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The Verge (USA), Gli economisti sono preoccupati, noi non siamo preparati a sopportare le conseguenze negative dell’automazione

13 luglio 2018


Non si può che concordare con le affermazioni dei due studiosi statunitensi, ben recensite e pubblicate da uno dei più noti “fogli elettronici” americani, specializzati nel diffondere argomenti o porre interrogativi nel campo della tecnologia avanzata: The Verge. Sicuramente, ogni paragone “panglossiano” con il precedente fenomeno del Luddismo, riferito al quale: così come venne risolto il grattacapo in passato lo sarà in futuro, nel nostro caso specifico non funziona. Il Luddismo fu una scomposta reazione avversa a un processo di rottura che investì la struttura socio-economica post-feudale e pre-capitalistica della società inglese. La trasformazione si concretò in una forzata immigrazione di massa che coinvolse centinaia di migliaia d’individui, il cui reddito accoppiava le pratiche agricole stagionali con primitivi elementi di produzione industriale di beni, inteso come lavoro a domicilio (cottage production), nell’ambito circoscritto del tessile o del laniero (spinning). Non vi fu una riduzione della forza lavoro, bensì una sua forzata concentrazione in grandi manifatture industriali meccanizzate in aree urbane, sottoposte a un rigido controllo padronale. Fu un passaggio dolorosissimo, ben descritto dalla letteratura inglese ottocentesca (C. Dickens). Il futuro incremento della robotizzazione è qualcosa di ben diverso: l’eliminazione del lavoro fisico e intellettuale umano a favore di meccanismi sostituenti. Già John M. Keynes negli anni 20 ne previde l’epilogo e la sua risposta non lascia ai posteri alcun dubbio su come adattarvisi: “ci sarà un giorno in cui l’economia sarà più produttiva che le persone, per cui queste potranno lavorare solamente quattro ore al giorno. Il resto del tempo lo dedicheranno a coltivare le proprie preferenze intellettuali”.

Economists worry we aren’t prepared for the fallout from automation

Too much time discussing whether robots can take your job; not enough time discussing what happens next

By James Vincent@jjvincent  Jul 2, 2018, 11:38 am EDT

Ci stiamo concentrando troppo sull’analisi esatta di quanti lavori potrebbero essere distrutti dalla prossima ondata di automazione e non abbastanza su come risolvere il problema? Questa è la conclusione tratta da un nuovo documento sui potenziali effetti della robotica e dell’intelligenza artificiale sui mercati del lavoro globali dal think tank statunitense, il Center for Global Development (CGD).

Gli autori del documento, Lukas Schlogl e Andy Sumner, affermano che è impossibile sapere con certezza quanti posti di lavoro saranno distrutti o sconvolti dalle nuove tecnologie. Ma, aggiungono, è abbastanza sicuro che ci saranno effetti significativi: specialmente nelle economie in via di sviluppo, dove il mercato del lavoro è orientato verso procedure di manualità routinaria, che sono così suscettibili all’automazione. Pensate, nel caso specifico, a lavori non qualificati nelle fabbriche o in agricoltura.

Come hanno suggerito anche gli studi precedenti, Schlogl e Sumner reputano che gli effetti dell’automazione su queste e altre nazioni non darebbe corso probabilmente alla disoccupazione di massa, ma alla stagnazione dei salari e alla polarizzazione del mercato del lavoro. In altre parole, ci sarà ancora lavoro per la maggior parte delle persone, ma sarà sempre più a basso reddito e instabile; privo di prestazioni sociali come le ferie pagate, l’assicurazione sanitaria o l’adozione di schemi pensionistici. Nel frattempo, dall’altra parte dello spettro occupazionale, continuerà ad esserci un piccolo numero di individui ricchi e super-ricchi che raccolgono i benefici grazie a una maggiore produttività creata dalla tecnologia.

Questi cambiamenti significheranno probabilmente un calo della sicurezza del lavoro e degli standard di vita per molti, il che a sua volta potrebbe portare all’insoddisfazione politica. (Alcuni suggeriscono che ne abbiamo già visto l’impatto iniziale nelle città degli Stati Uniti ove i posti di lavoro sono a rischio d’automazione, la cui probabile conseguenza politica si manifesterà nella scelta del voto repubblicano.) Schlogl e Sumner offrono una panoramica delle soluzioni proposte a queste sfide, ma sembrano scettici su qualsiasi di queste.

Una categoria di soluzioni che chiamano “quasi-Luddista” comprende misure che cercano di arrestare o invertire la tendenza dell’automazione. Questa include l’applicazione di tasse su beni prodotti con robot (o tasse sui robot stessi) e regolamenti che rendono difficile automatizzare i lavori esistenti. Essi suggeriscono che queste misure sono difficili da attuare in “un’economia aperta“, perché se l’automazione produce beni o servizi più economici, i clienti li cercheranno naturalmente altrove; cioè al di fuori dell’area coperta da tali regolamenti.

Una strategia correlata consiste nel ridurre il costo del lavoro umano, ad esempio: limando gli stipendi o riducendo i benefici. “Ci si domanda quanto siano desiderabili e politicamente attuabili tali strategie?“, affermano Schlogl e Sumner, che è un modo carino per dire “non è chiaro quanto si possa annichilire la gente prima che questa si ribelli per le strade“.

L’altra categoria di soluzioni che chiamano “strategie di coping“, [palliative] tendono a concentrarsi su una di queste due processi: riqualificare i lavoratori, il cui lavoro è minacciato dall’automazione o fornire reti di sicurezza economiche a chi ne è colpito (ad esempio, un reddito base universale o UBI) [Universal Basic Income o Reddito Di Cittadinanza] .

Schlogl e Sumner suggeriscono che il problema con i lavoratori che si stanno riqualificando dipende dal fatto che non è chiaro quali delle nuove competenze saranno “resistenti all’automazione per un tempo sufficiente” o se valga addirittura la pena di rivalorizzare qualcuno nel corso della propria vita lavorativa. (La riqualificazione è anche più costosa e impegnativa per i paesi in via di sviluppo dove sono meno presenti istituzioni finalizzate all’istruzione terziaria.) Per quanto riguarda le reti di sicurezza economiche come l’UBI, suggeriscono che potrebbero non essere nemmeno possibili nei paesi in via di sviluppo. Questo perché presuppongono l’esistenza di posti di lavoro ad alto reddito da qualche parte nell’economia da cui i profitti possono essere scremati e ridistribuiti. Notano inoltre che tali schemi collegati all’UBI potrebbero aumentare il costo del lavoro, che a sua volta incoraggerebbe la sostituzione di più posti di lavoro con la tecnologia.

Tutto ciò porta la coppia di studiosi a concludere che semplicemente non si sta facendo abbastanza per ricercare soluzioni politiche ed economiche su quella che potrebbe essere una crescente crisi globale. Gli autori concludono che: “domande come la redditività, le normative sul lavoro, la sindacalizzazione e le aspettative sociali-aziendali saranno almeno altrettanto importanti dei vincoli tecnici nel determinare quali lavori automatizzare”.

E Schlogl e Sumner propongono una delle loro soluzioni? “A lungo termine, per quanto possa sembrare utopico ora, [c’è un] caso morale per una struttura di ridistribuzione in stile UBI globale finanziata da profitti provenienti da … paesi ad alto reddito“. Ora, [nel sentire ciò] il branco anti-globalista potrebbe imbufalirsi, parimenti la coppia di ricercatori ammette che sia “difficile vedere come un tale quadro verrebbe politicamente tradotto in atti pratici“. Quindi, si ricomincia da capo.

https://www.theverge.com/2018/7/2/17524822/robot-automation-job-threat-what-happens-next

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