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Yanis Varoufakis: Trump, il Drago, e il Minotauro

8 dicembre 2017

Yanis Varoufakis,  Photographer: Kostas Tsironis/Bloomberg

Pensiamo di non esagerare nell’affermare che Yanis Varoufakis sia tra tutti gli economisti di scuola keynesiana colui che abbia ritratto con maggior chiarezza l’evolversi della politica economica dal dopoguerra fino a oggi. Con la sua brillante allegoria del Minotauro Globale, tratta dal suo omonimo best sellers, egli individua negli USA l’unico player mondiale che attraverso due distinte fasi (il Piano Globale e l’età del Minotauro) ha condizionato la dinamica dei flussi finanziari tra le varie aree del mondo. Se nella prima il surplus americano, travestito da egemonia politica, apportò crescita e miglioramento delle condizioni di vita in Europa fino al 1971; nella seconda il suo epilogo fu del tutto diverso sfociando in una crisi mondiale devastante da debito privato nella quale a pagarne il prezzo furono come sempre i ceti più deboli di entrambi i continenti. Lo statistico matematico Varoufakis non ha fatto altro che riscrivere criticamente in chiave attuale quelle che furono le preoccupazioni di John Maynard Keynes (pure lui lo era) negli anni 30, e le ha divulgate condividendo con il Maestro di Cambridge quello stesso linguaggio fluente e didascalico che trasforma ogni singolo tassello economico in una visione ampia e più comprensibile del quadro politico, o meglio delle relazioni di potere nello scacchiere mondiale. Li accomuna il fatto che entrambi decidono di tralasciare i calcoli matematici complessi per dedicarsi a una condivisa passione: la politica. Dissacrano il pensiero ortodosso corrente, facendo cosi emergere quel “non detto” o quell’ipocrisia di fondo, strumentale per garantire l’egemonia dei potenti. Questa “organicità” che si rileva nel loro pensiero economico è il frutto di una lunga parentesi dedicata agli studi classici e umanistici prima di approdare alla matematica statistica. Un percorso d’apprendimento che li contraddistingue dai loro colleghi americani, spesso più inclini alla induzione piuttosto che alla deduzione. Così come il greco venne buttato fuori dall’ECOFIN non perché non sapesse, ma perché al contrario sapendo troppo era in grado di spiegare nei minimi dettagli le malefatte delle banche franco-tedesche nei confronti del suo paese e dell’imperfetto funzionamento della moneta unica. Allo stesso modo, Keynes venne umiliato a Bretton Woods dagli americani, non perché anch’egli non sapesse, ma perché il potere dello zio Sam, dopo il sanguinoso conflitto bellico, pretese di esercitare l’egemonia planetaria imponendo una forzata dollarizzazione, anziché avallare la proposta dell’inglese volta a garantire uno sviluppo più armonico ed equilibrato dell’economia mondiale.

Nell’articolo che segue Varoufakis condensa in pillole la sua tesi sul Minotauro Globale, facendo altresì notare all’attuale establishment americano che gli squilibri non siano affatto cessati. Anzi, la pericolosità della mastodontica bolla da debito cinese è sempre dietro l’angolo e minaccia nuovamente la stabilità dell’intero pianeta.

Trump, the Dragon, and the Minotaur

Nov 28, 2016 Yanis Varoufakis

Se Donald Trump capisse qualcosa, è senza ombra di dubbio il valore della bancarotta e del riciclaggio finanziario. Ma il successo della sua strategia dipende dal fatto se egli è in grado di cogliere la profonda differenza che sussiste tra il debito di un investitore e il debito di una grande economia, la Cina.

ATENE – Se Donald Trump capisse qualcosa, questo è senza ombra di dubbio il valore della bancarotta e del riciclaggio finanziario. Egli conosce tutto su come ottenete il successo passando per il default strategico, a cui seguono massicce svalutazioni del debito e la creazione di attività dalle passività. Ma [Trump] sa cogliere la profonda differenza che sussiste tra il debito di un investitore e il debito di una grande economia? E capisce che la bolla del debito privato cinese è una polveriera posta sotto l’economia globale? Molto dipende dal fatto che lo capisca.

Trump è stato eletto grazie a un’ondata di malcontento per la colossale cattiva conduzione dell’establishment sia riguardo al boom pre-2008 sia alla recessione post-2008. La sua promessa d’adottare misure volte a stimolare l’economia nazionale e di varare politiche commerciali protezionistiche per riportare sul suolo americano la manifattura lo condusse alla Casa Bianca. Lo può fare, purché capisca il ruolo che l’America ricopriva nei “bei vecchi tempi”, il ruolo che oggi può svolgere, nonché, in modo cruciale, l’importanza della Cina.

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Federico Quadrelli La socialdemocrazia Europea colga la sfida: Crisi è anche opportunità

4 dicembre 2017

  1. Sul concetto di “crisi”

Tra i tanti concetti che vengono utilizzati nel discorso pubblico e giornalistico, quello di “crisi” è il più abusato.

Parliamo di crisi quasi sempre in termini negativi e superficiali in riferimento a qualsiasi cosa dell’esistenza umana, nella sua dimensione privata tanto quanto in quella pubblica. Così la famiglia è in crisi e la Politica anche, come lo sono le relazioni sentimentali, la fede, la Chiesa, l’università, la scienza, l’etica, l’economia, i partiti, la democrazia, l’ambiente, la coesione sociale e via dicendo. Insomma, esiste qualche cosa che non sia in crisi? No. E c’è un motivo molto semplice per spiegarlo: tutto ciò che è vivo attraversa fasi più o meno intense, prolungate, importanti, drammatiche o meno, di crisi. Prendiamone semplicemente atto! E invece di lasciarci andare alla disperazione, alla rassegnazione o all’allarmismo, reagiamo con fermezza e in modo proattivo per trovare il modo di superare queste difficoltà e uscirne rafforzati. In una battuta: diventiamo resilienti!

Per poter discutere del tema che propongo, ossia la sfida che la socialdemocrazia europea deve sapere cogliere per salvarsi, è necessario spendere due righe sulla definizione che vogliamo dare di “crisi”. Se partiamo dall’analisi meramente etimologica della parola si scopre che essa non ha alcuna connotazione valoriale, non è né positiva né negativa. La parola greca da cui si origina, infatti, può essere tradotta con “discernere” o meglio, “prendere una decisione”. La crisi quindi è un qualche cosa che ci spinge ad agire e fare una scelta. Questa definizione esprime meglio di qualsiasi altra l’affermazione “essere in crisi”. Ossia, siamo messi davanti a una serie di circostanze che richiedono da parte nostra un’azione e non la rassegnazione. Mi sembra che come inizio sia già importante per capire quale suggerimento mi sento di dare: azione e non rassegnazione!

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Daily Mirror (UK): una vita inumana lavorare in Amazon

1 dicembre 2017

La lettura dello scoop giornalistico che fece la scorsa settimana il Daily Mirror (uno dei più venduti tabloid inglesi) sulle condizioni di lavoro delle maestranze Amazon a Tilbury nel Regno Unito ad alcuni di noi non lascia per nulla esterrefatti. Forse, qualche giovane rampante presente nell’ultima Leopolda penserà che si tratti di una delle solite fake news costruite artatamente dagli scherani di Putin o da qualche complottista grillo-leghista per insudiciare il generoso apporto del capitale d’oltreoceano in qualità di creatore di posti di lavoro nella vecchia Europa. Sinceramente, vorremmo anche noi che lo fosse. Purtroppo, il prestigio della stampa britannica, le doti “atletiche” di Alan Selby (l’inviato del Mirror), nonché la documentazione fotografica, complessivamente ci induce a pensare che il tutto corrisponda a verità.  Non ci sarebbe altro d’aggiungere se non una inquietante analogia con il passato.

A metà degli anni 30, George Orwell fu “ingaggiato” da un noto quotidiano britannico affinché svolgesse un’indagine sulle condizioni di vita dei minatori inglesi nella regione industriale delle Midlands. Ne sortì un libro “The Road to Wigan Pier” (La strada che porta al molo di Wigan), ove lo scrittore scozzese non si fece scrupolo di denunciare il degrado in cui viveva la classe operaia del tempo e lo sfruttamento a cui era sottoposta. Ma fu altrettanto severo con quella che lui ritenne “l’indifferenza” dei sindacati e la “spocchia” dei burocrati Labouristi. Il partito reagì in modo furente “censurando” l’opera e ostracizzando Orwell. Lo stesso accadde, sebbene in misura minore, non appena fu pubblicato 1984.

Sfogliando tutta la produzione letteraria e saggistica di questo brillante intellettuale britannico – ora diventato un’icona postuma del Labour Party – molti critici sono giunti alla conclusione che Orwell ritenesse che l’inganno, lo sfruttamento e la sorveglianza, siano le armi attraverso cui i potenti (incluso il comunismo sovietico) correntemente brandiscono per contrastare i valori del socialismo democratico. Oggi, si aggrega alla precedente triade un altro spettro: la robotizzazione. Lo scrittore, morì in solitudine e inascoltato, ma se si dà solamente una scorsa all’articolo che segue si può constatare quanto fosse pertinente il pensiero di Eric Arthur Blair, noto a tutti con lo pseudonimo di George Orwell.

  1. Per visionare foto e documentazione audiovisiva cliccare sul sito del Mirror, http://www.mirror.co.uk/news/uk-news/timed-toilet-breaks-impossible-targets-11587888?ICID=FB_mirror_main

Timed toilet breaks, impossible targets and workers falling asleep on feet: Brutal life working in Amazon warehouse

Alan Selby[1] si fece assumere sotto copertura nel complesso distributivo di Tilbury nell’ Essex, dove le ambulanze vengono regolarmente chiamate e dove I lavoratori corrono il rischio di essere licenziati se non riescono a confezionare almeno due oggetti in un minuto

Solo in una gabbia chiusa a chiave, a 10 piedi dal mio collega più vicino, un robot si avvicina furtivo e spinge verso di me una pila di scaffali. Non ho che nove secondi per afferrare e sistemare un articolo da spedire per l’imballaggio: un obiettivo di 300 articoli all’ora, un’ora dopo l’altra senza tregua. Mentre mi piego sul pavimento e stendo il braccio sopra la mia testa completo un flusso infinito di ordini, il mio corpo non sta più con me.

Benvenuti nel piano di raccolta di Amazon. Qui, mentre le telecamere guardano ogni mia mossa, uno schermo di fronte a me costantemente mi ricorda le mie “unità/ora” e precisamente quanto tempo impiego per ciascuna. Questo è il più grande impianto di confezionamento europeo del gigante online, destinato a distribuire 1,2 milioni di articoli all’anno. In qualità di principale rivenditore del Regno Unito, ha fatturato £ 7,3 miliardi l’anno scorso. Ma un’indagine del Sunday Mirror rivela oggi che il successo ha un prezzo: il travaglio quotidiano dei suoi lavoratori.

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Autonomia e federalismo in Germania e le contraddizioni della Lega

29 novembre 2017

La Lega Nord vuole uno Stato federale, arrivando al cuore della questione noi dobbiamo lanciare una controffensiva decisa, con proposte concrete e con una filosofia di fondo. Smascherando le evidenti contraddizioni che il centrodestra presenta in questa ubriacatura neo-regionalista. Occorre ricordare a tutti che una simile revisione costituzionale presupporrebbe un concetto di solidarietà da scolpire nella pietra. In ogni comunità nazionale sono presenti aree in surplus e in deficit di PIL in % rispetto al totale.

Conviene cambiare l’impostazione attuale?

Come si pongono i sovranisti del centrodestra di fronte a questa frammentazione? Un prevalere di interessi particolari che incrementerebbe il peso dell’Europa (sui fondi strutturali dialoga di fatto direttamente​ ​con​ ​le​ ​Regioni). Cosa ne pensano i tanti Sindaci delusi dalla distanza che vivono tutti i giorni nei confronti delle Regioni?

E’ disponibile la lega Nord, nel nuovo Stato Federale, a ridare forza alle autonomie locali?

Ai Comuni per esempio, con un federalismo fiscale vero? E’ disponibile a ripensare enti di mezzo di area vasta fra i Comuni e le Regioni, eletti dai cittadini, che riprendano in mano in modo​ ​organico​ ​materie​ ​come​ ​trasporti,​ ​rifiuti​ ​e​ ​strade?

Vediamo il caso Germania, uno dei modelli di Stato Federale più riuscito e utilizzabile come termine di riferimento, almeno per esercitarsi nello studio dei suoi meccanismi, considerato il fatto​ ​che​ ​comunque​ ​tutti​ ​gli​ ​Stati​ ​Federali​ ​prevedono​ ​meccanismi​ ​di​ ​perequativi.  Il tema del rapporto tra centralismo ed autonomia è stato ampiamente dibattuto in diversi ambiti. Senza voler azzardare paragoni con il caso italiano, per motivi di sviluppo storico evidenti, una rapida disamina del federalismo tedesco può essere interessante e propedeutica sotto certi aspetti. Sennonché, per avviare una seria riflessione sul balbettante risveglio federalista della Lega – o almeno parte di essa – è opportuno che si tracci, almeno sommariamente il funzionamento del quadro istituzionale della Germania.

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Der Spiegel (DE) La Germania vince, la Merkel perde

24 novembre 2017

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Già il titolo di questo editoriale del Der Spiegel muove qualche singolare supposizione. Se poi si scorre il testo, il timido sospetto si tramuta in sorpresa, al punto che dopo averlo letto non si può fare a meno di chiederci: che cosa sta succedendo in Germania? Non appena furono divulgati i risultati definitivi nella tarda sera del 24 settembre, alcuni brillanti commentatori constatarono la quasi impossibilità di celebrare una coalizione Giamaica, essendo già noto il diniego della SPD di partecipare al governo della Repubblica Federale: troppe le differenze che separano i liberali dai verdi e per di più le schermaglie tra CDU e CSU, a parer loro, cominciano a non essere più nascoste all’elettore tedesco. Sennonché, buona parte dei media nazionali e internazionali – a esclusione della BBC – propalavano una sorta di parabola politica, secondo cui i tedeschi, in quanto custodi di valori “etnici”, avrebbero necessariamente escogitato un fine meccanismo di “check and balance” tale da riuscire a trovare un accordo persino con il diavolo, pur di santificare l’unità politica della nazione. La critica espressa da una buona parte della stampa di casa nostra, sapeva un po’ di sberleffo rivolto proprio a noi, latini mediterranei, ostinati ingenuamente nel credere che la politica sia ancora perimetrata dal contrasto ideologico. Ovviamente, tale affermazione non poteva essere altro che una solenne idiozia, in quanto fu proprio un tedesco, Carl Schmitt, uno dei più noti giuristi del 900, a sostenete che la vera natura del “politico” si fonda sull’antagonismo “amico versus nemico”. Concentrando in pillole il pensiero del teorico renano, se ne deduce che estetica ed economia sono “ancelle” astrattamente neutre, le quali possono tramutarsi in contrasto bellicoso solo quando s’inverano nel “politico”. Tesi irreale e impropria quella di Carl Schmitt?

Qualche settimana successiva al chiaro “nein” della SPD, il partito di Martin Schulz nelle elezioni del parlamento della Bassa Sassonia[1] passa, nello stesso Land, dallo scialbo 27,4% ottenuto alle federali, al 37,1%, la Die Linke ottiene il 4,6%, il resto della truppa politica frana miseramente, per non parlare del vistoso calo dell’estrema destra. Allora, in accordo con il Der Spiegel ci si domanda: è possibile che i tedeschi vogliano essere rappresentati per il loro orientamento politico o per i loro interessi di classe e non altrimenti? E’ possibile che una parte della Germania chieda alla sua SPD un disancoramento dalle appariscenti opzione strategiche continentali e internazionali della Merkel, funzionali al suo mercantilismo economico, per una più accorata attenzione alla difesa dei salari, al miglioramento dell’offerta pubblica, alla diminuzione della disuguaglianza, e infine alla riduzione del precariato, della disoccupazione, soprattutto in alcuni Länder orientali, quali il Meclemburgo e la Sassonia? E’ assai probabile che nella sede della SPD, alla Willy Brandt Haus in Berlino, in questo momento non si parli d’altro e che le pressioni nei confronti di Martin Schulz da parte della destra del partito si facciano sempre più forti per la formazione di una rinnovata  Grosse Koalition. Se ciò accadesse, difficilmente Angela Merkel ne sarebbe nuovamente il cancelliere.  

Germany Wins, Merkel Loses

Coalition Talks Collapse 11/21/2017

A Commentary by Ullrich Fichtner

Il crollo dei negoziati per la formazione della coalizione a Berlino è una vittoria per la chiarezza politica in Germania. Le parti coinvolte non sarebbero state in grado di governare insieme in modo efficacie. In ogni caso [questo evento] segna la fine dello stile di governo del cancelliere Merkel.

In primo luogo, la buona notizia: il crollo dei negoziati per la formazione della coalizione a Berlino ha salvato il paese da un governo in stasi. Un governo senza alcuna visione o ambizione. Se il cancelliere Angela Merkel fosse riuscita a stringere un’alleanza tra i suoi democratici cristiani (CDU), l’Unione sociale cristiana bavarese (CSU), i liberali democratici (FDP) e i verdi, il paese – anzi, l’intero continente – avrebbe affrontato quattro anni di stagnazione, con al suo centro un governo tedesco più disarticolato che compatto. Le quattro parti interessate non si sarebbero completate costruttivamente l’una con l’altra. Anzi, sarebbero state vicendevolmente in contrasto.

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Giorgio Abonante: le modifiche al regolamento per l’assegnazione degli alloggi di riserva per l’emergenza abitativa.

20 novembre 2017

La posizione e il contributo del gruppo consiliare del Pd, Comune di Alessandria.

Nei giorni scorsi è stato dibattuto e votato in aula il nuovo regolamento per l’assegnazione delle case per emergenza abitativa. La maggioranza ha voluto introdurre un criterio fortemente premiale per anzianità di residenza nel Comune di Alessandria con punteggi a crescere. Meccanismo a nostro giudizio di dubbia legittimità perché non previsto della normativa regionale ma, soprattutto, penalizzante per chi vive una vera condizione di disagio.

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Gordon Brown: Esiste un modo per mettere al bando i paradisi fiscali, e io personalmente dirò ai leader mondiali come fare (The New Statesman UK)

16 novembre 2017

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Il noto politologo statunitense democrats Robert Reich nel suo settimanale video “Resistance Report”, oltre a dipingere gli scenari politici americani, nelle sue conclusioni consiglia spassionatamente ai suoi 150.000 visitatori che, non solo nell’agire politico ma anche nel comprendere la politica, bisogna sempre “connect the dots”, cioè “connettere o collegare i punti”. Questa comune forma idiomatica inglese si può tradurre in italiano con l’espressione “valutare con uno sguardo onnicomprensivo”. Il non farlo, sostiene l’accademico di Berkeley, preclude sia al cittadino elettore il vagliare con accuratezza le offerte politiche, sia all’attore delle proposte l’agire con scrupolo e onestà intellettuale. Non sappiamo se il suo “connecting the dots” abbia avuto una sua influenza nel far deragliare la riforma sanitaria di Trump. Però, l’unica cosa di cui siamo certi è il fatto che Reich abbia utilizzato più volte questa espressione idiomatica per concorrere a “salvare” l’Obama-care. In quel caso specifico, “connecting the dots” significava per Reich che entrambi i protagonisti del teatro politico (elettori, candidati e rappresentanti istituzionali) non devono prendere come oro colato alcune supposte considerazioni miranti a giustificare la drastica riduzione delle risorse in materia di sanità pubblica come soluzione di per sé ineludibile. Sentiamo spesso parlare, affermava l’ex ministro del governo Clinton, di una presunta inefficacia dell’offerta pubblica in questo settore rispetto a quella privata, di un inarrestabile invecchiamento della popolazione, di una “dispersione” eccessiva dei presidi sanitari. Motivazioni di natura statistica e microeconomica che apparentemente scagionerebbero quei partigiani (sinceri o meno) dalla colpa di essere sempre frettolosamente proni verso la non procrastinabile “razionalizzazione” della spesa, spesso intesa come “opportuno” bilanciamento tra costi e benefici. Sennonché, arguisce Reich, quelle stesse autorità istituzionali che perorano l’inevitabilità tecnica di certe soluzioni “restrittive” dovrebbero altresì sapere che i ricchi cittadini americani nascondono più di 2 trilioni di dollari (2.000 miliardi) nei paradisi fiscali, i quali se fossero stati legalmente tassati, il resto della popolazione potrebbe godere di una rete di protezione sanitaria pubblica d’eccellenza, meglio di quanto lo sia attualmente l’Obama-care.  I politici in buona fede dovrebbero iniziare a “connecting the dots”, ossia ad agire nell’interesse collettivo, anziché ripetere querule cantilene; invece, coloro in mala fede non sarebbero altro che dei lestofanti come Trump. A supporto di Reich, interviene sull’altra sponda dell’Atlantico una figura assai conosciuta nel panorama socialdemocratico internazionale: l’ex PM inglese Gordon Brown. Il quale, forse per non avere sufficientemente “connected the dots” in materia di sanità pubblica (NHS) nel suo lungo sodalizio con Blair, avendone di conseguenza pagato una sconfitta cocente, fa un po’ ammenda del suo passato e oggi approda alle stesse conclusioni del politologo democrats americano.

There is a way to outlaw tax havens – and I’ll personally tell world leaders how to do it

If a million people sign my open letter to Argentine President Mauricio Macri, chair of the G20, I will personally deliver it to him.

By Gordon Brown

Otto anni fa, in occasione di un vertice del G20 a Londra, cercai di porre fine all’iniquità dei paradisi fiscali globali. Ma, come dimostrano la fuga di notizie sui Paradise Papers, trilioni di dollari stanno ancora sfruttando le nuove scappatoie nei luoghi più rarefatti dell’economia globale per evitare di essere tassati. Una delle ingiustizie più grandi dei nostri tempi è quella di permettere ai più ricchi di rimanere esclusi, mentre il resto di noi (contribuenti) paga per la salute, l’educazione e la protezione per i più vulnerabili.

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