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Giorgio Abonante: le modifiche al regolamento per l’assegnazione degli alloggi di riserva per l’emergenza abitativa.

20 novembre 2017

La posizione e il contributo del gruppo consiliare del Pd, Comune di Alessandria.

Nei giorni scorsi è stato dibattuto e votato in aula il nuovo regolamento per l’assegnazione delle case per emergenza abitativa. La maggioranza ha voluto introdurre un criterio fortemente premiale per anzianità di residenza nel Comune di Alessandria con punteggi a crescere. Meccanismo a nostro giudizio di dubbia legittimità perché non previsto della normativa regionale ma, soprattutto, penalizzante per chi vive una vera condizione di disagio.

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Gordon Brown: Esiste un modo per mettere al bando i paradisi fiscali, e io personalmente dirò ai leader mondiali come fare (The New Statesman UK)

16 novembre 2017

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Il noto politologo statunitense democrats Robert Reich nel suo settimanale video “Resistance Report”, oltre a dipingere gli scenari politici americani, nelle sue conclusioni consiglia spassionatamente ai suoi 150.000 visitatori che, non solo nell’agire politico ma anche nel comprendere la politica, bisogna sempre “connect the dots”, cioè “connettere o collegare i punti”. Questa comune forma idiomatica inglese si può tradurre in italiano con l’espressione “valutare con uno sguardo onnicomprensivo”. Il non farlo, sostiene l’accademico di Berkeley, preclude sia al cittadino elettore il vagliare con accuratezza le offerte politiche, sia all’attore delle proposte l’agire con scrupolo e onestà intellettuale. Non sappiamo se il suo “connecting the dots” abbia avuto una sua influenza nel far deragliare la riforma sanitaria di Trump. Però, l’unica cosa di cui siamo certi è il fatto che Reich abbia utilizzato più volte questa espressione idiomatica per concorrere a “salvare” l’Obama-care. In quel caso specifico, “connecting the dots” significava per Reich che entrambi i protagonisti del teatro politico (elettori, candidati e rappresentanti istituzionali) non devono prendere come oro colato alcune supposte considerazioni miranti a giustificare la drastica riduzione delle risorse in materia di sanità pubblica come soluzione di per sé ineludibile. Sentiamo spesso parlare, affermava l’ex ministro del governo Clinton, di una presunta inefficacia dell’offerta pubblica in questo settore rispetto a quella privata, di un inarrestabile invecchiamento della popolazione, di una “dispersione” eccessiva dei presidi sanitari. Motivazioni di natura statistica e microeconomica che apparentemente scagionerebbero quei partigiani (sinceri o meno) dalla colpa di essere sempre frettolosamente proni verso la non procrastinabile “razionalizzazione” della spesa, spesso intesa come “opportuno” bilanciamento tra costi e benefici. Sennonché, arguisce Reich, quelle stesse autorità istituzionali che perorano l’inevitabilità tecnica di certe soluzioni “restrittive” dovrebbero altresì sapere che i ricchi cittadini americani nascondono più di 2 trilioni di dollari (2.000 miliardi) nei paradisi fiscali, i quali se fossero stati legalmente tassati, il resto della popolazione potrebbe godere di una rete di protezione sanitaria pubblica d’eccellenza, meglio di quanto lo sia attualmente l’Obama-care.  I politici in buona fede dovrebbero iniziare a “connecting the dots”, ossia ad agire nell’interesse collettivo, anziché ripetere querule cantilene; invece, coloro in mala fede non sarebbero altro che dei lestofanti come Trump. A supporto di Reich, interviene sull’altra sponda dell’Atlantico una figura assai conosciuta nel panorama socialdemocratico internazionale: l’ex PM inglese Gordon Brown. Il quale, forse per non avere sufficientemente “connected the dots” in materia di sanità pubblica (NHS) nel suo lungo sodalizio con Blair, avendone di conseguenza pagato una sconfitta cocente, fa un po’ ammenda del suo passato e oggi approda alle stesse conclusioni del politologo democrats americano.

There is a way to outlaw tax havens – and I’ll personally tell world leaders how to do it

If a million people sign my open letter to Argentine President Mauricio Macri, chair of the G20, I will personally deliver it to him.

By Gordon Brown

Otto anni fa, in occasione di un vertice del G20 a Londra, cercai di porre fine all’iniquità dei paradisi fiscali globali. Ma, come dimostrano la fuga di notizie sui Paradise Papers, trilioni di dollari stanno ancora sfruttando le nuove scappatoie nei luoghi più rarefatti dell’economia globale per evitare di essere tassati. Una delle ingiustizie più grandi dei nostri tempi è quella di permettere ai più ricchi di rimanere esclusi, mentre il resto di noi (contribuenti) paga per la salute, l’educazione e la protezione per i più vulnerabili.

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Dani Rodrik: salviamo l’economia dal neoliberismo

14 novembre 2017

Dani Rodrik, il politologo americano d’origine turca, celebrato per aver concepito quello che è entrato nella storia della sua disciplina come “il trilemma di Rodrik”[1], al cospetto del dibattito attuale sulla liceità morale del neoliberismo, che coinvolge una gran parte del mondo intellettuale, accademico e scientifico internazionale, non si sottrae al confronto, e lo fa a modo suo postando un long-read (saggio breve) sul forum politico e letterario della prestigiosa Boston Review.

A differenza di Colin Crouch, l’opinione del professore di Harward è più sfumata, meno radicale e improntata a far emergere una posizione che si potrebbe definire prossima al “relativismo”. Sin dalle prime battute del breve saggio, l’autore non manca di farci sapere che ciò di cui oggi, in senso lato,  s’intende come “neoliberismo” – la preferenza del mercato sul governo; la preminenza delle tesi economiche a dispetto delle norme culturali e sociali; la preferenza alla capacità imprenditoriale del singolo rispetto al valore dell’azione collettiva – non è altro che il risultato di uno banale “scivolamento” semantico. In origine, il “neoliberismo”, egli ci illustra, fu concepito all’inizio degli anni 80 come una teoria di tipo liberal – secondo l’accezione americana del termine – la quale “aveva fatto cadere i suoi pregiudizi in favore delle associazioni sindacali, di un governo esteso e contro il mercato e l’apparato militare”. Quindi, nientemeno che l’esatto contrario di quanto tale orientamento economico oggi ossessivamente predica. La ragione secondo cui si è venuta a creare questa incongruenza terminologica, a suo dire, è dovuta al fatto che i principi enunciati non sono di per sé “economicamente” errati, ma lo sono diventati nel momento in cui vennero applicati impropriamente e in modo indiscriminato.

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Giorgio Abonante, Giorgio Laguzzi: il rinnovato entusiasmo per le Regioni e il rischio di una ulteriore marginalizzazione delle Autonomie Locali

31 ottobre 2017

Le deleghe alle Regioni, a partire da quelle degli anni 70, e poi le successive nel corso degli 80, sono state concesse sull’onda di motivazioni principalmente politiche, senza un costrutto tale da potersi integrare con le esistenti funzioni degli enti locali.

Nel federalismo tedesco, per esempio, il principio di solidarietà, esplicitato mediante i trasferimenti di risorse tra i vari Länder, cambierà nel senso di una loro maggior autonomia ma pur sempre con iniezioni di risorse a quelli più deboli attraverso la redistribuzione dell’imposta sul valore aggiunto. La Germania quindi va verso una maggior autonomia finanziaria dei Länder ma con un forte controllo del centro sugli eccessi di spesa e garantendo comunque un sostegno ai meno ricchi. Inoltre, tra i Länder e i Comuni ci sono i Circondari che sono eletti direttamente e hanno importanti competenze in tema di strade e trasporti per esempio.

La gestione delle Regioni rappresenta, invece, una delle cause della crisi istituzionale che l’Italia sta vivendo. Goffredo Buccini ne parlò in modo chiaro e documentato in un libro uscito due anni fa (http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/15_aprile_23/buchi-neri-clientele-scandali-viaggio-fallimento-regioni-ff83d300-e979-11e4-8a77-30fcce419003.shtml).

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Colin Crouch: Può il neoliberismo salvarsi da sé

24 ottobre 2017

Colin Crouch è probabilmente l’analista politico orientato a sinistra – se preferite lo scienziato politico – più interessante di questa prima  frazione di secolo. La sua opera “Post-Democracy”[1] del 2000, il cui titolo ha ormai acquisito una valenza categoriale scientifica, può essere paragonata per valore e brillantezza intellettuale al successo che conservò nel tempo “La Grande Trasformazione”[2] di Karl Polanyi, pubblicata alla fine degli anni 40 del secolo scorso. L’accademico inglese della Università di Warwick in questo ultimo suo long-paper, distribuito recentemente, analizza con lucida spietatezza, non senza qualche sorpresa, la natura intrinseca del neoliberismo nella sua composita sfaccettatura, sia attraverso le lenti dell’economia neoclassica sia come corrente di pensiero socio-culturale.  Di queste settanta pagine ben scritte ve ne proponiamo solamente una, in cui Crouch formula una serie di precise domande rivolte alle attuali leadership di governo occidentali, ma in particolar modo a quelle socialdemocratiche, lasciando trapelare la sensazione che proprio da queste ultime, egli sia stato nel recente passato poco ascoltato.

Ci sarà ancora qualcuno disponibile a rispondergli?

Can Neoliberalism Be Saved From Itself? 55 (Colin Crouch)[3]

In “Buying Time” e in “How Will Capitalism End?” Wolfgang Streeck ha sostenuto che la trappola dell’indebitamento potrebbe minacciare il modello del capitalismo a cui ci siamo abituati: quella dipendente dal consumo di massa. Questa non è l’unica forma storica di cui il capitalismo si è impossessato. Fino alla metà del XX° secolo la quasi totalità della popolazione poteva permettersi solo prodotti di base: cibo, vestiti, alcuni pezzi di mobili. Le opportunità che ebbero i capitalisti d’innovare e produrre merci di mercato dipesero dal consumo di piccoli, ma costosi, beni di lusso da parte dei numerosi acquirenti aristocratici e borghesi. Una delle ragioni per cui le élite pre-democratiche resistettero in modo così forte alle richieste della crescente classe lavoratrice industriale fu che esse non seppero come un’economia simile potesse produrre abbastanza ricchezze per aumentare gli standard di vita generali.

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Giorgio Abonante, Giorgio Baracco, Franco Gavio, Giorgio Laguzzi, Silvia Robutti: il​ ​modello​ ​dell’​ ​“io”​ ​e​ ​del​ ​“noi”,​ ​costruire​ ​una​ ​politica​ ​partecipata

21 ottobre 2017

 

Partito democraticoIn generale la forma mentale degli individui che fanno attività politica non è diversa da quella di chi partecipa ad altre attività nella società civile. E qualsiasi gruppo sociale organizzato è un sotto-insieme di un “universale” che tende a operare e agire in conformità a regole e valori prevalenti in un dato periodo storico all’interno di quel contenitore.

Fino agli anni 80 i comportamenti individuali erano orientati da scelte di tipo collettivo. Venute meno le grandi ideologie, con il benestare di una classe politica debole, la forza della tecnocrazia ha incoraggiato nelle società democratiche occidentali comportamenti competitivi, spirito individualista, egoismo, principi oggi considerati​ ​“normali”.

I fatti storici sono determinanti nel modificare l’agire sociale degli individui e non si può disgiungere una correlazione da essi. Il vento fresco democratico che si respirava dopo la caduta del muro di Berlino e con il consolidamento del progetto europeo, è stato “compensato” in negativo da altri eventi internazionali conseguenti all’irruzione del terrorismo internazionale e alla crisi economica e finanziaria del 2008. Lo spartiacque​ ​è​ ​in​ ​quegli​ ​anni,​ ​il​ ​clima​ ​politico​ ​e​ ​sociale​ ​cambia.

Si sa, il sentimento popolare è condizionabile ma esso, a seguito di shock economici o politici di grande portata, cambia molto velocemente. Mentre il sistema delle istituzioni, le prassi delle organizzazioni e le logiche che vigono all’interno dei partiti, pur essendone coinvolte, tendono a mantenere rigidità. Non c’è da stupirsi, poiché coloro che presiedono il vertice di queste strutture sociali sono quasi sempre il “prodotto” del ciclo precedente, e quindi di fatto meno recettivi a carpirne i cambiamenti. Non sempre le cause sono da addebitare alla salvaguardia del potere personale​ ​dei​ ​singoli,​ ​spesse​ ​volte​ ​ci​ ​si​ ​confronta​ ​anche​ ​con​ ​“oneste”​ ​resistenze.

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John Quiggin: il socialismo con una sua tempra, l’unica alternativa nel 21° secolo.

13 ottobre 2017

A seguito dell’inaspettato risultato delle General Election in Gran Bretagna lo scorso giugno, che ha visto il Labour di Corbyn raggiungere il 40% dei voti espressi, ferve nel mondo anglosassone il dibattito su come tradurre con politiche economiche tangibili, senza che queste siano da ostacolo alla crescita, l’attuale montante consenso democratico alternativo al corrente modello neoliberista. D’altronde la comune sensazione da parte della stampa che questo processo di crescita – almeno nel Regno Unito – sia ormai inarrestabile, attiva ancor di più il confronto per come prepararsi alla “grande svolta”. In verità, è da circa un anno, dopo il successo di Sanders e la sconfitta della Clinton, che circolano negli USA idee, progetti eterodossi di vario tipo, in una gamma che va dalla “economia responsabile” di Reich alle bislacche concezioni dei neo-comunardi.
Però, a tale proposito, se si esclude la Mazzucato con il suo “Stato innovatore”, ben pochi altri grandi “calibri” delle scienze economiche hanno oltrepassato il confine della critica nei confronti dell’ortodossia dominante per avventurarsi nel regno della proposta. Sennonché, la scorsa settimana comparve sulle pagine del Guardian un lungo articolo vergato da una delle più note figure neokeynesiane viventi: l’australiano John Quiggin https://en.wikipedia.org/wiki/John_Quiggin . Ovviamente, il tenore e la nettezza delle valutazioni-proposte di Quiggin ha elevato la qualità dell’approfondimento, non solo sul versante teorico, al tal punto che a circa dieci giorni dalla pubblicazione del testo lo spazio destinato ai “comment” del quotidiano di Manchester continua incessantemente a traboccare di risposte.

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