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Dani Rodrik: la doppia minaccia alla Democrazia Liberale

17 febbraio 2018

This Sept. 15, 2016, photo provided by Jessica De Simone shows author Dani Rodrik at his office at the Harvard Kennedy School in Cambridge, Mass.

Cosi come gli economisti d’ispirazione keynesiana Joe Stiglitz https://democraticieriformisti.wordpress.com/2018/02/09/joe-stiglitz-la-mia-depressione-dopo-la-conferenza-di-davos/ e Emiliano Brancaccio non si sorprendono per il cambiamento che sta maturando nel panorama politico occidentale a causa di una consistente e rapida crescita di formazioni politiche alternative – o in altro modo definiti come “insorgenti” – (giacobinismo, populismo, neo fascismo), i politologi del calibro di Dani Rodrik, Barry Eichengreen, Colin Crouch ne forniscono una spiegazione socio-politica altrettanto interessante, tanto degna di merito quanto sempre inascoltata dall’establishment corrente. Nel post che segue, Dani Rodrik compie un passo ulteriore, ossia scompone il binomio che lega il lemma politico “liberal-democratici”, ne enuclea una diversa sintassi terminologica e attribuisce alle singole parole le corrette categorie analitiche. Interpretando il pensiero dell’accademico di Harvard, il “liberalismo” come il “marxismo” sono delle ideologie (suffisso “ismo”), mentre la “democrazia” non può essere considerata pari, poiché è una forma di governo. L’ideologia in quanto tale è un sistema di idee e di giudizi esplicito e generalmente organizzato che serve per spiegare o giustificare la situazione di un gruppo o di una collettività e che ispirandosi ai suoi valori propone un orientamento preciso all’azione storica di questo gruppo o di questa collettività. La forma di governo è il modo attraverso cui una società decide d’organizzarsi politicamente. Quindi, la “democrazia” non è affatto una variabile dipendente connessa a un sistema ideologico di tipo “liberale” o meglio dire: “liberista”.

The Double Threat to Liberal Democracy

Feb 13, 2018 Dani Rodrik

Illiberal democracy – or populism – is not the only political menace confronting Western countries. Liberal democracy is also being undermined by a tendency to emphasize “liberal” at the expense of “democracy.”

CAMBRIDGE – La crisi della democrazia liberale è oggi ampiamente criticata. La presidenza di Donald Trump, il voto sulla Brexit nel Regno Unito e l’ascesa elettorale di altri populisti in Europa hanno sottolineato la minaccia rappresentata dalla “democrazia illiberale”, una sorta di politica autoritaria caratterizzata da elezioni popolari ma poco rispettosa per lo stato di diritto o i diritti delle minoranze.

Ma pochi analisti hanno notato che la democrazia illiberale – o  il populismo – non è l’unica minaccia politica. La democrazia liberale sta anche per essere minata dalla tendenza a enfatizzare il tema “liberale” a spese di quello “democratico”. In questo tipo di politica, i governanti sono isolati dalla responsabilità democratica da una serie di restrizioni che limitano la gamma di politiche che possono offrire. Organismi burocratici, regolatori autonomi e tribunali indipendenti stabiliscono decisioni politiche, o queste sono imposte esternamente dalle regole dell’economia globale.

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Salvatore Sinagra: Perché la flat tax è un’idea sbagliata.

14 febbraio 2018

 

Evidenze empiriche oltre la campagna elettorale

  • Flat tax e tagli delle imposte sui redditi più alti

In tutti i paesi progrediti il sistema fiscale è guidato da criteri di progressività, ovvero le imposte pagate crescono al crescere del reddito e più in generale dalla capacità contributiva. Nei paesi occidentali la progressività delle imposte è garantita da aliquote crescenti sul reddito delle persone fisiche, le altre due principali imposte, l’imposta sui redditi delle società e dove esiste l’imposta sul valore aggiunto non hanno invece un sistema di aliquote che crescono al crescere della base imponibile. Quando si parla di flat tax, ovvero di imposta piatta, si fa riferimento all’imposta sui redditi delle persone fisiche con una sola aliquota, oggi tale imposta è adottata quasi ed esclusivamente da paesi postcomunisti, alcuni dei quali ricchi di risorse naturali e da piccolissimi paesi, in gran parte paradisi fiscali. Il più grande dei paesi del flat club è la Russia

Il primo a parlare imposta piatta fu Milton Friedman,[1] in estrema sintesi l’economista americano sosteneva la necessità di ridurre in modo consistente le imposte sui redditi più elevati, tagliare i servizi pubblici e introdurre un’imposta negativa (una sorta di reddito di cittadinanza) per i meno abbienti. I divulgatori della flat tax furono Alvin Rabushka e Robert Hall, autori nel 1985 del libro la flat tax[2]. L’idea di fondo che ispira il taglio delle imposte sui redditi più elevati è il trickle down, ovvero che più soldi per i più abbienti portano ad investimenti, maggior occupazione e maggior benessere per tutti.

L’economia non è una disciplina scientifica e i suoi modelli risultano meno affidabili di quelli della fisica; l’economia non è una disciplina filosofica in cui è possibile dividere con un coltello il bene dal male, l’economia è una disciplina empirica, lo studio dell’evidenze ci aiuta a capire cosa in passato ha funzionato e cosa tra ciò che ha funzionato potrebbe funzionare oggi. Tutte le evidenze ci portano alla conclusione che la flat tax non funziona

  • Esperienze simili alla flat tax

Nel dopoguerra l’aliquota più elevata sui redditi delle persone fisiche raggiungeva il 95% negli Stati Uniti ed il 75% in molti paesi europei[3].Dagli anni sessanta ad oggi si è assistito ad un drastico taglio delle aliquote sui redditi più elevati. Oggi l’aliquota più elevata è pari al 37% negli Stati Uniti (sopra i 500.000 dollari), al 50% circa in Gran Bretagna e Germania (nel secondo caso incluso contributo di solidarietà), al 45% in Francia e Spagna al 43% in Italia[4].

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Joe Stiglitz, La mia depressione dopo la conferenza di Davos

9 febbraio 2018

Circola una voce nell’affollatissimo “floor” del NYSE (Borsa americana): “mentre il piccolo orso sta girovagando, la madre sta arrivando[1]. Una metafora scherzosa, sebbene amara per gli investitori, la quale tradotta nel suo senso reale significa che non si può escludere una severa correzione del mercato finanziario. Ciò dovrebbe “rallegrare” Joe Stiglitz, poiché il Nobel di Gary da più di tre anni non ha mai perso l’occasione d’affermare che prima o poi, stando il protrarsi di questa situazione, sarebbe arrivato “the day of reckoning”, ovvero il giorno del giudizio. Joe Stiglitz, a differenza di molti suoi colleghi economisti, si è sempre distinto per la sua tenacia nel sostenere che questo tipo di capitalismo (Shareholders Capitalism), basato quasi esclusivamente sull’incremento del valore azionario (shareholder profit and return), con i suoi trucchi legalizzati, è destinato nel tempo a commettere violenza su sé stesso. Sennonché, un eventuale suicidio, non comporterà solo la resa di chi lo abbia praticato, ma spargerà anche semi d’odio che serpeggeranno per lungo tempo nelle società occidentali. Rifacendosi alle preoccupazioni di J.M. Keynes esplicitate negli anni trenta, il pacato professore della Columbus University si chiede: “perché stupirsi tanto dei fenomeni politici insorgenti (populismo, giacobinismo, neofascismo) quando le politiche economiche adottate dall’establishment, specialmente in Europa, sono state improntate a creare deflazione, le cui conseguenze si sono evidenziate nella stagnazione dei redditi, forte disuguaglianza, precarizzazione del lavoro e infine una diminuzione drastica dell’offerta pubblica?” Joe Stiglitz ha in mente un’altra versione del capitalismo (Stakeholders Capitalism). Un capitalismo, i cui attori non siano esclusivamente responsabili nei confronti degli azionisti come creazione di valore, ma che la stessa pratica abbia anche un risvolto sociale, da cui  l’intero consorzio umano nel suo insieme ne può trarre giovamento.

Post-Davos Depression

Feb 1, 2018 JOSEPH E. STIGLITZ

The CEOs of Davos were euphoric this year about the return to growth, strong profits, and soaring executive compensation. Economists reminded them that this growth is not sustainable, and has never been inclusive; but in a world where greed is always good, such arguments have little impact.

DAVOS – Ho partecipato alla conferenza annuale del Forum economico mondiale a Davos, in Svizzera – dove la cosiddetta élite globale si riunisce per discutere i problemi del mondo – dal 1995. Mai ne sono uscito scoraggiato come è stato il caso di quest’anno.

Il mondo è afflitto da problemi quasi intrattabili. La disuguaglianza aumenta, specialmente nelle economie avanzate. La rivoluzione digitale, nonostante le sue potenzialità, comporta anche seri rischi per la privacy, la sicurezza, l’occupazione e la democrazia.  Sfide che sono aggravate dal crescente potere monopolistico di alcuni giganti americani e cinesi acquisitori di dati [sensibili], tra cui Facebook e Google. Il cambiamento climatico, come già si conosce, rappresenta una minaccia esistenziale per l’intera economia globale.

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Il pericolo dei Bitcoin

6 febbraio 2018

 

Possono le criptovalute in genere fare calare drasticamente i valori dei mercati azionari? Certo, è assai probabile che possa accadere in questo sistema finanziario non trasparente, ove le Banche Centrali controllano solo il reticolo bancario ufficiale e non hanno il più pallido sentore dell’indebitamento in leverage sull’acquisto di cripto valute eseguito da migliaia di istituzione private (Hedge Fund o simili), locate in paradisi fiscali, libere da ogni tipo di supervisione e controllo istituzionale. Così afferma Harold James, economista, professore a Princeton.

The Bitcoin Threat

Feb 2, 2018 HAROLD JAMES

Unless a currency has been authenticated by a government, it is unlikely to be fully trusted. But that does not mean that it cannot become a plaything for the naïve and gullible, or a weapon of financial mass destruction for political belligerents around the world.

LONDRA – La straordinaria volatilità di Bitcoin e di altre criptovalute è diventata una minaccia non solo per il sistema finanziario internazionale, ma anche per l’ordine politico. La tecnologia del blockchain su cui si basano le criptovalute promette un metodo di pagamento migliore e più sicuro rispetto a quelli del passato, e alcuni credono che esse sostituiranno la valuta elettronica nei conti bancari tradizionali, proprio come accadde per i trasferimenti elettronici che hanno sostituito la carta moneta, la quale a sua volta ha sostituito l’oro e l’argento.

Ma altri sono giustamente sospettosi riguardo al fatto che questa nuova tecnologia possa essere manipolata o abusata. Il denaro, che fa parte del tessuto sociale, per la maggior parte della storia della civiltà umana, ha fornito una base su cui si è instaurata la fiducia tra persone e governi e, attraverso il suo scambio, tra gli individui. È stata quasi sempre un’espressione di sovranità, e le valute private sono state molto rare.

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The Economist (UK) Il pericolo crescente di un conflitto tra grandi potenze

2 febbraio 2018

Appare ormai ovvio che la strategia di politica internazionale condotta da Trump sia quella di tagliare le unghie al giovane Drago cinese, così come fece Reagan nei confronti dell’anziano Orso sovietico all’inizio degli anni 80. Sennonché, opporsi oggi a questo aitante mostro alato al posto di quell’Orso di ieri,  stanco, malandato e in crisi d’identità, fa una notevole differenza. Se poi quel piccolo Drago è servito alle multinazionali americane nel corso di quattro decenni per ridurre i costi di beni prodotti attraverso integrate supply chain (globalizzazione incontrollata) ricevendo in compenso capitali derivati dai profitti dell’imprenditoria locale per moltiplicarli magicamente attraverso il circuito finanziario di Wall Street (leverage 1/38 L&Brothers), facendo incassare agli azionisti delle sue grandi banche una montagna di denaro, nonostante quarantennali disavanzi accusati dalle partite correnti, ebbene gli USA devono solo prendersela con loro stessi.

L’Economist, nel suo ultimo editoriale, invece di preoccuparsi esclusivamente sugli effetti che, a suo dire, correrebbe l’ordine mondiale, concludendo l’avvertimento con la solita peana nei confronti dell’insostituibile guardiano dei valori liberali e democratici, dovrebbe chiedersi le cause di questo stato di cose e quali siano state le responsabilità d’addebitare alla politica americana, sin dal lontano crollo del sistema di Bretton Woods (sospensione convertibilità 71). Bisognerebbe opportunamente soffermarsi su quell’avidità di denaro,  che non solo ha concorso nel tempo a far di questo sgomitante Drago un pericolo per sé e per tutti, ma che ha anche finito per intossicare l’intero universo economico con la sua cartastraccia.

Trump, al di là delle sue sparate demagogiche, sa che non può tirare più tanto la corda con la Cina. Questo caposaldo dei valori liberali, così celebrato dall’Economist,  è caduto per anni in una dipendenza da consumo bulimico a basso prezzo, e la soluzione che pare venga incoraggiata dalla testata britannica per uscire da questa morsa sia quella di eliminare il suo “pusher”, anziché curare la sua patogenesi. Se adotterà il primo rimedio rischia un conflitto di cui nessuno è in grado di prevedere la pericolosità.

The growing danger of great-power conflict

How shifts in technology and geopolitics are renewing the threat

Negli ultimi 25 anni la guerra ha causato troppe vite. Eppure, benché i conflitti civili e religiosi hanno imperversato in Siria, Africa centrale, Afghanistan e Iraq, uno scontro devastante tra le grandi potenze mondiali è rimasto quasi inimmaginabile.

Non più. La settimana scorsa il Pentagono ha emesso una nuova strategia di difesa nazionale mettendo la Cina e la Russia al di sopra del jihadismo come la principale minaccia per l’America. Questa settimana il capo dello stato maggiore della Gran Bretagna ha avvertito di un attacco russo. Persino ora l’America e la Corea del Nord sono pericolosamente vicine a un conflitto che rischia di trascinarsi in Cina o di degenerare in una catastrofe nucleare.

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Mariana Mazzucato: La riscoperta della creazione della ricchezza da parte del sistema pubblico

30 gennaio 2018

Gli economisti appartenenti alla scuola di Mariana Mazzucato, i “Teorici Evolutivi” (Kelton, Haldane, Lazonick, Wray, Jacobs, etc.) fondano la loro tesi su alcuni principi che sono esattamente l’opposto rispetto ai quali si basa l’attuale corso ortodosso (neoliberista):

  1. la creazione dei valore economico è data mediante un processo collettivo;
  2. la forza trainante della crescita economica e dello sviluppo sono gli investimenti sia pubblici che privati, ma nel caso specifico il ruolo del pubblico è fondamentale (ricerca di base), poiché solo esso è in grado di sopportare i fallimenti che possono derivarne;
  3. il ruolo dello Stato deve essere proattivo, anziché solo distributivo e regolativo, ribaltando in questo modo la sua funzione “passiva” che gli assegna l’attuale tesi dominante, ossia quella di “fixer”, cioè di “riparatore” dei fallimenti privati, che è costata circa 3 trilioni di $ provenienti dalle tasche di semplici cittadini incolpevoli (USA; Europa, Giappone) a seguito della crisi del 2008 per coprire le perdite generate da un supposto mercato autosufficiente;
  4. infine, lo Stato deve essere inteso come volano propulsivo, attraverso cui i privati in un libero mercato nel tempo possano cogliere l’opportunità di moltiplicare il valore di base.

In questi quattro punti si possono trovare analogie con la politica economica dei Democrats americani, a partire dal New Deal di F.D. Roosevelt, passando per la New Frontier di J.F. Kennedy, fino alla Great Society di L. Johnson. Il Labour Britannico sta valutando l’opzione d’inserire questo nuovo paradigma nel prossimo Manifesto di politica economica.

Mariana Mazzucato | Rediscovering public wealth creation

Public value does not mean simply redistributing existing wealth or correcting issues affecting public goods. Instead, it means co-creating value in different spaces, says Mariana Mazzucato

Al culmine del nuovo anno, un dibattito decennale tra gli economisti si sta nuovamente riaccendendo: l’austerità aiuta o danneggia la crescita economica? In generale, gli antagonisti si dividono in due campi: i conservatori che chiedono una spesa pubblica limitata, e quindi uno Stato più contenuto; e progressisti che sostengono una quota maggiori d’investimenti in beni e servizi pubblici, come infrastrutture, istruzione e assistenza sanitaria.

Certamente, la realtà è più complessa più di quanto implichi questa semplice demarcazione, e persino le istituzioni ortodosse come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) sono giunti alla conclusione che l’austerità può essere controproducente. Come sosteneva John Maynard Keynes negli anni ’30, se i governi tagliassero le spese durante una crisi, una recessione di breve durata può diventare una vera e propria depressione. Questo è esattamente quello che è successo durante il periodo di austerità in Europa dopo la crisi finanziaria del 2008.

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L’insostenibile peso delle disuguaglianze

27 gennaio 2018

(di Giorgio Abonante e Giorgio Laguzzi)

Se si dovesse riassumere in una frase abbastanza evocativa il mantra del pensiero economico che ha goduto di più ampio consenso negli anni passati, anche in ambienti riformisti, forse non si potrebbe scegliere proposizione migliore della seguente:

“Liberiamo maggiormente le energie del mercato e lasciamo che esso guidi la crescita economica. Non curiamoci più di tanto se questo processo accentua le diseguaglianze economico-sociali tra i diversi ceti. Se la marea sale, sale per tutti: sia ricchi sia poveri.”

Questo modello della marea per tutti (che nel gergo tecnico risponde al nome di trickle down) è andato incontro ad una serie di critiche negli ultimi decenni; critiche dapprima relegate principalmente nell’ambito accademico, ma che via via si sono fatte strada anche in ambienti meno ristretti, soprattutto per via della crisi che ha colpito l’Occidente a partire dal 2008 e che ha conseguentemente messo in discussione i modelli economici più ortodossi.

Il modello della marea per tutti ha goduto di un certo successo perché si fondava sull’idea che tra crescita economica e redistribuzione di ricchezza fosse necessaria una sorta di compromesso (trade-off), come se le due cose fossero sempre necessariamente in tensione tra loro. Ma è davvero così?

Forse le cose stanno un po’ diversamente, e soprattutto esistono contesti in cui in realtà le diseguaglianze sociali possono diventare un serio ostacolo alla crescita, soprattutto sul medio-lungo periodo. Molti lavori di diversi esperti sono andati in questa direzione negli ultimi decenni, quali ad esempio Atkinson [2], Rodrik [8], Franzini [4], Saraceno [8], Piketty [7], Stiglitz [10], Crouch [3], solo per citarne alcuni.

E` proprio vero, dunque, che in ogni circostanza, liberare le “energie dei migliori” porta ad una crescita economica ampia e della quale anche gli ultimi possono godere?

Per iniziare utilizziamo ancora una volta la forza comunicativa del linguaggio metaforico, per presentare un paradigma opposto rispetto alla “marea per tutti”.

“Immaginate la nostra società come composta da tanti individui in fila uno per uno, ordinati dai “migliori” ai “peggiori”, impegnati in una corsa di gruppo; ogni individuo è legato al precedente e al successivo mediante una corda elastica. Gli individui nelle prime file hanno ovviamente il compito di tirare il gruppo, e di scegliere il ritmo a cui correre. Ma se essi iniziano a correre troppo velocemente rispetto agli altri, allora gli ultimi potrebbero via via iniziare a cadere esausti e diventare un peso per i primi; peso che potrebbe via via accrescere al punto tale da portare anche i primi della fila a non essere più in grado di avanzare. L’eccesso di libertà e di individualismo lasciata ai primi si è ritorta contro l’intero gruppo, portando ad una stagnazione.” Leggi tutto…

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