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Giorgio Abonante: non se ne esce

23 maggio 2018

Sul rendiconto 2017, “Valori. Al” e altro…

Al netto di un’opposizione frammentata e divisa sia sull’approccio generale che sulle soluzioni da proporre, occorre fare chiarezza su alcune questioni. E’ passato il primo anno di amministrazione e qualche considerazione si deve iniziare a fare.

Venerdì scorso in Consiglio comunale, la relazione iniziale dell’Assessore Lumiera e l’intervento equilibrato di Vittoria Oneto, Pres. Commissione bilancio, avevano messo la discussione sul rendiconto 2017 del Comune di Alessandria sul binario giusto, ponendo l’attenzione sulla crescita delle spese correnti, sul risultato negativo della gestione corrente, sulla carenza di dati, relativa alla lettura delle entrate (da dove arriva il delta negativo sugli accertamenti e sulle riscossioni?), e una serie di altri indicatori da tenere sotto controllo, con le giuste sottolineature agli aspetti nettamente migliorati dal 2012 ad oggi. La discussione è poi degenerata, purtroppo.

Per capire il momento che stiamo vivendo occorre contestualizzare, come sempre. Dal 2009 il centrosinistra ha scelto di caratterizzarsi in Alessandria sulla linea della sostenibilità delle scelte amministrative, che non significa aver sposato l’austerity, significa aver capito che un Comune non legifera e non può essere paragonato allo Stato.

In Comune ogni passo deve essere misurato, la difficoltà nel governare un Comune sta proprio in questo aspetto, e se si nota una tendenza allo squilibrio dei conti bisogna intervenire subito, se no alla fine i danni li pagano sempre i cittadini.

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La prossima sfida del Partito Democratico

19 maggio 2018

 

 

Franco Gavio & Giorgio Laguzzi

Nel balletto post elettorale, siamo ora giunti in un’acuta fase di discussione tra Movimento 5 Stelle e Lega. Ma al di là della questione del Governo, al Partito Democratico, e al riformismo-progressismo italiano in generale, spetta comprendere quale sia il profilo politico con cui affrontare le prossime sfide. Tra le varie forme che si vorrebbero adottare per tale profilo, una sembrerebbe puntare sulla creazione di una identità politica basata principalmente sull’anti-populismo. Per diversi motivi riteniamo questo tentativo alquanto debole e poco interessante.

Primo: l’anti-populismo è una categoria troppo vaga e debole intorno alla quale costruire una forte identità politica. In particolare, poiché sembrerebbe che la posizione del PD rispetto al prossimo Governo sia quella all’opposizione, si dovrebbe tenere conto che i partiti che andranno al Governo, automaticamente assumeranno una posizione meno populista e fatalmente più responsabile. Costruire dunque una categoria anti-populista dall’opposizione risulta alquanto debole e difficile, ammesso che possa avere un senso.

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Il pane. E le rose? Alessandria: considerazioni sul nuovo bando di refezione scolastica

15 maggio 2018

di Lodovico Como

Espongo qualche riflessione intorno al bando che si sta discutendo per il rinnovo del contratto di gestione dei servizi di refezione scolastica, a seguito della mobilitazione indetta dalle sigle sindacali preoccupate che al risparmio sulla base di assegnazione del servizio segua una contrazione (o taglio indotto) dell’occupazione.

L’idea che il mercato sia un “ring” in cui gli interessi del cliente/consumatore vengono contrapposti a quelli del lavoratore non mi entusiasma in linea di principio. Che il mercato possa favorire processi di concorrenza che migliorano l’efficienza dei servizi è indubbio, ma vi sono alcune altre condizioni che garantiscono che questo accada. Per esempio una pubblica amministrazione altrettanto efficiente e presente.

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The Economist (UK): la Germania può essere anche ricca, ma le disuguaglianze si stanno ampliando

10 maggio 2018

 

Quando Yanis Varoufakis, allora titolare del dicastero economico ellenico, nel corso di una serrata riunione dell’ECOFIN nel 2011 cercò di spiegare ai suoi colleghi che i risvolti drammatici in cui versava la Grecia erano dovuti all’improprio funzionamento del meccanismo della moneta unica, i rappresentanti tedeschi e francesi non trovarono di meglio che costringere il primo ministro greco a revocargli l’incarico. Varoufakis, che risulta essere tra i migliori economisti attuali di scuola neo-keynesiana, venne al tempo considerato alla stregua di un pazzo furioso, mitomane, nonché “comunista” – un appellativo che seduce molto l’opinione di parte – solo perché egli osò affermare che fin quando l’Euro-zona non porrà le basi per risolvere le disparità economiche al suo interno tra aree in deficit e in surplus, i problemi di disuguaglianza sociale tra Stati e Stati, e anche all’interno di essi, contribuiranno a disgregare il sogno europeo.

Nel 2014 l’economista ateniese pubblicò un articolo nel quale si suggeriva il varo di un “new deal europeo” in cui BEI e BCE svolgessero un’azione di reciproco sostegno agli investimenti, successivamente illustrata per sommi capi insieme a James Galbraith nella postfazione del libro “And The Weak Suffer. What They Must?”.  Il risultato fu un sostanziale silenzio da parte di tutto l’establishment politico continentale, nonché dallo stesso Romano Prodi.

Quando Joseph Stiglitz, nel suo libro “The Euro and its Threat to the Future of Europe” edito nel 2015, nelle ben documentate 430 pagine, sostenne di fatto l’opinione del suo collega ellenico, aggiungendo che l’ostinazione egemonica tedesca, attuata mediante uno stupido ordo-liberismo, è la principale causa di malfunzionamento della moneta unica, e che i suoi effetti negativi determineranno una crescita dell’insorgenza politica di destra, le socialdemocrazie europee fecero spallucce, alludendo persino a una precoce senescenza del premio Nobel americano. Vi fu anche una surrettizia censura: il testo originale in inglese fu tradotto con enorme ritardo e la figura di Stiglitz fu gradatamente rimossa dal gruppo dei mentori economici d’ispirazione socialdemocratica.

Vilipeso Varoufakis, ostracizzato Stiglitz, ora scende in campo Romano Prodi con un progetto che più o meno ricalca, se non scopiazza, a circa cinque anni di distanza le idee dei primi due economisti neo-keynesiani. Sennonché, si rileva una stridente differenza rispetto al passato: a quel tempo la socialdemocrazia europea dominava la scena politica, ora in molti paesi essa è collocata in una posizione subordinata, se non addirittura quasi estinta. Alla ormai lunga lista dei “pentiti” nei confronti del reato “Go, go euro, globalizzazione senza regole e fondamentalismo di mercato” oltre all’ex Presidente italiano si aggiunge sommessamente da qualche tempo anche il The Economist. E’ assai evidente che scontare il “41 bis della politica” non piace ad alcuno.

Germany may be rich, but inequalities are widening

Germany’s economic boom has left many behind

Come molte città nella ex Germania dell’Est, Lipsia si è ridotta [in popolazione] dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, fino a toccare un minimo di 437.000 residenti nel 1998. Successivamente, i magazzini e le fabbriche abbandonate sono diventate le residenze di molti artisti e di altrettante iniziative culturali stabili. Ora, la popolazione è salita a 590.000 e la città è diventata nota come “la nuova Berlino” e “Hypezig“. Quel soprannome, che inizialmente apparve come un appellativo caustico, ora è diventato un brand, spiega Katja Herlemann, una produttrice teatrale seduta nell’elegante bar “Pilot” nel centro della città. Il suo nuovo progetto teatrale intitolato in modo sardonico “Ceçi n’est pas un hype!” esplora la città in piena espansione e le diverse persone che ne fanno parte.

In un ex negozio di riparazioni di automobili lungo la strada per Grünau, un distretto operaio della città, non c’è traccia di rilancio. I volontari stanno scaricando casse di derrate, sistemando arance, porri e formaggi donati dai supermercati. Circa 1,5 milioni di tedeschi si affidano alle banche alimentari come questa, dove i bisognosi possono ottenere il valore di una spesa settimanale per una cifra di € 2 ($ 2,50, £ 1,80) a persona (€ 1 per i bambini). “È difficile essere poveri in un paese ricco“, afferma Werner Wehmer, il responsabile. “Vedi in TV come dovresti vivere, vedi le persone nei bar in cui non puoi permetterti di andare, vai in un mercatino di Natale e non puoi permettertelo.

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Harold James: le dieci lezioni tratte dalla Repubblica di Weimar

4 maggio 2018

Proporre alcuni parallelismi storici è un puro esercizio intellettuale, trarne delle conclusioni può risultare molto azzardato. Infatti, Harold James – forse il più noto degli storici britannici viventi in tema di relazioni internazionali – se ne guarda ben bene d’accoppiare le sue dieci (2+8) succinte tesi, che furono l’elemento disgregante delle Repubblica di Weimar, con l’attuale situazione di “confusione” regnante oggidì nello scenario internazionale.

Tuttavia, la “buona” prassi politica non può esimersi dal prendere in considerazione i fatti storici del passato, se non altro come accidente correlativo non causale, poiché la natura umana nel suo lungo dispiegarsi attraverso il tempo porta con sé tratti comuni, sebbene questi si trovino incastonati in scenari, temperie culturali e geografie diverse.

Il professore di Princeton non si rivolge a una specifica parte del globo, la sua è una enumerazione puramente didascalica, lascia al discente il congetturare una eventuale similitudine specifica. Si può presumere che la quinta e la sesta (nella 2° suddivisione) riguardino l’attuale America di Trump, o che la seconda – inerente la pericolosità dei sistemi elettorali proporzionali – (nella prima suddivisione) e la 2°/2 – sullo scioglimento del parlamento – abbiano qualcosa a che fare con l’attuale situazione di stallo italiana. Si trova un accenno molto critico nei confronti del populismo (8°/2), cosi come verso la panacea della democrazia diretta (1°/2).

Forse dovremmo fare tesoro di questo scarno elenco. Purtroppo, come affermava Carl Schimtt – il filosofo e giurista tedesco che contribuì in modo determinante a demolire l’impianto democratico weimeriano (Die Diktatur) – “l’uomo non è ne buono né cattivo: è solamente  problematico.

Ten Weimar Lessons

May 2, 2018 HAROLD JAMES

The collapse of the Weimar Republic and the emergence of the Nazis’ Third Reich in the early 1930s still stands as one of modern history’s most powerful cautionary tales. Its lessons are as relevant today as ever – and not just for countries with fragile political systems.

PRINCETON – Dall’istituzione della Repubblica Federale della Germania nel 1949, i tedeschi hanno retrospettivamente guardato con ansia il crollo della Repubblica di Weimar nei primi anni 30 e all’ascesa del nazismo. Ma con molte delle democrazie mondiali sotto tensione e il crescente aumento dell’autoritarismo, le lezioni di quel periodo dovrebbero essere ascoltate anche altrove.

Inizia con il fatto che gli shock economici – per esempio le spirali inflazionistiche, le depressioni e crisi bancarie – sono sfide per tutti i governi, ovunque e sempre. L’insicurezza e le difficoltà economiche convincono la gente che qualsiasi regime debba essere migliore di quello attuale. Questa è una lezione ovvia [ricavata] non solo dagli anni di Weimar, ma anche da una vasta serie di ricerche sulla logica economica della democrazia.

Le condizioni economiche estreme ci inducono a supporre una seconda lezione fondamentale: la rappresentanza proporzionale (PR). Questa può solo peggiorare le cose. Quando la politica di un paese è frammentata, la rappresentanza proporzionale è più propensa a fornire una maggioranza elettorale incoerente, di solito comprendente partiti dall’estrema sinistra fino all’estrema destra che vogliono respingere “il sistema”, ma sono d’accordo su poco altro.

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Il Partito Democratico, dall’ira di Achille all’ingegno di Ulisse

1 maggio 2018

di Giorgio Abonante e Giorgio Laguzzi

A ben vedere, dovrebbe essere un problema soprattutto per il Movimento 5 Stelle l’apertura al Partito Democratico per la verifica sulla possibilità di sostenere un Governo, ma invece sembra esserlo soprattutto per il PD.

Nei vari scenari che il teatro politico di queste settimane sta offrendo, impazzano pressoché tutte le offerte possibili per gli interessati spettatori. Noi auspicheremmo un tavolo di discussione tra M5S e PD, e che noi del Partito Democratico iniziassimo a valutare le reali distanze politiche che separano i due gruppi politici in prospettiva. Forse infatti andrebbe iniziare a considerare seriamente, da parte di entrambi gli attori in gioco, che esiste una formazione politica, forte e in fase fortemente espansiva, che governa molte regioni del Nord, e che insieme rappresenta comunque la maggioranza relativa, che si chiama centro-destra, guidato da Matteo Salvini, e con la regia di Silvio Berlusconi. Attendere uno sfaldamento di quel campo, specie appunto in una fase così espansiva e di ritorno al successo per loro, sarebbe probabilmente velleitario. Ed inoltre, continuare a flirtare con la componente di Silvio Berlusconi, potrebbe significare un ulteriore svuotamento del Partito Democratico, sia in termini di valori, sia in termini elettorali.

C’è chi sostiene che, per il Partito Democratico, l’opzione tavolo “M5S-PD” potrebbe accreditare il M5S come un partito riformista e di centro-sinistra, con conseguente ulteriore travaso di voti verso i pentastellati. Onestamente noi riteniamo invece che sottrarsi al confronto, per una discussione che mettesse al centro punti di programma e contenuti su temi assolutamente nelle corde del PD (come diseguaglianze e diritti sociali) sarebbe, questo sì, un errore madornale, che ci farebbe passare come un partito ulteriormente arroccato su sé stesso. Specie inoltre se il sottrarsi a tale confronto coincidesse con un ritorno al dialogo più o meno velato col centro-destra, per escludere l’interlocutore a 5 stelle.

La discussione può articolarsi su due livelli, uno interno ed uno esterno al PD.

Sul versante interno, per prima cosa, bisognerebbe individuare i motivi per i quali molti voti sono passati al M5S, e una parte persino verso la Lega, già nelle ultime tornate elettorali e, successivamente, cercare di mettere in campo una strategia politica. A riguardo ci sono molte ipotesi dalle quali partire, ma sulle quali non ci possiamo soffermare in questo breve spazio (logoramento da attività di Governo, crisi economica, errori nella comunicazione, eccessivo isolamento politico del partito, visione delle politiche economiche stile “terza via blairiana” superate da almeno una decina di anni).

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NewStatesman (UK) L’erede di Blair? Macron è più simile a una Thatcher francese

24 aprile 2018

Domenica scorsa, Maurizio Molinari, direttore della “La Stampa”, verga un editoriale dal titolo “Democrazie Europee sotto assedio”. Egli, nel breve articolo fa proprio il monito lanciato del Presidente Francese Emmanuel Macron riguardo alle potenziali fratture che possono spezzare l’Unione Europea. Ovviamente, Molinari da buon “surfista” d’ispirazione liberal-democratica, alla pari di Macron, si limita a cavalcare l’onda dei sacri valori europei, incensandoli. Però, si astiene prudenzialmente d’immergersi nell’oceano alla ricerca di quelle contraddizioni di fondo che minano gli stessi, le quali con il tempo stanno, seppur lentamente, risalendo in superficie.

Diversamente dal cauto Molinari, la settimana precedente Michael Chessum, tra i più brillanti commentatori “Labour-oriented” inglesi – che si divide tra il The Guardian e il NewStatesman – ma altresì apprezzato per la sua autonomia valutativa, pubblica un articolo tratteggiando la crisi politica in cui l’Unione è precipitata. Anch’egli lo fa, parallelamente al direttore del quotidiano italiano, passando attraverso l’immaginario del regale Presidente Francese, sebbene ne tragga nelle sue conclusioni un giudizio completamente opposto.

Da queste due diversità d’approccio sullo stesso tema, la crisi dell’Unione, l’arrivato Molinari vs. il giovane Chessum, ci appare ormai evidente che la frattura non riguardi tanto e solo la dinamica divergente tra le politiche dei vari Stati membri in seno all’Europa, quanto, e in modo più specifico, quale debba essere la risposta politica più appropriata da parte del composito “contenitore” progressista per risolvere tali discordanze a salvaguardia dei propri ceti sociali di riferimento.

The heir to Blair? Macron is more like the French Thatcher

By Michael Chessum

16 April 2018

The French president’s agenda of tax cuts and privatisation is actively corrosive to the progressive dream of Europe.

La vera incompetenza politica dovrebbe essere intesa non nel senso stretto di goffaggine ministeriale presente nella serie televisiva “The Thick of It[1]”, o delle gaffe che creano i titoli momentanei sulla stampa, ma nella misura di auto-illusione di massa.

Gli interventi di Tony Blair nel dibattito pubblico sulla Brexit non mancano di eloquenza, sono privi di autocoscienza. Quando i centristi laburisti tentarono di rimuovere Jeremy Corbyn come leader nel 2016, lo fecero coltivando l’illusione che la loro politica triangolare potesse catturare il sostegno dei militanti e del pubblico in generale. Mentre la politica centrista cade in disgrazia, molti si aggrappano ancora alle sue false certezze.

Nel maggio dello scorso anno, il sogno di una rimonta centrista ricevette un forte impulso con l’elezione di Emmanuel Macron in Francia. Lo spin doctor di Blair, Alastair Campbell, ora caporedattore della rivista New European, elogiò la sua “energia, fiducia e convinzione“. Dipingendolo come l’antitesi liberale e europeista alla Marine Le Pen del Fronte Nazionale, Macron salì al potere grazie a una momentanea ondata d’ottimismo che si manifestò con il desiderio di liberarsi dai partiti socialisti e repubblicani, ottenendo grandi consensi tra gli elettori più istruiti e quelli residenti nelle aree urbane.

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