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Gli errori del Ministero dell’Interno sul modello di accoglienza

24 gennaio 2018

di Giorgio Abonante (consigliere comunale di Alessandria) e Renzo Sacco (operatore sociale)

In queste settimane le Prefetture stanno predisponendo e pubblicando le gare d’appalto per la scelta dei gestori dei centri di primo soccorso e accoglienza temporanea degli stranieri richiedenti asilo. Primo passo fondamentale che determina il modello di accoglienza sui territori sulla base di indicazioni fornite dal Ministero alle quali le Prefetture devono adeguarsi. Sono proprio queste indicazioni a lasciarci alquanto perplessi e che intendiamo discutere pubblicamente. Nell’allegato che definisce le specifiche tecniche richieste ai gestori la struttura che ospita poche unità deve avere la stessa dotazione di personale prevista per chi ne ospita molti di più, per intenderci: gli scaglioni individuati obbligano chi ospita 5 persone ad avere la stessa dotazione di personale di chi ne ospita 50, chi 51 ad avere una struttura identica a chi ne ospita 150….e così via. Questo  vale per tutte le professionalità richieste dal bando,  psicologo, assistente sociale, mediatore linguistico ecc, inoltre alcune di queste risultano essere assolutamente anomale e immotivate.

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Guadagni privati e perdita pubblica The New Statesman (UK)

22 gennaio 2018

In questa campagna elettorale si sente frequentemente da parte degli esponenti del centro-destra riparlare in modo enfatico di supposta centralità del modello ”privato”, posto quasi sempre in opposizione a quello “sociale”. Cosi come essi rifiutano il principio etico inverato nella progressività del sistema tributario, allo stesso modo sostengono che un maggior tasso di privatizzazione dell’offerta pubblica, come una bacchetta magica, riduca gli sprechi, elimini la corruttela e aumenti l’efficienza dei servizi. Anche in questo caso, così come per quello precedente, si tratta nientemeno che di mere suggestioni. Non vi è alcuna evidenza empirica che conforti tale opinione. Per converso, la certezza del contrario e ben documentata.

Proprio in questi giorni, ci capita di assistere alla bufera politica che sta fustigando il Regno Unito, a causa di una serie di contemporanee consistenti perdite patrimoniali, nonché veri fallimenti, accusate e dichiarati dai più importanti contractors privati nazionali fornitori di beni pubblici, tra cui spicca per magnitudo la bancarotta della Carillion (una sorta di mega CONSIP).

Dal primo governo Thatcher fino all’ultimo conservatore della May, con la fattiva compiacenza del periodo labourista Blair-Brown, in maniera progressiva, la dispensa dell’offerta pubblica (istruzione sanità, prigioni infrastrutture civili, trasporti, utilities) è passata in gran parte in mano privata, sottratta al management locale o allo Stato. Oltre aver pagato per più di tre decenni tariffe decuplicate e servizi peggiori, oggi i cittadini inglesi sono costretti ad aprire nuovamente i propri borsellini – dopo già il corposo esborso volto a salvare le grandi banche a capitale privato – per  ripianare una voragine che nessuno ha il coraggio, e soprattutto il pudore, di stimare. Si presume che ammonti a una cifra pari a qualche decina di miliardi di sterline, senza contare il probabile licenziamento di 20.000 lavoratori.

Quindi, si deve tornare al “pubblico”? Si, la gestione e la dispensa dei beni collettivi deve essere affidata principalmente alla pubblica amministrazione – come ha affermato Jez Corbyn nel suo short video – ma attenzione, precisa il leader labourista, purché con essa si accompagni un nuovo ethos, ossia: senso di responsabilità (accountability) disciplina di bilancio, trasparenza e controllo indipendente (audit). Come dire: poca ideologia e tanto pragmatismo.

Private gain, public loss

The government’s carelessness has deepened the consequences of Carillion’s collapse.

Fino a poco tempo fa, pochi al di fuori del mondo opaco degli appalti avevano sentito parlare di Carillion. Ma la compagnia di costruzioni, che è stata messa in liquidazione il 15 gennaio, è profondamente immersa nella sfera pubblica. Oltre a fornire 11.500 letti ospedalieri e 32.000 pasti scolastici, l’azienda – che impiega 20.000 lavoratori nel Regno Unito – fu responsabile della costruzione del collegamento ferroviario ad alta velocità 2, degli ospedali Royal Liverpool e Midland Metropolitan e della biblioteca di Birmingham. Svolse attività di manutenzione per 50.000 residenze militari, metà delle carceri britanniche e anche per le istituzioni [incaricate alla custodia e recupero] dei giovani coinvolti in atti criminali. Al momento della sua scomparsa, avendo assorbito altre imprese tra cui Alfred McAlpine, Mowlem e parte della Tarmac, Carillion, era responsabile di 450 contratti finanziati dai contribuenti.

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Alessandria, domani

20 gennaio 2018

Giorgio Abonante Partito Democratico, Fabio Camillo Liberi e Uguali, Giorgio Laguzzi Partito Democratico e Paolo Marchelli

Dove andiamo? Un’amica (Cristina) recentemente, attraverso i social, ha posto a noi e ad altri politici locali la domanda delle domande: che fare per offrire una prospettiva di sviluppo ad Alessandria? ​L’ha posta in modo secco con un “diamoci una sveglia” e ha tutte le ragioni per dirlo anche se è chiaro, e lei lo sa bene, che una prospettiva di sviluppo a breve non è facile da disegnare. Vale sicuramente, l’imperativo, per non perdere altro tempo in un momento in cui Alessandria inaugura un periodo che chissà quando mai tornerà: l’arrivo di oltre cinquanta milioni di euro – tra  fondi statali CIPE sulla Cittadella, POR FESR sempre sulla Cittadella (e vedremo se anche ex Ospedale militare) e Bando Periferie sull’asse est – è un’occasione da cogliere subito.

Ma come?

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Joseph E. Stiglitz L’economia nel futuro, tra ripresa nel breve e rischi nel lungo

16 gennaio 2018

Se partiamo dall’assunto che oggi l’economia reale è preda delle scommesse finanziarie – tesi oramai indubitabile – non possiamo che essere d’accordo con Joe Stiglitz su ciò che sarà la sua evoluzione futura: scontata incertezza. Infatti, oggidì non ci resta altro che fare previsioni con gli occhiali della finanza. Purtroppo, quelle lenti c’ingrandiscono segnali contraddittori, difficilmente decifrabili. Nonostante i tre aumenti consecutivi dei tassi operati l’anno scorso dalla FED (Banca Centrale Americana), il differenziale di rendimento dei Treasury Bond USA (titoli di Stato) che sussiste tra la scadenza biennale e quella decennale è appena di mezzo punto percentuale.  Questo minimo scarto disegna lo stesso appiattimento della curva dei tassi che si rilevò nel 2007 quando il mercato azionario raggiunse il suo vertice massimo, qualche mese prima della grande crisi. Uno scenario per nulla incoraggiante, da cui si deduce che l’economia si sta muovendo verso la fine del ciclo, inducendo gli investitori ad assumersi meno rischi. Per converso, continua lo sfoggio delle società tecnologiche e di quelle che vendono prodotti di largo consumo. Statisticamente, tale crescita ci suggerisce che è quasi sempre posizionata nella fase di mezzo del ciclo, e che quindi ci sarebbero ancora margini di miglioramento. Sennonché, le conclusioni di Joe Stiglitz non sono affatto confortanti, per altro del tutto condivisibili.

The Global Economy’s Risky Recovery

Dec 20, 2017 JOSEPH E. STIGLITZ

NEW YORK – Un anno fa, previdi che l’aspetto più distintivo del 2017 sarebbe stata l’incertezza, alimentata, tra le altre cose, dall’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti e dal voto del Regno Unito riguardo l’uscita dall’Unione Europea. L’unica certezza, a quanto pareva, era proprio l’incertezza, e che il futuro poteva configurarsi come uno scenario molto disordinato.

Nel corso del 2017, come previsto, Trump si è dimostrato in ogni occasione tronfio e irregolare. Chiunque avesse prestato attenzione solo ai suoi incessanti tweet avrebbe potuto pensare che gli Stati Uniti fossero in bilico tra una guerra commerciale e una guerra nucleare. Trump insultò la Svezia un giorno, l’Australia il successivo, e poi la UE, inoltre sostenne i neonazisti in patria. I membri del suo governo plutocratico si rivaleggiano tra loro in termini di conflitti d’interesse, d’incompetenza e di pura cattiveria.

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L’inganno della Flat Tax

12 gennaio 2018

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Tasse alte? La propaganda della Lega e le proposte che dovrebbe avanzare il PD.

di Giorgio Abonante, Franco Gavio, Giorgio Laguzzi

Non vi è mai capitato di essere follemente attirati da un particolare cibo, pur sapendo che consumandolo vi procurerebbe un forte mal di stomaco. Di norma, una persona sensata si asterrebbe dal mangiarlo onde a evitare fastidiosi malesseri. Bene, qualora voleste uscire da quest’allegoria, possiamo affermare con sicurezza che accadrebbe qualcosa di simile nel caso in cui dovesse essere promulgata la flat tax o meglio dire la “tassazione a forfeit”. Ovviamente, quando si parla di questo tipo d’imposta diretta non progressiva, essa è normalmente associata a una corposa riduzione del carico fiscale personale, poiché emanata con un’aliquota minore rispetto alla media generale. Ciò solletica l’attenzione di tutti, e quindi diventa un’arma micidiale da brandire in ogni confronto elettorale. Qualora una famiglia avesse l’opportunità d’incamerare una parte suppletiva del proprio reddito non tassato riceverebbe un corposo bonus annuale da parte del Governo. Normalmente, la metà di tale somma sarebbe risparmiata, e il resto speso. Quindi, non è del tutto vero che l’intero ammontare alimenterebbe il ciclo economico virtuoso. Solo la metà.

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“Non siamo spazzatura!”

7 gennaio 2018

Per evitare equivoci, sappiamo bene quanto sia difficile intervenire sul sistema della raccolta rifiuti in una città in cui fatica a decollare quel necessario senso civico, senza il quale nessun metodo è destinato a funzionare. Ma, dalla fine del 2016, si era deciso e deliberato il ritorno al porta a porta, partendo dalla zona Fraschetta, proprio per riprendere un lento ma deciso cammino verso una maggior responsabilizzazione della comunità alessandrina. Controllo sociale e graduale riduzione della raccolta stradale tendono a rendere le città più pulite.

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Michael Jacobs, Una nuova forma di capitalismo (Fabian Society UK)

5 gennaio 2018

Dopo l’utopia di John Quiggin[1], l’animosità radicale di Colin Crouch[2], le puntualizzazioni di Dani Rodrik[3], il “protestantesimo” di Steve Keen[4] immergiamoci ora nel pensiero critico di Michael Jacobs[5]. Secondo l’economista britannico d’orientamento labourista – egli fu uno dei consiglieri più ascoltati dell’ex PM Gordon Brown – l’attuale  paradigma che sovra intende il capitalismo non deve essere del tutto deradicato, bensì piegato alle esigenze di un interesse collettivo. Pur rimanendo fermo nella sua opposizione alla dottrina neoliberista, Jacobs – il quale appartiene a quella scuola di pensiero che potremmo definire con il termine “innovatori”, di cui fanno parte, con qualche distinguo, economisti del calibro di Mariana Mazzucato, William Lazonick, Stephanie Kelton, Andrew Haldane e Randall Wray – rivalorizza la funzione della governance pubblica, non più intesa come soggetto puramente distributivo, bensì come agente di stimolo e d’incentivazione alla creazione di processi innovativi sostenibili e per mezzo dei quali generare un benessere diffuso ed equo. Le diverse sfumature concettuali che ruotano intorno questa tesi sono ben delineate negli undici saggi presenti nell’opera “Ripensare il capitalismo[6] a cura dello stesso autore e della Mazzucato.

Proponiamo alcuni stralci relativi alla seconda parte del long read pubblicato sul sito della Fabian Society, ove l’economista londinese enumera i cinque punti attraverso cui si rende indispensabile riportare la politica economica nella sfera della normalità. La tesi di Jacobs si fonda sulla improcrastinabilità di tale scelta, al punto da essere condivisa – secondo il suo parere – da una parte dell’entourage conservatore britannico. Argomentazione che non convince del tutto alcuni ambienti dell’intellighenzia labourista, i quali sostengono che il presunto “ammorbidimento” è la conseguenza dell’attuale linea di lotta adottata dalla leadership del partito, sostenuta dai ceti popolari e dalla maggioranza del voto giovanile. Per dirla in altro modo: non è null’altro che la riedizione della tesi marxiana sulla complementarietà tra teoria e prassi. Ciononostante, le proposte di Jacobs risultano essere interessanti, e sebbene siano declinate sul caso inglese, si possono interpretare anche in chiave generale.

A new form of capitalism

Michael Jacobs

03 January 2018

Our current economic system is in crisis and it is time for fundamental reform, writes Michael Jacobs

….Quindi a che cosa assomiglierebbe un capitalismo “riformato”?

In primo luogo, sarebbe governato da una visione sociale e politica molto più chiara, ciò che l’economia ha come scopo. La crescita del PIL è ora una misura scarsamente indicativa della prosperità. Questo non è più associato a guadagni crescenti; non tiene conto del lavoro non retribuito o del danno ambientale; non misura la disuguaglianza. Quindi, abbiamo bisogno di un metro di valutazione migliore per il nostro benessere individuale e sociale. In un’economia riformata valuteremo i beni sociali – l’istruzione, la salute, l’assistenza sociale, la cultura, le città vivaci e i paesaggi meravigliosi – tanto quanto i beni per il consumo individuale. Saremmo preoccupati per la salute mentale delle persone sul posto di lavoro e per la loro produttività; conseguiremo un migliore equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, nonché porremo termine [le differenze] di genere e la discriminazione razziale. La distribuzione del reddito e della ricchezza sarebbe al centro della nozione di prosperità della società, così come quella di produzione. E avremmo bisogno di garantire che le basi ambientali dell’economia, su scala globale, siano sostenute in modo sostenibile. Solo un ampio dibattito pubblico su questi obiettivi può garantire che essi diventino il fondamento di una nuova economia.

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