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La lunga camminata nel deserto del risentimento

16 gennaio 2019

Qualche spicciolo di verità comincia a trapelare anche su quella stampa conformista che da tempo ha sempre difeso la salubrità delle politiche economiche orientate a privilegiare il lato dell’ “offerta”. Del resto, non ci si può scansare dalle valutazioni di una pregiata istituzione come il FMI, così riportate da Maurizio Ricci, un onesto columnist economico sul quotidiano “La Repubblica” http://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2019/01/12/news/studio_fmi_corporation-216381910/

Già nel 2016, si tentò di far passare inosservata la “resa” di Olivier Blanchard – al tempo Capo economista del FMI – quando, successivamente alla crisi greca, stimò di lieve entità il moltiplicatore fiscale attraverso cui una riduzione del PIL avrebbe inciso sullo stesso PIL Ci trovammo così impantanati in una recessione ben più pesante di quanto prevista per colpa dell’austerity, poiché essa agì riducendo il denominatore (PIL) in misura maggiore rispetto al calo del numeratore (debito). Cosicché, alla fine del processo navigammo tra finanze pubbliche meno sostenibili a causa di un debito pubblico più elevato di quanto fosse stato in precedenza. Ma ciò non bastò a mettere in sordina i principi del cosiddetto “Consenso neoclassico”, da molto tempo imperanti nella Commissione Europea, secondo i quali l’equilibrio tra domanda e offerta nel lungo periodo è destinato magicamente a perfezionarsi. Le eventuali variazioni nel breve (shock di domanda interni o esogeni), secondo questo lessico economico, devono essere risolte esclusivamente con politiche di riforme strutturali che compendiano il solo lato dell’offerta (flessibilità del mercato del lavoro, riduzioni di frizioni che impediscono la libera concorrenza, favorire la libera circolazione dei capitali e delle persone), queste da accompagnate politiche di supplenza o di “conforto” monetario anziché fiscali, senza ovviamente intervenire sul lato della domanda. Più prosaicamente: pagare un prezzo oggi per avere un vantaggio domani in termini di efficienza delle transazioni di mercato.

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NYTimes (USA) Angus Deaton – Non è solo ingiusta: la disuguaglianza è una minaccia al nostro sistema di governo

11 gennaio 2019


Angus Deaton

Circola in questi primi giorni dell’anno nel Regno Unito mediante i blog giovanili labouristi un curioso slogan “augurale”: Let’s make 2019 the year social justice fought back (Facciamo in modo che il 2019 sia l’anno in cui la giustizia sociale contrattacchi). C’è la percezione che da quando – esattamente 4 decenni or sono – la svolta monetarista e neoliberista di Friedman e Jensen prese il sopravvento, seguita dalle policies di Reagan e della Thatcher – di poco “alleggerita” e fortemente “zuccherata” nel corso del primi anni 2000 dalla melassa “neo-socialdemocratica” – qualcosa stia realmente cambiando.

Parafrasando Pietro Nenni con il suo “Vento del Nord”, si potrebbe affermare che oggi la direzione del vento spiri con una inclinazione lievemente diversa: da “Nord-Ovest”. E’ probabile che nel corso del 19 si svolga in UK la General Election, dopo il fallimento dei due successivi governi Tory e che essa riporti al 10 di Downing Street un PM Labourista. Le primarie americane in campo Democrat vedono la partecipazione di due pesi massimi dello schieramento Liberal decisamente impegnati per una radicale riforma del sistema: Elizabeth Warren [1] e sicuramente Bernie Sanders. Comunque, è assodato  che Trump se la dovrà vedere con un Congresso a lui avverso e forse in competizione per la sua rielezione contro un candidato non più dipendente esclusivamente dagli interessi di Wall Street, come lo fu la Clinton nel 2016.

Evidenti dati empirici come la profonda divaricazione tra la crescita della produttività e la stagnazione dei salari reali [Stiglitz][2]; l’esorbitante peso improduttivo della finanza con i suoi legali trucchi e manipolazioni (il buy back[3][Warren/Baldwin], le azzardate scommesse da biscazziere [Greenberger][4]); le regole che premiano inopportune defiscalizzazione nei bilanci societari [Mazzucato]; la riduzione delle imposte per i ricchi; la ricomparsa, dopo la catastrofe del 2008, del circuito pernicioso tra consumo-debito-cartolarizzazioni collaterali, alimentato dai bassi tassi d’interesse (circa 4 trilioni di $ solo in USA di debito privato per sostenere il consumo [FED])[5]; la preferenza verso teorie come quella che porta il nome di “Public Choice” orientata ridurre il peso del settore pubblico nella distribuzione di beni e servizi essenziali[6] [Reich]; hanno complessivamente creato una tale disuguaglianza cetuale non dissimile da quella registrata nel primo decennio del XX° secolo. Sennonché, oltre a ciò, come afferma nel successivo articolo il premio Nobel dell’economia (2015), lo scozzese Angus Deaton, recensendo un saggio di Ganesh Sitaraman, questo paradigma che comprende un “turbo-capitalismo” d’ispirazione neoclassico si sta rivelando tossico anche per la tenuta stessa del quadro politico democratico costituzionale americano.

Ci accarezza l’anima pensare che il biennio 19/20 nei paesi anglosassoni – particolarmente negli USA – possa in futuro essere ricordato come un punto di svolta, una cesura rispetto ai precedenti decenni caratterizzati dalla temperie del Washington Consensus o della Agency Theory. Se ciò accadrà anche la rimanente parte della sfera economica occidentale si dovrà forzatamente adeguare a un più salutare equilibrio tra finanza ed economia reale.

It’s Not Just Unfair: Inequality Is a Threat to Our Governance

By Angus Deaton

THE CRISIS OF THE MIDDLE-CLASS CONSTITUTION, Why Economic Inequality Threatens Our Republic, By Ganesh Sitaraman

Il presidente Obama ha etichettato la disparità di reddito “la sfida decisiva del nostro tempo“. Ma perché con queste parole? E perché “il nostro tempo” in particolare? In parte perché ora sappiamo quanta [ricchezza] corre verso la cima della distribuzione del reddito, e al di là di questo, sappiamo che la recente crescita economica, che in ogni caso è stata anemica, si è accumulata soprattutto sulle spalle di chi era già benestante, lasciando la stagnazione, se non peggio, per molti americani. Ma perché questo è un problema?

Perché mi provoca un danno se Mark Zuckerberg sviluppa Facebook e si arricchisce con il ricavato? Alcuni si preoccupano in merito all’iniquità della disuguaglianza dei redditi; altri si allarmano per la perdita di mobilità verso l’alto [nella scala sociale]; del declino delle opportunità per i nostri figli; di come le persone si arricchiscono. Il duro lavoro e l’innovazione sono O.K., ma il furto, legale o meno, non lo è affatto. Tuttavia, c’è una minaccia di disuguaglianza che è ampiamente temuta e che è stata dibattuta per migliaia d’anni, e cioè che la disuguaglianza può minare il nostro sistema di governo.

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Robert Skidelsky – La continua agonia della Brexit

4 gennaio 2019

Cartoon stick drawing conceptual illustration of brexit, Britain or United Kingdom or UK is leaving European Union. EU leaders are sad, Britain is leaving happy.

E’ ormai assodato che il disastro della Brexit debba essere imputato principalmente ai due ultimi Primi Ministri Conservatori; David Cameron per aver “scommesso” sciaguratamente proponendo il referendum; Theresa May per aver sfidato anzitempo il responso popolare, perdendo così la maggioranza parlamentare. Ciò conferma quanto le élite conservatrici, imbevute di teoria neoclassica, fossero – e siano ancora – così distanti dal reale sentimento popolare. L’economista keynesiano Robert Skidelsky spiega in questo breve post, con la sua usuale concisa chiarezza, la confusa e indistricabile situazione che si è venuta a creare in UK e le drammatiche conseguenze che un eventuale “no deal” potrebbe generare. Sennonché, c’è qualcosa in più – oltre a quelle descritte da Skidelsky – in questa tormentata vicenda, incastonata con abilità e cura nelle oltre 550 pagine del trattato, che la May non può affermare esplicitamente, ma che però il Labour ha vagliato attentamente: la questione del passporting.

Ossia, la garanzia che le società finanziarie britanniche, registrate alla City di Londra, possano condurre liberamente attività finanziarie transfrontaliere senza alcun impedimento da parte degli stati UE.

Con circa 14 milioni di cittadini britannici che vivono al di sotto della linea di povertà (Bread line)[1], Jeremy Corbyn pare che non sia disposto ad accettare che una tale benevola “concessione” – ottenuta così facilmente dalla May grazie alla “tenera” e forse “interessata” Commissione EU – tuteli i finanzieri della City a discapito del resto della popolazione inglese, in particolare la middle-class, sottoposta da anni alla vessazione per conto della cosiddetta “austerity espansiva” dei Tory.

Quello che non sappiamo  – e nessuno ne fa menzione – riguarda  che cosa ci sia nello “scatolone” della City. Qualora le affermazioni di Michael Greenberger[2], (accademico americano, uno dei maggiori esperti di derivati al mondo) corrispondessero a verità, la questione si farebbe molto seria. Si, perché, come afferma senza reticenze Greenberger, il “pacco” potrebbe contenere qualche trilione in $ di “Naked CDS” (Credit Default Swap, strumenti derivati di tutela assicurativa su debiti contratti da portatori di rischio differenti dal possessore del titolo). Una mostruosità da bisca clandestina, la quale, benché censurata dall’organo di vigilanza americano (CFTC), secondo le disposizioni della Dodd-Frank di Obama, le grandi banche USA ne avrebbero goduto i proventi, come avidi “scommettitori”, aggirando impunemente l’ostacolo della territorialità mediante le loro sussidiarie londinesi[3]. In un sistema finanziario globalizzato, interdipendente, qualsiasi cesura o “stupido intralcio”, come il “no deal“, potrebbe rivelarsi fatale in questo corrente casinò virtuale, esclusivamente studiato per generare denaro da denaro.

The Continuing Agony of Brexit

Dec 17, 2018 Robert Skidelsky

Those who are calling for a second referendum on the United Kingdom’s withdrawal from the European Union overlook an inconvenient truth: Leavers detest the EU more intensely than Remainers love it. So we must hope that Prime Minister Theresa May gets her amicable divorce when Parliament finally votes on it in January.

LONDRA – Il primo ministro britannico Theresa May sopravvive per combattere un altro giorno. Il partito conservatore alla Camera dei Comuni ha riaffermato la sua fiducia nella sua leadership ben lontana dalla considerazione verso di lei con un voto di 200-117. È difficile pensare a un altro primo ministro britannico, la cui leadership sia stata in tale continua crisi. Non tanto una Lady di ferro [Margaret Thatcher] quanto testarda e ostinata, la May ha iniziato un altro giro di sforzi per estendere alcune ulteriori concessioni dai leader europei per rendere il suo accordo sul divorzio più gradito al suo partito, se non altro alla maggioranza del pubblico.

Il popolo britannico decise, nel giugno 2016, di lasciare l’Unione Europea, con un sottile margine del 51,9%-48,1% in un referendum nazionale. Dopo aver invocato l’articolo 50 del trattato di Lisbona, il Regno Unito dovrebbe andarsene il 29 marzo 2019. Ma la questione irlandese, la politica interna del partito conservatore e l’aritmetica parlamentare stanno rendendo il processo della Brexit tutt’altro che lineare.

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Riccardo Campion – La mano che nasconde, Albert O. Hirschman

2 gennaio 2019

Lo scritto qui presentato è stato redatto ad agosto 2018 nell’ambito di un Master in Sviluppo Locale tenuto dal DIGSPES – Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze Politiche Economiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale. Si tratta di una concisa esposizione della visione teorica e dei presupposti metodologici elaborati nell’approccio ai progetti di sviluppo da Albert Otto Hirschman, eminente figura di economista, politologo ed esperto di sviluppo economico. In particolare viene preso in esame il suo libro Development Projects Observed del 1967 (tradotto in italiano nel 1975 col titolo I progetti di sviluppo), divenuto per gli addetti ai lavori testo cardine e pietra angolare della cooperazione e dello sviluppo economico internazionale, nonché punto di partenza di una concezione antidogmatica e interdisciplinare del vasto universo dei progetti di sviluppo economico.

Il libro passa in rassegna una serie di progetti esaminati da Hirschman su incarico della Banca Mondiale nel corso degli anni 1950-60 in Pakistan, Uganda, India, Perù, Uruguay e vari altri paesi in via di sviluppo. Ancor più in dettaglio, si presenta un episodio divenuto emblematico nella storia dei progetti di sviluppo – consistente in un inaspettato problema superato da un altrettanto inaspettata soluzione – la cui analisi ha portato alla formulazione di un concetto basilare nell’impianto teorico dell’autore.

L’episodio è quello della cartiera di Karnaphuli nell’ex Pakistan orientale (oggi Bangladesh) il cui funzionamento fu compromesso alla fine degli anni 50 del secolo scorso dall’imprevista fioritura del bambù (materia prima per la carta), evento non calcolato dai progettisti che poté essere brillantemente risolto solo dal sottovalutato patrimonio di competenze posseduto dalle maestranze locali. Analizzando questo episodio Hirschman formulò la teoria della mano che nasconde (hiding hand), evidente parafrasi della celeberrima mano invisibile di Adam Smith: un doppio errore di valutazione in fase progettuale che comporta una sottostima delle difficoltà che possono emergere durante la realizzazione compensata da un’analoga sottovalutazione delle capacità di superare tali difficoltà.

In base al contesto specifico e alle prerogative progettuali, la mano che nasconde si articola in una serie di corollari quali la tecnica della pseudoimitazione (presentare il progetto come replica di un’iniziativa già sperimentata altrove con successo, l’approccio pseudo-onnicomprensivo (far apparire il progetto come parte di un programma più vasto) e l’effetto fata morgana (lasciar intravedere benefici ben superiori a quelli verosimilmente prevedibili). Declinazioni operative che a seconda dei casi possono guidare o condizionare (ma in alcuni casi anche far naufragare) l’andamento di un progetto.

Che si manifesti sottoforma di patrimonio di conoscenza e competenza delle maestranze locali, di imponderabile genius loci o di interessi manifesti o latenti da parte delle comunità locale, la mano che nasconde rimanda a una complessa e articolata casistica, difficilmente riducibile a postulati deterministici o meccanicistici. Al contrario, da essa emergono componenti di aleatorietà e non riproducibilità – approcci “olistici”, si sarebbe tentati di dire ricorrendo a una terminologia oggi di tendenza – insite nella pianificazione e ancor più nella realizzazione di ogni progetto di sviluppo.

Eminente figura, si è detto, quella di Hirschman. Ma forse a tutt’oggi relegata all’ambiente degli addetti ai lavori e non nota come meriterebbe agli attori della governance. Colto e poliedrico intellettuale avverso agli assunti dogmatici, andrebbe riscoperto e studiato tanto dai fautori del copia-incolla progettuale, quanto da coloro che prediligono corposi impianti teorici avulsi dalle specificità territoriali.

Appare ovvio che l’opera di Hirschman è dedicata essenzialmente a progetti infrastrutturali su larga scala e legati alla mobilitazione di ingenti risorse umane e finanziarie. Ciò non toglie che il suo insegnamento possa servire da guida e monito in altri campi delle attività correlate all’ideazione e alla realizzazione dei progetti di sviluppo. Anche perché, a ben vedere, le idee di Hirschman contengono in nuce alcune premesse teoriche dello sviluppo place-based, che informa di sé le politiche delle maggiori entità sovranazionali odierne, prima fra tutte l’Unione Europea.

Con un caveat, però: il place non corrisponde necessariamente alla suddivisione politico-amministrativa del territorio ma è un place tutto da inventare. E si dovrà inventare con le reti, le conoscenze e le competenze che ne costituiscono il motore di propulsione.

Un riformatore antiutopico: Albert O. Hirschman e i progetti di sviluppo

Profilo biografico e premesse metodologiche

La figura di Albert Otto Hirschman (Berlino, 1915 – Ewing, New Jersey, 2012) si distingue come una delle più acute e originali voci della teoria dello sviluppo economico della seconda metà del XX secolo e come personalità di studioso talmente eclettica e poliedrica da essere difficilmente confinabile a una sola disciplina.

Economista di formazione ma dotato di un solido retroterra culturale umanistico, nel corso della sua lunga carriera Hirschman si occupò tanto di politologia quanto di psicologia sociale, filosofia e storia delle idee. Definito dal suo biografo Jeremy Adelman worldly philosopher – filosofo “mondano”, inteso come interessato più agli aspetti concreti e ai dettagli che non ai grandi movimenti e ideali storici – mostrò nel suo operato un costante spirito di controtendenza rispetto al pensiero dominante e un’avversione nei confronti delle strong opinions, i dogmi ideologici e le opinioni precostituite, qualità che divennero la cifra caratterizzante della sua attività di studioso e ricercatore.

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30 dicembre 2018
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Giorgio Abonante – Ratatouille

24 dicembre 2018

L’era del cooking trionfa, finalmente, anche in terra mandrogna. Non entra Cracco nel Consiglio generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ma Artana, uno che di cucine e ristorazione se ne intende assai. E passa dalla porta principale, per indicazione del Comune di Alessandria. Anche se la procedura di nomina sembra essere viziata ma poco importa. Per quali obiettivi e con quale mandato non si sa, si sa soltanto che in questo anno e mezzo è stato candidato per tutti i cda pubblici locali di ogni ordine e grado. Basta che respiri, si diceva una volta.

La Fondazione Cral è strana. Autoreferenziale molto più della politica ma solo perché in realtà ne rappresenta la forma più alta e più bassa al tempo stesso, forse anche la ragione per la quale nessuno si permette mai di criticarla, qualche punzecchiatura ogni tanto ma nulla di che. Pochi giorni fa si è autocelebrata con la presentazione dell’ottimo (bello davvero) catalogo delle opere d’arte di cui è proprietaria raccontandosi come luogo pubblico, come museo, come spazio aperto.

Tutto falso, non è un museo e non è aperto, le opere sono visibili in orari limitati e assurdi. Del resto basta entrarci, Palatium Vetus è un luogo spettrale, vissuto da una ristretta elite che viene scelta per rapporti personali, di potere relazionale, e che nomina sé stessa con meccanismi di legittimazione feudali, un mondo in cui la secolarizzazione non è ancora arrivata visto che la Chiesa ha nelle nomine un peso specifico enorme, crescente a quanto pare. Un mondo che anche quando produce stupidaggini evidenti come il recente dono del povero quaderno dei poveri ai bambini poveri che come tali, poveri, devono essere riconosciuti, nessuno critica.

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G. Abonante/A. Marinoni – Trasporti e servizi pubblici nel confuso regionalismo piemontese e italiano

21 dicembre 2018

L’Italia è riuscita, nel modo rocambolesco con cui affronta ogni tema, a superare la battaglia politica che contrappone pubblico e privato: è riuscita a creare colossi dei servizi di proprietà pubblica e diritto privato che vengono interpretati dalla classe dirigente e dalle parti nominalmente sociali come azienda pubblica pur operando come i più cinici operatori privati.

Questo non significa essere riusciti a rendere efficiente il pubblico, ma solo aver consentito a dei consigli di amministrazione di nomina normalmente politica di gestire le risorse pubbliche destinate ai servizi come se fossero private, non esiste più il concetto di servizio pubblico, ma esiste un sistema produttivo pubblico che tenda all’efficienza dei costi al prezzo dell’efficacia dei servizi.

Ne risulta che in Italia il servizio pubblico sia maggiormente tutelato da un operatore privato che risponda a un capitolato di servizio rigoroso piuttosto che dal più diffuso modello gestionale dei servizi italiani, ovvero la ex azienda municipalizzata o azienda di Stato diventata società per azioni.

L’operatore privato è impossibilitato a modificare a suo favore i servizi perché vincolato a un capitolato, se il capitolato è stato scritto  bene, mentre il gestore di proprietà pubblica è normalmente più vincolato ai propri equilibri interni.

La dialettica fra le parti è spesso limitata alle appendici della contrattazione di secondo livello riguardando solo marginalmente il servizio.

Lo scenario politico cui ci siamo ormai abituati ha visto la destra e buona parte della sinistra a proteggere il colosso pubblico di diritto privato e il centrosinistra a invocare regole di mercato che attraverso la concorrenza amplino e migliorino i servizi e, attraverso il capitolato, consentano al gestore di evitare abusi tutelando il servizio nella sua interezza, unico requisito indispensabile è la capacità del gestore di provvedere alla redazione di capitolati in grado di funzionare sia sotto il profilo socio-economico che sotto il profilo operativo.

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