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Mariana Mazzucato: chi realmente crea valore in un’economia?

24 settembre 2018


Cresce da parte nostra una certa curiosità nell’attesa di poter leggere il nuovo saggio di Mariana Mazzucato, appena distribuito in UK, sulla teorica del valore. Ciò che ci appassiona sta nel verificare se la nota economista italo-americana sia riuscita a dimostrare, al di là della narrativa presente nella sinistra economica, che l’attuale valore di certi beni – in particolari quelli rientranti nei lucrativi settori tecnologici e farmaceutici – includa anche una partecipazione di azioni collettive entro cui tra i protagonisti vi sia lo Stato (ricerca di base, defiscalizzazioni, sussidi, varie agevolazioni non contabilizzate) e altri attori sociali, in aggiunta alla singola azienda produttrice del bene stesso.

A parere della Mazzucato, i privati, seppur legittimamente, nel fissare un prezzo basato sul valore del mercato, incassano nel caso specifico, oltre al profitto industriale anche una consistente quota non dovuta (rendita), ascrivibile all’investimento pubblico, considerata dall’autrice un’appropriazione indebita sottratta in termini di valore all’intera collettività.

Non crediamo che ciò possa rappresentare la palingenesi del pensiero economico d’orientamento socialdemocratico, pur tuttavia – se questa ipotesi venisse adeguatamente dimostrata – sarebbe una svolta teorica che può sostanziare l’azione politica anti neo-liberista al di là della semplice ricorrente schermaglia dialettica.

Who Really Creates Value in an Economy?

Sep 11, 2018 Mariana Mazzucato

Ten years after the global economic crisis, profits have recovered, but investment remains weak. Ultimately, the reason is that economic policy continues to be informed by neoliberal ideology and its academic cousin, “public choice” theory, rather than by historical experience.

LONDRA – Dopo la crisi finanziaria globale del 2008, emerse un consenso sul fatto che il settore pubblico dovesse assumersi la responsabilità d’intervenire per salvare banche di rilevanza sistemica e stimolare la crescita economica. Ma quel consenso si rivelò di breve durata, e ben presto gli interventi economici del settore pubblico vennero considerati la causa principale della crisi, e quindi si procedette in modo opposto. Questo si rivelò un grave errore.

In Europa, in particolare, i governi furono strigliati per i loro alti debiti, anche se il debito privato non quello pubblico causò il collasso. A molti governi si ordinò d’introdurre l’austerità, piuttosto che stimolare la crescita con politiche anticicliche. Nel frattempo, ci si aspettava che lo Stato perseguisse le riforme del settore finanziario che, insieme a una ripresa degli investimenti per conto dell’industria, avrebbero dovuto ripristinare la competitività.

Ma in realtà le riforme finanziarie furono poco significative e in molti paesi l’industria non si è ancora ripresa. Mentre i profitti sono tornati in più settori, gli investimenti restano deboli, grazie alla combinazione dovuta all’accumulo di liquidità e all’aumento della finanziarizzazione, con riacquisti di azioni – per aumentare i prezzi delle stesse e quindi le stock option[1] – anche a livelli record.

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Jeremy Bernard Corbyn, il “terrorista” che non t’aspetti

17 settembre 2018


Jeremy Bernard Corbyn (Jez), Labour Party, Constituency Islington North[1] (London) 1983, elected.

Ci sono 14 milioni di cittadini in UK che vivono al di sotto della “breadline” (povertà) secondo lo studio della Social Metric Commission (SMC) (si veda nota a p.p.) [a], ma il liberal francese Bernard-Henri Lévy mostra turbamento per gli “inquietanti” incontri che ebbe in passato l’attuale capo dell’opposizione parlamentare della Corona britannica.

Circa due settimane or sono il quotidiano La Stampa, mediante la penna del filosofo d’ispirazione liberale francese Bernard-Henri Lévy, pubblicò un articolo al vetriolo nei confronti dell’attuale leader del partito Labourista britannico Jeremy Corbyn. L’intellettuale transalpino lo dipinse come un irredente amico dei terroristi avendo egli appoggiato, e in alcuni frangenti anche propagandato, nel corso della sua carriera politica la lotta ingaggiata dall’OLP di Yasser Arafat per la liberazione della Palestina.

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Gli insorgenti e la Teoria dei Giochi

13 settembre 2018


La condotta di governo dell’attuale esecutivo – definito spregiativamente come populista – è continuamente sottoposta a una ferocissima critica da parte di tutte le forze dell’opposizione parlamentare. La si accusa di perseguire una deriva esclusivamente demagogica atta solo a mietere il consenso elettorale, anziché condurre un doveroso e responsabile percorso di governo a tutela della collettività. Analisi, che seppur di primo acchito non faccia una grinza, a una più attenta valutazione, come vedremo in seguito, potrebbe essere contraddetta.

Una parte politica intende il concetto di “responsabilità” come una doverosa pratica di gestione degli affari pubblici, in termini molto ampi, da cui non ci si può sottrarre. Nello specifico tale condotta, la cui applicazione pratica  consiste “nell’essere responsabile” verso i mercati o nei confronti degli attuali  meccanismi che regolano la UE si colloca però all’interno di un determinato orientamento del pensiero economico (liberal), e a discendere, della sua prassi politica, in modo imprescindibile. Di contro, i cosiddetti “insorgenti”, appunto perché tali –  al presente legittimamente sostenuti da un congruo successo elettorale – contestano il merito dei precedenti assiomi valoriali, proponendo in alternativa un’agenda di governo, la cui teorica contiene rilievi diametralmente opposti.

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Giorgio Abonante: perché non convince la manifestazione del 30 settembre

10 settembre 2018

Nei giorni in cui in Italia giustamente cresceva l’allerta per il rischio spread e si leggevano gli ennesimi preoccupanti dati sui tassi di povertà, in Germania continuava la pratica di aggirare i Trattati europei congelando la collocazione sul mercato dei Bund invenduti[1], raffreddando quindi la crescita degli interessi pagati agli acquirenti dei titoli tedeschi e quindi degli impegni per lo Stato tedesco.

Quando l’invadenza dello spread si manifesta i toni preoccupati assumono le sfumature di chi minimizza e di chi strumentalizza, mentre non sembra decollare un dibattito solido su come riformare l’Europa e la BCE. Dovrebbero farlo le sinistre europee guidate dal PSE e dai partiti socialisti/democratici dei Paesi membri ma non lo fanno perdendo l’occasione per lanciare una battaglia politica in grado di parlare ai più poveri, al ceto medio, alla piccola e media imprenditoria. Categorie che di finanziarizzazione dell’economia non vogliono più sentire parlare.

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La fortuna di Jeff Bezos (Amazon) l’ha acquisita a danno dei lavoratori e la società non ha ricevuto la sua giusta parte

27 agosto 2018


Carys Roberts

In economia non c’è nessun pasto gratis”, così sentenziava il premio Nobel, monetarista, Milton Friedman nelle aule della University of Chicago. Ovvero: non si pensi che ciò che viene offerto liberamente senza pretendere un correspettivo in danaro non lo si paghi in altro modo. Ma, allora WhatsApp, Facebook? Carys Roberts, emergente economista britannica, Senior Economist del The Progressive Policy Think Tank (IPPR), centro studio per le politiche economiche, indipendente ma assai vicino al Labour Party, lo spiega in questo interessante articolo.

Jeff Bezos’s fortune has come at the expense of workers and society not receiving their fair share

20th July 2018, Carys Roberts[1]

Questa settimana Jeff Bezos ha conseguito il titolo di uomo più ricco del mondo dal Bloomberg’s Billionaire’s Index, in ragione di uno sbalorditivo $ 152bn (£ 117bn) [152 miliardi di $] in valore netto dopo un incremento del prezzo delle azioni Amazon avvenuto nel giorno di Amazon Prime. Una riflessione più approfondita sul modo attraverso cui è arrivata questa nomina, ci rivela la storia dell’economia globale nel 2018. Mentre una classe dorata constata il flusso di enormi rendimenti, questo avviene a spese dei lavoratori e della società, le quali non ricevono la loro giusta quota.

Bezos non ha fatto la sua fortuna da solo, tutti hanno contribuito: i clienti, i fornitori, la forza lavoro e il settore pubblico, grazie all’investimento in infrastrutture strade e servizi. In particolare, i dipendenti di Amazon, di cui oltre il mezzo milione, sono essenziali per il suo modello di business reputato affidabile, rapido e conveniente. Tuttavia Bezos guadagna più denaro ogni 9 secondi rispetto a quanto ne guadagna negli Stati Uniti in un anno l’impiegato medio di Amazon. Nel Regno Unito, le indagini sotto copertura hanno dimostrato che i lavori nei centri operativi Amazon sono insicuri, umilianti, eccessivamente controllati e infine a basso reddito. Le pause per l’accesso ai servizi igienici possono costare il licenziamento e i movimenti dei lavoratori vengono monitorati per verificare che siano ottimali con lo scopo di massimizzare il profitto dell’azienda.

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Giorgio Abonante: Indipendenza della politica, credibilità del sistema pubblico.

21 agosto 2018


Il crollo del Ponte Morandi a Genova dovrebbe segnare un punto di non ritorno per tutti nell’ambito dei rapporti pubblico/privato. L’amarezza di queste ore deriva dall’assenza di un confronto rigoroso sulla sostenibilità e sull’efficienza reale della gestione privata in concessione, laddove non esiste la possibilità di liberare meccanismi virtuosi di incrocio domanda offerta tipici delle economie di mercato.

Sulle direttrici autostradali non esiste e non può esistere concorrenza per ovvie ragioni e se non prevale la logica di investimento per garantire la sicurezza delle persone vince inevitabilmente la redditività del capitale privato investito, logica alla quale tutti si sono piegati, nessuno escluso negli ultimi trent’anni in cui noi del centrosinistra ci siamo avvicendati al Governo con il centrodestra Lega/Forza Italia, con l’aggravante del salva Benetton nel 2008 per Salvini e compagnia bella.

Solo il Mov5stelle può vantare un minimo di verginità su questo argomento e non credo che Di Maio sarà così stupido da non cogliere l’occasione per provare a cambiare rotta sugli scandalosi profitti fatti da privati a svantaggio di chi è obbligato a passare sulle direttrici autostradali. I monopoli naturali sono tali perché reggono un solo operatore ma se saltano i controlli e l’equilibrio fra ricavi, investimenti e costi sociali diventano pericolosamente inefficaci.

Ma c’è un principio che fa da premessa fondamentale e che va sottolineato se non si vuole ancora una volta essere vittime dello schizofrenico confronto politico e mediatico. La questione, più generale, attiene alla volontà della politica di identificare e difendere la cura dei beni e dei servizi pubblici; questi non necessariamente devono essere gestiti solo dal pubblico, dove però le condizioni  di concorrenza possono determinare interessi e vantaggi pubblici.

La domanda non è se abbia senso o non abbia senso che il privato possa contribuire all’offerta di servizi pubblici. La vera domanda, a mio avviso, è se si ragiona su questa tragedia per determinare una separazione netta nei rapporti, nelle relazioni e nelle decisioni fra dimensione pubblica e interessi privati. Non so se nel PD stia maturando un dibattito su questo tema, lo vedremo al congresso.

Certamente, non può alzare la cresta Salvini che questo sistema lo ha blandito e in questo sistema è cresciuto. Come peraltro dimostrano le vicende alessandrine di questi mesi in cui le nomine, tutte volute o accettate dalla Lega Nord, nascono o passano da ambienti bancari in cui è la forza del capitale privato a fare la differenza e a determinare le scelte.

Non voglio mischiare vicende distanti fra loro, penso che si debba ripartire anche dal basso per ricostruire un sistema credibile. Non facciamoci fregare dalla vecchia solita dicotomia pubblico privato nei servizi pubblici, pur tirando in qualche modo una riga sui monopoli naturali generosamente prestati ai privati.

La questione vera secondo me è ricostruire un ambiente politico che non sia schiavo degli interessi privati. Su questo punto sarebbe meglio per tutti cambiare registro. E pure il Mov5stelle dovrebbe affrancarsi dagli interessi del gruppo Casaleggio se no la deriva è dietro l’angolo anche per loro.

Fischi e fiaschi

19 agosto 2018


Franco Gavio, Giorgio Laguzzi

A partire dagli anni ottanta del secolo scorso e per tutti gli ultimi quaranta a seguire ha sempre preso più consistenza nella nostra sfera occidentale una radicale corrente derivata dal liberalismo politico ed economico, secondo la quale “l’assolutezza” inerente le scelte individuali è da considerarsi del tutto indipendente rispetto a qualsiasi contesto che richiami un obbligo sociale.

L’estremizzazione di certi supposti valori come la “competizione”, il “merito” con l’andar del tempo si piegarono esclusivamente in funzione del “legittimo” successo personale, dando luogo nel campo delle opzioni politiche (policies) alla costruzione di archetipi orientati a ritenere la soluzione privatistica come il toccasana rimedio, anche per quelle funzioni o forme di mercato – l’esempio dei monopoli naturali – che secondo la logica, non solo economica, dovrebbero essere affidati al controllo pubblico.

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