voto principalmente per ragioni di metodo. In pochi giorni la maggioranza ha imposto una discussione che, a livello locale, meritava un confronto preventivo con le associazioni di categoria alessandrine. Un tema così complesso meritava un approfondimento diverso, molto più orientato a comprendere le ragioni profonde di un tema che ha spaccato trasversalmente sia il centrodestra che il centrosinistra in tutta Europa. L’assemblea alessandrina ha così deliberato in modo frettoloso senza dibattere con i soggetti davvero interessati. Detto questo, sulle ragioni di merito proviamo a offrire un contributo critico, firmato da Giorgio Laguzzi riassunto in due puntate, per la complessità dell’argomento, in subitanea frequenza.

Giorgio Abonante

Introduzione: il CETA tra fautori e detrattori

“Comprehensive Trade and Economic Agreement, noto con l’acronimo CETA, consiste nell’accordo di libero scambio bilaterale tra Canada e UE. Il campo politico, come spesso accade, si è diviso tra favorevoli e contrari, tendenzialmente in base alla loro appartenenza partitica. Va registrato a riguardo che il partito che forse più ha subito una divisione è stato proprio il PD, nel quale diversi europarlamentari hanno votato contro tale accordo, non in conformità con la maggioranza del gruppo. Questo breve intervento parte dal presupposto di evitare le posizioni sia di chi da un lato saluti qualsiasi accordo di libero scambio e qualsiasi processo derivante dalla globalizzazione come qualcosa di positivo, e dall’altro chi invece tema che tali processi ed accordi siano frutto di una qualche setta oligarchica multi- e sovranazionale che ordisca progetti e trame ai danni della classi medie e popolari. Evitare dunque sia un superficiale pensiero angelico della globalizzazione, sia un opposto sospetto demoniaco e paranoico di cospirazioni plutogiudaiche globali. Per evitare però al contempo di cadere dell’altrettanto fastidioso limbo dell’imparzialità, affermo subito la mia posizione critica e scettica nei confronti di trattati commerciali come il CETA.

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Giorgio Abonante: l’indagine sui rifiuti

21 luglio 2017

 

Fa male (e bene) l’indagine della Procura di Brescia sulle irregolarità e sugli illeciti che secondo gli inquirenti sarebbero stati commessi in e attorno a Aral. A me fa male per due ragioni, la prima di carattere personale visto che è coinvolta la città di cui sono stato e sono amministratore e che sono indagate persone che conosco e che con me hanno sempre avuto un comportamento impeccabile. Da questo punto di vista spero che il tutto si chiuda intanto con la certezza che il territorio alessandrino e la nostra comunità non abbiano subito danni e, di conseguenza, che le vicende personali si risolvano nel miglior modo possibile, se questo fosse il giusto e naturale epilogo. La seconda è più politica e attiene al lavoro che è stato fatto per riportare in attivo Aral con l’obiettivo, attraverso il nuovo piano industriale votato anche in Consiglio comunale, di ridurre gradualmente il conferimento di rifiuti da terzi. Questo era il progetto. che non si basava assolutamente sull’aumento delle entrate frutto della crescita dei rifiuti conferiti fuori Alessandria.

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The New Yorker USA: Amazon sta cercando di controllare la sottostante infrastruttura della nostra economia

18 luglio 2017

 

Pare che da qualche tempo negli USA il vento di colpevole tolleranza nei confronti dei giganti tecnologici stia mutando direzione. Lo si può desumere non solo dai continui avvertimenti, per altro rimasti inascoltati dalla stampa liberal, bensì anche da fonti assai contigue alla “grande finanza” come il Wall Street Journal[1]. La preoccupazione d’ingabbiare l’economia di mercato in una sterile concorrenza tra monopoli di giorno in giorno si è fatta sempre più palpabile e conseguentemente più preoccupante. L’intensità del dibattito ha raggiunto le prime pagine dei quotidiani dopo l’acquisizione da parte di Amazon del colosso distributivo alimentare Whole Foods. La questione induce gli osservatori economici americani  a mettere in discussione alcuni capisaldi dell’attuale capitalismo che si fonda sulla miracolistica “rivoluzione digitale”. Se le condizioni della tecnologia e del mercato rendono possibile la concorrenza perfetta, com’è possibile che un’azienda arrivi a dominare il settore? E allora in condizioni simili, com’è possibile che emerga un monopolio?

Dal The New Yorker qualche considerazione:

Amazon Is Trying to Control the Underlying Infrastructure of Our Economy

STACY MITCHELL

Jun 25 2017, 4:15pm

Companies that want to reach the market increasingly have no choice but to ride Amazon’s rails.

Stacy Mitchell is co-director of the Institute for Local Self-Reliance and co-author of its recent report, Amazon’s Stranglehold.

Spesso parliamo di Amazon come se fosse un rivenditore. È un comprensibile errore. Dopo tutto, Amazon vende abbigliamento, elettronica, giocattoli e libri più di qualsiasi altra azienda. L’anno scorso, Amazon incassò quasi $ 1 su ogni $ 2 che il [consumatore] americano spese online. Fin dal 2015, la maggior parte delle persone che desiderasse acquistare qualcosa online consultava un motore di ricerca. Oggi, la maggioranza va direttamente su Amazon.

Ma descrivendo Amazon come un rivenditore significa non comprendere ciò che la società è effettivamente in realtà e sottovalutare in modo consistente la minaccia che essa pone alla nostra libertà, nonché l’idea stessa di mercato aperto e competitivo.

Non è solo che Amazon fa molte cose al di là di vendere roba: realizza in proprio migliaia di prodotti, da camicie a spugne per bambini, produce filmati e spettacoli televisivi, commercializza ordini del ristorante, offre prestiti e può presto distribuire farmaci da prescrizione. Jeff Bezos, alle spalle di queste attività, è qualcosa di molto più grande. La sua visione di Amazon è quella di controllare l’infrastruttura sottostante dell’economia. Il sito web di Amazon è già la piattaforma dominante per il commercio digitale. La sua divisione Web Services controlla il 44 % della cloud computing capacity mondiale e tutti, da Netflix alla Central Intelligence Agency, ne sono dipendenti. La società ha recentemente ha costruito una vasta rete d’infrastrutture di distribuzione per gestire la consegna degli ordini per se stessa e per gli altri.

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