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Harold James: le dieci lezioni tratte dalla Repubblica di Weimar

4 maggio 2018

Proporre alcuni parallelismi storici è un puro esercizio intellettuale, trarne delle conclusioni può risultare molto azzardato. Infatti, Harold James – forse il più noto degli storici britannici viventi in tema di relazioni internazionali – se ne guarda ben bene d’accoppiare le sue dieci (2+8) succinte tesi, che furono l’elemento disgregante delle Repubblica di Weimar, con l’attuale situazione di “confusione” regnante oggidì nello scenario internazionale.

Tuttavia, la “buona” prassi politica non può esimersi dal prendere in considerazione i fatti storici del passato, se non altro come accidente correlativo non causale, poiché la natura umana nel suo lungo dispiegarsi attraverso il tempo porta con sé tratti comuni, sebbene questi si trovino incastonati in scenari, temperie culturali e geografie diverse.

Il professore di Princeton non si rivolge a una specifica parte del globo, la sua è una enumerazione puramente didascalica, lascia al discente il congetturare una eventuale similitudine specifica. Si può presumere che la quinta e la sesta (nella 2° suddivisione) riguardino l’attuale America di Trump, o che la seconda – inerente la pericolosità dei sistemi elettorali proporzionali – (nella prima suddivisione) e la 2°/2 – sullo scioglimento del parlamento – abbiano qualcosa a che fare con l’attuale situazione di stallo italiana. Si trova un accenno molto critico nei confronti del populismo (8°/2), cosi come verso la panacea della democrazia diretta (1°/2).

Forse dovremmo fare tesoro di questo scarno elenco. Purtroppo, come affermava Carl Schimtt – il filosofo e giurista tedesco che contribuì in modo determinante a demolire l’impianto democratico weimeriano (Die Diktatur) – “l’uomo non è ne buono né cattivo: è solamente  problematico.

Ten Weimar Lessons

May 2, 2018 HAROLD JAMES

The collapse of the Weimar Republic and the emergence of the Nazis’ Third Reich in the early 1930s still stands as one of modern history’s most powerful cautionary tales. Its lessons are as relevant today as ever – and not just for countries with fragile political systems.

PRINCETON – Dall’istituzione della Repubblica Federale della Germania nel 1949, i tedeschi hanno retrospettivamente guardato con ansia il crollo della Repubblica di Weimar nei primi anni 30 e all’ascesa del nazismo. Ma con molte delle democrazie mondiali sotto tensione e il crescente aumento dell’autoritarismo, le lezioni di quel periodo dovrebbero essere ascoltate anche altrove.

Inizia con il fatto che gli shock economici – per esempio le spirali inflazionistiche, le depressioni e crisi bancarie – sono sfide per tutti i governi, ovunque e sempre. L’insicurezza e le difficoltà economiche convincono la gente che qualsiasi regime debba essere migliore di quello attuale. Questa è una lezione ovvia [ricavata] non solo dagli anni di Weimar, ma anche da una vasta serie di ricerche sulla logica economica della democrazia.

Le condizioni economiche estreme ci inducono a supporre una seconda lezione fondamentale: la rappresentanza proporzionale (PR). Questa può solo peggiorare le cose. Quando la politica di un paese è frammentata, la rappresentanza proporzionale è più propensa a fornire una maggioranza elettorale incoerente, di solito comprendente partiti dall’estrema sinistra fino all’estrema destra che vogliono respingere “il sistema”, ma sono d’accordo su poco altro.

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Il Partito Democratico, dall’ira di Achille all’ingegno di Ulisse

1 maggio 2018

di Giorgio Abonante e Giorgio Laguzzi

A ben vedere, dovrebbe essere un problema soprattutto per il Movimento 5 Stelle l’apertura al Partito Democratico per la verifica sulla possibilità di sostenere un Governo, ma invece sembra esserlo soprattutto per il PD.

Nei vari scenari che il teatro politico di queste settimane sta offrendo, impazzano pressoché tutte le offerte possibili per gli interessati spettatori. Noi auspicheremmo un tavolo di discussione tra M5S e PD, e che noi del Partito Democratico iniziassimo a valutare le reali distanze politiche che separano i due gruppi politici in prospettiva. Forse infatti andrebbe iniziare a considerare seriamente, da parte di entrambi gli attori in gioco, che esiste una formazione politica, forte e in fase fortemente espansiva, che governa molte regioni del Nord, e che insieme rappresenta comunque la maggioranza relativa, che si chiama centro-destra, guidato da Matteo Salvini, e con la regia di Silvio Berlusconi. Attendere uno sfaldamento di quel campo, specie appunto in una fase così espansiva e di ritorno al successo per loro, sarebbe probabilmente velleitario. Ed inoltre, continuare a flirtare con la componente di Silvio Berlusconi, potrebbe significare un ulteriore svuotamento del Partito Democratico, sia in termini di valori, sia in termini elettorali.

C’è chi sostiene che, per il Partito Democratico, l’opzione tavolo “M5S-PD” potrebbe accreditare il M5S come un partito riformista e di centro-sinistra, con conseguente ulteriore travaso di voti verso i pentastellati. Onestamente noi riteniamo invece che sottrarsi al confronto, per una discussione che mettesse al centro punti di programma e contenuti su temi assolutamente nelle corde del PD (come diseguaglianze e diritti sociali) sarebbe, questo sì, un errore madornale, che ci farebbe passare come un partito ulteriormente arroccato su sé stesso. Specie inoltre se il sottrarsi a tale confronto coincidesse con un ritorno al dialogo più o meno velato col centro-destra, per escludere l’interlocutore a 5 stelle.

La discussione può articolarsi su due livelli, uno interno ed uno esterno al PD.

Sul versante interno, per prima cosa, bisognerebbe individuare i motivi per i quali molti voti sono passati al M5S, e una parte persino verso la Lega, già nelle ultime tornate elettorali e, successivamente, cercare di mettere in campo una strategia politica. A riguardo ci sono molte ipotesi dalle quali partire, ma sulle quali non ci possiamo soffermare in questo breve spazio (logoramento da attività di Governo, crisi economica, errori nella comunicazione, eccessivo isolamento politico del partito, visione delle politiche economiche stile “terza via blairiana” superate da almeno una decina di anni).

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NewStatesman (UK) L’erede di Blair? Macron è più simile a una Thatcher francese

24 aprile 2018

Domenica scorsa, Maurizio Molinari, direttore della “La Stampa”, verga un editoriale dal titolo “Democrazie Europee sotto assedio”. Egli, nel breve articolo fa proprio il monito lanciato del Presidente Francese Emmanuel Macron riguardo alle potenziali fratture che possono spezzare l’Unione Europea. Ovviamente, Molinari da buon “surfista” d’ispirazione liberal-democratica, alla pari di Macron, si limita a cavalcare l’onda dei sacri valori europei, incensandoli. Però, si astiene prudenzialmente d’immergersi nell’oceano alla ricerca di quelle contraddizioni di fondo che minano gli stessi, le quali con il tempo stanno, seppur lentamente, risalendo in superficie.

Diversamente dal cauto Molinari, la settimana precedente Michael Chessum, tra i più brillanti commentatori “Labour-oriented” inglesi – che si divide tra il The Guardian e il NewStatesman – ma altresì apprezzato per la sua autonomia valutativa, pubblica un articolo tratteggiando la crisi politica in cui l’Unione è precipitata. Anch’egli lo fa, parallelamente al direttore del quotidiano italiano, passando attraverso l’immaginario del regale Presidente Francese, sebbene ne tragga nelle sue conclusioni un giudizio completamente opposto.

Da queste due diversità d’approccio sullo stesso tema, la crisi dell’Unione, l’arrivato Molinari vs. il giovane Chessum, ci appare ormai evidente che la frattura non riguardi tanto e solo la dinamica divergente tra le politiche dei vari Stati membri in seno all’Europa, quanto, e in modo più specifico, quale debba essere la risposta politica più appropriata da parte del composito “contenitore” progressista per risolvere tali discordanze a salvaguardia dei propri ceti sociali di riferimento.

The heir to Blair? Macron is more like the French Thatcher

By Michael Chessum

16 April 2018

The French president’s agenda of tax cuts and privatisation is actively corrosive to the progressive dream of Europe.

La vera incompetenza politica dovrebbe essere intesa non nel senso stretto di goffaggine ministeriale presente nella serie televisiva “The Thick of It[1]”, o delle gaffe che creano i titoli momentanei sulla stampa, ma nella misura di auto-illusione di massa.

Gli interventi di Tony Blair nel dibattito pubblico sulla Brexit non mancano di eloquenza, sono privi di autocoscienza. Quando i centristi laburisti tentarono di rimuovere Jeremy Corbyn come leader nel 2016, lo fecero coltivando l’illusione che la loro politica triangolare potesse catturare il sostegno dei militanti e del pubblico in generale. Mentre la politica centrista cade in disgrazia, molti si aggrappano ancora alle sue false certezze.

Nel maggio dello scorso anno, il sogno di una rimonta centrista ricevette un forte impulso con l’elezione di Emmanuel Macron in Francia. Lo spin doctor di Blair, Alastair Campbell, ora caporedattore della rivista New European, elogiò la sua “energia, fiducia e convinzione“. Dipingendolo come l’antitesi liberale e europeista alla Marine Le Pen del Fronte Nazionale, Macron salì al potere grazie a una momentanea ondata d’ottimismo che si manifestò con il desiderio di liberarsi dai partiti socialisti e repubblicani, ottenendo grandi consensi tra gli elettori più istruiti e quelli residenti nelle aree urbane.

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Europa, le novità sul fronte occidentale e la controversa figura di Emmanuel Macron

20 aprile 2018

Si fa sempre più imminente una discussione franca sul futuro dell’Unione Europea nel suo complesso e sulla domanda di revisione attinente il funzionamento del meccanismo monetario che lega i 19 partner continentali. Il primo post, scritto da Filippo Orlando, richiama in alcuni passaggi la puntigliosa critica nei confronti della moneta unica espressa da Joseph Stiglitz nel suo saggio “The Euro and its Threat to the Future of Europe”, edito nel 2016. Il secondo post, a seguire fra qualche giorno, è ricavato dalla pubblicistica britannica, ed è scritto dal brillante commentatore labour-orientated Michael Chessum, nel quale l’autore analizza il profilo politico di E. Macron, denunciandone le sue presunte insanabili contraddizioni.

by invitation: Filippo Orlando

Europa, le novità sul fronte occidentale

Il processo di unità europeo è giunto in questi ultimi anni di fronte ad un bivio molto importante. Da un lato vi è la scelta che i paesi più forti costituenti il “nocciolo duro” debbono compiere per costruire un unico organismo nazionale coerente politicamente, dall’altra vi è la strada che conduce a trasformare un mercato unico e un unica moneta in una confederazione “labile”, tenuta insieme più per le ragioni strategiche dell’alleato imperiale americano che per reali legami di solidarietà interni al continente.

Per fondare su solide basi le ragioni della pace nella nostra Europa dopo due laceranti guerre mondiali, chi scrive ritiene che vi sia una terza strada non contemplata dai trattati europei ma che appare più solida e lo sarebbe stata se fosse stata intrapresa. Mi riferisco alla idea di cooperare fra paesi europei grazie alla regolazione degli scambi commerciali e finanziari sostenuti dalla istituzione di una “moneta comune”, la quale consenta a tutti i paesi di espandere la propria domanda interna senza temere le sanzioni dovuti agli equilibri della bilancia commerciale e dei pagamenti con l’estero.

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Grandi e piccoli “semplificatori”: Donald Trump e Matteo Salvini

18 aprile 2018

Allorché i demagoghi conquistano il potere non si possono sottrarre ad applicare, almeno in parte, ciò che in modo altisonante hanno promesso nelle loro campagne elettorali, pena la loro caduta dal piedistallo della politica. A tutti noi è abbastanza chiaro quale sia  la principale astuzia dei populisti, vale a dire il convincere l’uditorio che qualsiasi problema, anche il più intricato, si possa risolvere con metodi sbrigativi.  A parer loro, sono le questioni  oggetto di dibattito che vengono volutamente poste in modo complesso per far sì che appaiano a tutti come irrisolvibili e non le rispettive soluzioni. Purtroppo, con il tempo, il populismo, messo di fronte alla realtà, finisce per adottare decisioni tautologiche e non dimostra di essere affatto una fucina di modelli alternativi.

Cosicché, Donald Trump – colui che passerà alla storia come l’unico promoter commerciale che è riuscito a trasformarsi in un erratico agitatore politico – ritiene che una delle opzioni attraverso cui l’economia americana possa ritornare a essere magicamente “great again” sia quella di ridurre il pluriennale deficit commerciale  statunitense.

Come fare?  Applicando “semplicemente” congrue tariffe doganali addizionali verso quei paesi che offrono al mercato americano la propria gamma di beni e di servizi. Benché il meccanismo inerente il bilancio delle partite correnti non prenda in considerazione solo l’interscambio commerciale, bensì anche il flusso di capitali in entrata e in uscita corrispondenti al paese di riferimento, in quanto il deficit commerciale è equivalente alla differenza tra risparmio e investimenti domestici, – precisazione macroeconomica non di poco conto, (vedi nota)[1] – il funambolico presidente è convinto che agendo in tal senso riuscirà in poco tempo a ricreare quei posti di lavoro perduti dalla manifattura negli USA. Ovvero, ritiene di essere in grado di rendere nuovamente operosi quel vasto contenitori di lavoratori unskilled (non specializzati) contro i quali gli scaltri cinesi hanno gaglioffamente sottratto la loro laboriosità a proprio vantaggio in questi due ultimi decenni.

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Elisa De Bonis: il Partito Democratico e il suo futuro

12 aprile 2018

Elisa De Bonis, Segretaria provinciale GD Alessandria, è un’attivista del PD che ha già ottenuto un ottimo consenso alle ultime elezioni amministrative per il Comune di Alessandria. Con molti altri, coetanei e non, firmò una lettera di richiesta di dimissioni al Ministro Poletti densa di contenuti e significati, evidentemente troppo sottovalutati. 

(http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/20/news/anche-noi-del-pd-diciamo-poletti-dimettiti-1.291801).

Di seguito pubblichiamo il testo del suo intervento nell’ultima all’assemblea regionale dei Giovani Democratici piemontesi. 

E’ vero che siamo un’organizzazione giovanile, ma il mio intervento verterà quasi esclusivamente sul Partito Democratico, e penso che se questo può avere un futuro, molto dipenderà anche da noi e da come ci porremo nei suoi confronti fin da subito. Nonostante non mancassero malumori e motivi di scarso entusiasmo, in questa campagna elettorale abbiamo speso, tutti quanti, buona volontà, impegno, tempo e risorse. Il problema di questa campagna elettorale, infatti, non è stato il come è stata condotta, o almeno non quello principalmente, il problema è stato ciò che questa campagna elettorale ha comunicato.

Chi ha vinto la recente competizione elettorale (destre, sovranisti o populisti in genere) ha operato sul piano della semplificazione del messaggio politico e sulla sua immediatezza. Hanno così condotto una campagna elettorale in cui l’economicità dei temi trattati si è rivelata estremamente efficace. Si è trattato dal loro punto di vista di cavalcare ed interpretare, e spesso amplificare un malessere (certamente presente nella società e nell’elettorato italiano) accostandovi presunte soluzioni, che al netto della loro praticabilità (il caso dell’ammissione che il reddito di cittadinanza non è propriamente quella forma di sussidio immediato proposto in campagna elettorale è fatto di questi giorni), – che al netto della loro praticabilità, dicevo, erano comprensibili a chiunque ed in forma trasversale.

E noi? Noi che sostenevamo il Partito Democratico? Anziché concentrarsi su poche (magari una!) proposte “spendibili” avevamo i famosi 100 punti. Attenzione! Non 100 ma 200! Si, infatti il nostro programma comprendeva 100 cose da fare e 100 cose fatte. Tralasciamo per un attimo che in campagna elettorale una forza politica dovrebbe dire che cosa intende fare e non cosa ha fatto e ovviamente considerando come assolutamente positive molte delle realizzazioni fatte dai governi PD, se andassimo oggi per strada a chiedere a un qualsiasi cittadino di elencarci almeno 5 punti di quel programma credo che faremmo un gran buco nell’acqua.

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L’originaria fonte della disuguaglianza post-moderna: il buyback (l’acquisto di azioni proprie)

6 aprile 2018

La senatrice Democrats americana Tammy Baldwin che da anni si batte contro la pratica manipolatrice del Buyback scontrandosi da sempre con l’ostilità dei Repubblicani e la precedente “indifferenza” del duo Obama/Clinton.

 

Solitamente accade che quando si evoca il nome di Jeremy Corbyn una consistente parte dell’attuale pletora di politici socialdemocratici europei arricci il naso disdegnando in questo modo la sua imperdonabile radicalità. Ovviamente, vi sarebbe molto da discutere sul supposto estremismo del leader Labour, considerando il fatto che a partire dalla fine degli anni 90 la scala graduata entro cui si misurano i valori della socialdemocrazia si è ampiamente estroflessa verso il liberalismo, dacché il precedente “centrismo corbyniano”, oggi appare ai molti come eterodosso e rivoluzionario. Frasi da lui pronunciate del tipo: “Questo sistema è truccato e rotto”, o “la lotta di classe è sempre esistita, purtroppo noi l’abbiamo persa” fanno ribollire di rabbia la corrente élite socialdemocratica continentale, ed è assai comune che costoro con malcelato disprezzo le timbrino con lo stampo di “vetero marxismo” o peggio di “populismo demagogico”.  Non par vero, ma questa disputa a cui si assiste quasi quotidianamente, se non fosse così paradossale, è talmente buffa più di quanto lo siano i capovolgimenti di scenario tipici di una commedia del Goldoni. A tal punto che i più arditi sostenitori di alcune tesi “corbyniane” non provengono dal dibattito in seno alla socialdemocrazia europea, bensì si allignano tra i più prestigiosi organi internazionali d’informazione liberale: il The Economist, il The Financial Times[1], l’Harvard Business Review e Forbes (articolo al seguito).

Jez Corbyn, sin dalla sua elezione alla leadership del Labour, ha sempre sostenuto che il mercato finanziario è il principale mezzo attraverso cui l’attuale capitalismo (shareholder capitalism), nell’estrarre valore dall’economia reale, determina le evidenti condizioni di crescente disuguaglianza sociale. Tuttavia, egli non si è mai limitato esclusivamente a suggellare questo dato di fatto. La sua analisi invita i suoi detrattori ad approfondire la dinamica attraverso cui si realizza tale processo, che senza mezzi termini definisce: “truccato” (rigged). E’ assai evidente che parte dei suoi strali sono rivolti al cosiddetto fenomeno del “Buyback”, ossia la libertà che viene accordata alle grandi corporation americane di acquistare le proprie azioni interpretando ambiguamente il contenuto normativo presente nella Rule 10b-18. Una disposizione emanata nel corso della presidenza Reagan su cui il The Economist per molto tempo colpevolmente tacque e che ora con chiarezza la descrive come: “La cocaina finanziaria[2]. Sennonché, la lista dei precedenti “distratti” e attuali “pentiti” è assai lunga e comprende anche la celebrata amministrazione Obama/Clinton, che per otto anni anziché provvedere a far regredire l’onda del fondamentalismo di mercato preferì dedicarsi a un compito più “nobile”, meno “untuoso”, ovvero: cercare di salvare il pianeta dal riscaldamento globale. Com’è finita è noto a tutti: ha vinto Trump.

Why It’s Raining Share Buybacks On Wall Street

Steve Denning ,

Il The Economist li ha definiti “una dipendenza dalla cocaina aziendale“.[3] La Reuters li ha chiamati “auto-cannibalizzazione“. Il Financial Times li ha apostrofati “un conflitto d’interessi travolgente“. In un articolo che ha vinto il premio HBR McKinsey per il miglior articolo dell’anno, l’Harvard Business Review[4] li ha definiti “una manipolazione del prezzo delle azioni“. Queste riviste influenti costituiscono un valido esempio del fatto che i riacquisti di azioni proprie  in maniera massiccia sono una cattiva idea: cattiva dal punto di vista economico, finanziario, sociale, legale e morale.

Eppure, nonostante queste potenti denunce, i riacquisti di azioni proprie non solo continuano. Oggi “piovono i riacquisti di azioni su Wall Street“, come sottolinea Matt Egan alla CNN. Lo stimolo immediato? I grandi tagli fiscali del Presidente Trump sulle società.

Secondo la società di ricerche Birinyi Associates, i riacquisti di azioni proprie hanno raggiunto un livello record in questo momento dell’anno e più del doppio dei $ 76 miliardi che Corporate America ha rivelato a parità di tempo nel 2017.

Goldman Sachs ha stimato che lo S&P 500 [indice principale della borsa USA] restituirà $ 1,2 trilioni di dollari agli azionisti tramite il buyback e i dividendi nel 2018, aumentando i riacquisti di azioni del 23% a $ 650 miliardi quest’anno.

Mentre la Casa Bianca ha celebrato i bonus sul taglio delle tasse dichiarati da Walmart, Bank of America e Disney, gli azionisti, non i lavoratori, sono i grandi vincitori del Tax Cut [taglio delle tasse] e del Jobs Act [riforma del mercato del lavoro] del 2017. In un conteggio, il tabellone segnapunti delle tasse risulta essere il seguente: Lavoratori $ 6 miliardi; Azionisti beneficiati dal buyback $ 171 miliardi.

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