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Jeremy Corbyn (Jez), il passo più difficile

20 settembre 2017

New Statesman, Economist, Financial Times (UK), The New Yorker (USA)

Un cara e vecchia amica mi scrive dall’Inghilterra: “Jez is our last hope” (Jez [Jeremy Corbyn] è l’ultima nostra speranza).  Può darsi, le rispondo, ma affinché la speranza si traduca in realtà si rende necessario un progetto politico fattibile che non può ridursi all’enfasi rivendicativa e ribellista con la quale fino a ora Jez ha respinto la rinnovata offensiva neoliberista e conservatrice condotta da Theresa May, culminante con le elezioni anticipate dello scorso giugno. In ragione di ciò, calza perfettamente l’analogia che riproduce Michael Chessum sul New Statesman, la quale, sebbene possa essere giudicata impropria per la sua dose di “crudeltà”, nella sostanza riproduce uno scenario non molto dissimile rispetto a quanto avvenuto in passato in occasione di ampie popolari manifestazioni di sdegno che si tradussero con governi liberamente eletti con un orientamento radicale di sinistra. Egli mette in comparazione la resa di Allende, il suo sacrificio, al losco potere geo-strategico ed economico americano degli anni 70 in confronto a quello che potrebbe accadere domani in Inghilterra dopo un’ipotetica vittoria dei Labouristi di Jeremy Corbyn. Chessum di questo ne dà una sua lucida spiegazione:

“Se, come sembra sempre più probabile, Jeremy Corbyn diventerà Primo Ministro, è difficile immaginare scene simili al di fuori del 10 di Downing Street. Ma l’anniversario del colpo di stato cileno dovrebbe essere una causa di riflessione per la sinistra. Il progetto Corbyn potrebbe apparire nuovo e unico, ma il governo si troverà ad affrontare le stesse forze enormi che altri governi di simile orientamento politico hanno dovuto affrontare – da Allende in Cile a Syriza in Grecia. Finora, la sinistra britannica non ha fatto quasi nulla per prepararsi a questo fatto.”

Quindi:

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Giorgio Laguzzi: la ricchezza nascosta delle nazioni (1° parte, descrizione del fenomeno)

18 settembre 2017

Da qualche settimana è tornata alla ribalta delle cronache la cosiddetta “web-tax”. Una iniziativa congiunta portata avanti da Germania, Francia, Italia e Spagna alla riunione dell’ECOFIN a Tallinn pochi giorni fa avrebbe portato ad una seria discussione su tale strumento. Il tema affrontato dalla web-tax riguarda ovviamente il tentativo di raggirare i metodi di elusione fiscale da parte dei colossi digitali, quali Facebook, Google, Amazon e Microsoft. Ma il tema dell’elusione fiscale a livello globale, tramite i paesi offshore, ha una origine ancora più antica, ed una base molto più ampia, della quale i colossi statunitensi rappresentano solo una parte, seppur considerevole. Uno degli studi più dettagliati su questo tema è stato portato avanti da Gabriel Zucman, i cui risultati sono contenuti nel suo saggio The hidden wealth of nations [2], a cui il titolo dell’articolo si ispira.
In questa prima parte dell’intervento ci soffermeremo sul valutare lo stato dell’arte, cercando di capire le stime dei patrimoni offshore, di valutare l’ammanco che questi portano in termini di gettito fiscale, e di comprendere alcune tecniche di elusione. Nella seconda parte (che uscirà a breve in un secondo articolo) ci concentreremo sull’analisi delle possibili soluzioni, partendo dai limiti delle misure portate avanti in passato.

Lo stato dell’arte

Per inquadrare il problema nella sua giusta dimensione, Zucman elabora una stima dell’ammontare di capitali detenuti in Svizzera e negli altri paradisi fiscali, arrivando a calcolare nell’8% del totale dei patrimoni globali la quantità detenuta offshore. Nel dettaglio egli stima la suddivisione come segue:
6.900 miliardi € detenuto offshore (pari appunto a circa l’8% del patrimonio finanziario globale, stimato intorno a 87.000 miliardi €), di cui circa 2.100 miliardi € in Svizzera e 4.800 miliardi € in altri paradisi fiscali. Di questi 6.900 miliardi soltanto circa 1.400 miliardi € risultano dichiarati. La perdita totale in termini di gettito fiscale stimata si aggira intorno ai 170 miliardi €, così suddivisi: 110 miliardi € di imposte sul reddito, 50 miliardi € di tasse di successione, 10 miliardi € di imposte patrimoniali.
La parte detenuta offshore in Svizzera viene a sua volta stimata da Zucman essere suddivisa come segue:
Detentori di conti svizzeri:
proprietari dalla UE: 1.200 miliardi € (Germania: 240 mld €, Francia 220 mld €, Regno Unito 130 mld €, Italia 130 mld €, Spagna 100 mld €, Altri: 380 mld €)
• proprietari dall’Asia: 200 miliardi €
• proprietari dagli USA: 60 miliardi €
• proprietari dal Canada: 40 miliardi €
• proprietari dall’America Latina: 200 miliardi €
• proprietari dalla Federazione Russa: 60 miliardi €
• proprietari Paesi del Golfo: 200 miliardi €
Investimenti
Fondi di investimento Lussemburghesi: 700 miliardi €
Fondi di investimento Irlandesi: 200 miliardi €
• Azioni globali (Statunitensi, ecc. ): 500 miliardi €
• Obbligazioni globali: 500 miliardi €
• Depositi, altro: 200 miliardi €

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Wall Street Journal (USA): Nord Corea e le opzioni per rimuovere Kim Jong Un

7 settembre 2017

Ciò che mi preoccupa è che non ci sia alcuna speranza di sopravvivenza per la  famiglia Kim, stretta tra l’aggressivo capitalismo di mercato di Seul e il capitalismo dirigista di partito di Pechino. Un paese governato per circa 70 anni da una minuscola élite su cui torreggia una dinastia che ha sempre esercitato – sin dal suo fondatore Kim il-sung – un potere patriarcale e paternalistico accompagnato da una spietata e brutale repressione e che non può reggere all’azione insistente esercitata dalla post-modernità. Prima o poi cadrà. Si, d’accordo, ma come cadrà? Invaso dai suoi “cugini” cinesi, come sembra augurarsi Bill Emmott – l’ex direttore del The Economist, grande esperto in materia di Far-East – oppure piegato dai suoi “fratelli” sudisti? La terza ipotesi è che si arrivi a un suicidio collettivo: il che non è da escludere a priori. Di tutti gli articoli che ho letto sulla stampa anglosassone, quello pubblicato dal WSJ a me sembra il più “ragionevole”. “Ragionevole”, nel senso che offre una soluzione pragmatica percorribile.

(WSJ) Options for Removing Kim Jong Un

The U.S. has never used all of its tools to topple the North Korean regime.

By The Editorial Board

SEUL: Domenica la Corea del Nord ha condotto il suo sesto esperimento nucleare, facendo detonare una bomba 10 volte più potente rispetto all’ultimo test compiuto l’anno scorso. Il governo sudcoreano afferma che Pyongyang sta preparando per la terza volta il lancio di un missile balistico intercontinentale. I test [condotti dai nordcoreani] sottolineano quanto l’intelligence statunitense abbia sottovalutato il loro progresso nucleare, ciò renderà le città americane vulnerabili all’attacco.

L’usuale ritornello degli esperti di politica estera è che il mondo non intravede altro che due opzioni opposte: la guerra o l’acquiescenza. La politica impostata e ripetuta dall’Amministrazione Trump, si appella alla Cina in modo tale che questa costringa la Corea del Nord a rinunciare al suo programma nucleare, nonostante le evidenze secondo cui i leader cinesi non vogliono aiutare [i nordcoreani] e Kim Jong Un potrebbe non prendere in considerazione i loro ordini.

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Giorgio Abonante: sui costi di iscrizione alla refezione scolastica

24 agosto 2017

Mi permetto di segnalare qualche dato e fare qualche considerazione per una valutazione critica sul tema oggetto della protesta, comprensibile ma da trasformare in proposte concrete. Quel che segue vuole essere un breve approfondimento per aiutare tutti a ragionare e formulare ipotesi di miglioramento del sistema. Ma la risposte oggi devono arrivare dare dall’attuale maggioranza.

A seguire, un confronto delle tariffe per la refezione scolastica tra alcuni capoluoghi del nord ovest. Siamo assolutamente in linea con gli altri capoluoghi. Segnalo tra l’altro che la retta di iscrizione è commisurata al reddito per chi presenta l’ISEE.

Noi abbiamo la retta di iscrizione è vero, che pochi Comuni hanno, ok… in ogni caso, se spalmiamo anche 150 euro (il max) sui circa 200 giorni di scuola fanno meno di 1 euro al giorno, che aggiunti alla cifra del buono pasto giornaliero portano il costo per le famiglie residenti ad Alessandria in linea con il costo di chi vive a Novara, e inferiore a quelli di Pavia, Vercelli, Piacenza.

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Mariana Mazzucato: l’insostituibile ruolo del “pubblico” nel processo innovativo tecnologico e la fallacia di alcune leggende. The World University Rankings (UK) interview by Hilary Lamb

19 agosto 2017

Riprendendo le analisi di Torstein Veblen e Joseph Schumpeter, l’economia evolutiva moderna, di cui Mariana Mazzucato è uno degli esponenti più autorevoli, ha contribuito in modo chiaro ed evidente a illustrare come le imprese agiscano con razionalità limitata in circostanze d’incertezza quando i mercati tendono allo squilibrio e il cambiamento è influenzato dalla storia pregressa (path-dependent). L’economista italo-americana propone una teoria eterodossa in merito al rapporto che sussiste tra “pubblico” e “privato” nell’ampio campo dell’innovazione tecnologica.

Mariana Mazzucato è un economista italo-americana. Attualmente è titolare della cattedra alla RM Phillips nell’economia dell’innovazione presso l’Università del Sussex, precedentemente ha lavorato presso l’Università di Denver, l’Università Bocconi e l’Open University. Il suo libro The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths . L’opera è stata inserita nell’elenco dei libri dell’anno 2013 dal Financial Times. Si è iscritta all’Università di Londra per istituire un nuovo istituto all’interno della facoltà Bartlett della Built Enviroment: l’Istituto per l’innovazione e la finalità Pubblica.

Dove e quando è nata?
Sono nata a Roma nel 1968, ma mi sono trasferita negli Stati Uniti con la mia famiglia quando avevo quattro anni.

Come tutto ciò ha inciso su di lei?
In Italia non mi sento italiana. Negli Stati Uniti non mi sento americana. In Inghilterra, non mi sento britannica. Mi sento molto internazionale, e a Londra mi sento molto a casa mia. Ma questo è anche il motivo per cui i dibattiti temibili sui “muri” negli Stati Uniti o nel Regno Unito mi deprimono particolarmente.

Cosa pensa di raggiungere con l’Istituto per l’innovazione e la finalità pubblica?
L’obiettivo del IIPP [Institute for Innovation and Public Purpose], di cui sono fondatrice e direttrice all’UCL [University College London], è quello di ripensare il ruolo del settore pubblico, e in particolare la nozione di valore pubblico, in un’era in cui il ruolo dello Stato è stato visto al meglio come un correttore di problemi, non come agente chiave per co-creare un nuovo tipo di economia. L’UCL è un luogo perfetto per questa impresa, con la sua storia veramente radicale e la sua attuale attenzione alle “grandi sfide” e a un deciso cambio di marcia.

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Joseph Stiglitz: “Perché il taglio delle tasse per i ricchi non risolve alcunché”

12 agosto 2017

Questo breve articolo, vergato dal laureato Nobel Joseph Stiglitz, sulla inconsistenza riguardo alla riduzione delle aliquote fiscali in funzione della crescita economica, dovrebbe essere letto da parte di coloro che da anni perorano la “flat tax” come la panacea di tutti i mali dell’economia nazionale. Così come sarebbe fruttuoso far proseguire a questa succinta spiegazione l’interessante saggio dell’economista francese Gabriel Zucman, “La ricchezza nascosta delle Nazioni[1], dal quale si evince il ruolo interpretato dalle Banche Svizzere nel dirottare presso i paradisi fiscali somme enormi di proprietà di cittadini non residenti nella Confederazione, pari a circa 2.100 miliardi di euro, quasi tutti sottratti al fisco dei paesi occidentali (Italia 150 miliardi).  Argomento artatamente celato dalla destra liberale, ma che per altro non trova grande spazio comunicativo anche a sinistra, men che meno come tesi di lotta politica: questa sempre più incardinata sui diritti civili o sulle questioni “umanitarie”. Salvo poi, piagnucolare sulle supposte sconfitte “immeritate”.

Why Tax Cuts for the Rich Solve Nothing

By Joseph Stiglitz

AUG 1, 2017 | INCOME & WEALTH | GOVERNMENT FINANCE |INSTITUTIONS, POLICY & POLITICS

Back-room deals on corporate tax reform won’t increase growth

NEW YORK (Project Syndicate) Sebbene i plutocrati di destra americani potrebbero non essere d’accordo su come classificare i principali problemi del paese – ad esempio, la diseguaglianza, la crescita lenta, la scarsa produttività, la dipendenza dagli oppiacei, le scuole degradate e le infrastrutture peggiorate – la soluzione è sempre la stessa: riduzione delle imposte e deregolamentazione, al fine di “incentivare” gli investitori e “liberare” l’economia.

Il presidente Donald Trump sta contando su questa politica per far sì che l’America diventi “great again”.

Non lo farà, perché tale scelta non produsse in passato alcun risultato. Quando il presidente Ronald Reagan la provò negli anni ’80, egli sostenne che i ricavi fiscali sarebbero aumentati. Invece, la crescita rallentò, le entrate fiscali diminuirono e i lavoratori pagarono un prezzo. I grandi vincitori in termini relativi furono le imprese e i ricchi che beneficiarono di drastiche riduzioni [fiscali].

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Giorgio Laguzzi: CETA, Oltre pensiero angelico e sospetti demoniaci (2° puntata)

8 agosto 2017

Investment Court System

Brevemente chiamato nel seguito ICS, l’Investment Court System è sostanzialmente il sistema previsto nel CETA per la risoluzione di contenziosi tra investitori e Stati sovrani.  Tale sistema previsto nell’accordo UE-Canada è nato per migliorare l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), ovvero il sistema di risoluzione dei contenziosi utilizzato nei precedenti trattati di libero scambio.

La ragione principale per cui vi è stata una certa pressione per cambiare l’ISDS all’interno dei nuovi trattati di libero scambio in fase di discussione (CETA, TTIP) è stata la necessità di trovare un sistema che impedisse alcune storture che erano state generate. In particolare, la nota più dolente era rappresentata dai molti contenziosi sollevati da compagnie multinazionali principalmente per ottenere cospicui risarcimenti economici derivanti da presunti “danni per perdita di profitto legittimamente atteso” per via di alcune misure approvate dai Governi e dai Parlamenti nazionali. A guisa di esempio, si ricordi il caso della Philipp Morris International, la quale aprì un contenzioso contro l’Uruguay per la misura presa di applicare sui pacchetti di sigarette le immagini e le scritte ben note per disincentivare il fumo e sottolineare i danni che esso causa; la richiesta di risarcimento ammontava a 25 milioni di dollari. Oppure, per citare un caso che coinvolse direttamente l’Unione Europea, il contenzioso tra Germania e Vattenfall, il colosso energetico svedese; la richiesta di risarcimento in questo caso ammontava a €1,4 miliardi, per via di alcune misure adottate dal ministro dello sviluppo e dell’ambiente della Città di Amburgo. Il caso si risolse nel 2011 e la Città di Amburgo fu costretta a rinunciare a parte delle misure di protezione ambientale che aveva precedentemente deliberato.

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