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Dani Rodrik: che cosa ha impedito la Sinistra (di fermare l’ascesa della destra nativista)?

5 giugno 2018


Analisi limpida, non necessita di ulteriore commento.

What’s Been Stopping the Left?

Apr 10, 2018 DANI RODRIK

If progressive political parties had pursued a bolder agenda in the face of widening inequality and deepening economic anxiety, perhaps the rise of right-wing, nativist political movements might have been averted. So why didn’t they?

CAMBRIDGE – Perché i sistemi politici democratici non hanno reagito abbastanza con sollecitudine alle lamentele che i populisti autocratici hanno sfruttato con successo: la disuguaglianza e l’ansia economica, la percezione del declino dello stato sociale, il baratro tra élite e cittadini comuni? Se i partiti politici, in particolare quelli del centro sinistra, avessero intrapreso un programma più audace, forse l’ascesa dei movimenti politici di destra e dei nativisti avrebbe potuto essere evitata.

In linea di principio, una maggiore disuguaglianza produce una richiesta di maggiore ridistribuzione. I politici democratici dovrebbero rispondere imponendo tasse più alte ai ricchi e spendendo tali proventi per i meno abbienti. Questa considerazione è formalizzata in un noto documento in economia politica di Allan Meltzer e Scott Richard: quanto più ampio è il divario di reddito tra l’elettore mediano e quello medio, maggiori sono le tasse e maggiore è la ridistribuzione.

Eppure, in pratica, le democrazie si sono mosse nella direzione opposta. La progressività delle imposte sul reddito è diminuita, la dipendenza dalle fiscalità di consumo regressiva è aumentata [1], e la tassazione del capitale ha seguito una corsa globale verso il basso. Invece d’incentivare gli investimenti infrastrutturali, i governi hanno perseguito politiche di austerità che sono state particolarmente dannose per i lavoratori a bassa specializzazione. Le grandi banche e società sono state salvate, ma le famiglie no. Negli Stati Uniti, il salario minimo non è stato adeguato a sufficienza, consentendo così una sua erosione in termini reali.

Parzialmente in ragione di ciò, almeno negli Stati Uniti, dipese dalla deriva del Democratic Party verso una politica dell’identità (evidenziando l’inclusività lungo le linee di genere, razza e orientamento sessuale) e altre cause socialmente liberali che si sono tradotte a scapito delle questioni relative alle fonti di guadagno in materia di reddito e di lavoro. Come scrive Robert Kuttner in un nuovo libro, l’unica cosa che mancava alla piattaforma di Hillary Clinton durante le elezioni presidenziali del 2016 era la classe sociale.

Una spiegazione dipende dal fatto che i democratici (e i partiti di centro-sinistra nell’Europa occidentale) si sono trovati a loro agio con [i rappresentanti] delle grandi finanze e delle società importanti. Kuttner descrive come i leader del Democratic Party presero una decisione esplicita di aprire un dialogo con il settore finanziario dopo le vittorie elettorali del presidente Ronald Reagan negli anni ’80. Le grandi banche sono diventate particolarmente influenti non solo attraverso il loro peso finanziario, ma anche mediante il controllo delle posizioni chiave delle politiche nelle amministrazioni democratiche. Le politiche economiche degli anni 90 avrebbero potuto prendere una strada diversa se Bill Clinton avesse ascoltato di più il suo segretario del lavoro, l’accademico Robert Reich, un politico, sostenitore delle tesi progressiste, e meno il suo segretario al Tesoro, Robert Rubin, ex dirigente di Goldman Sachs.

Ma gli interessi consolidati di potere arrivano solo a spiegare il fallimento della sinistra. Le idee hanno svolto un ruolo almeno altrettanto importante. Dopo che gli shock dal lato dell’offerta degli anni 70 che sciolsero il consenso keynesiano dell’era postbellica, la tassazione progressiva e lo stato sociale europeo andarono fuori moda, il vuoto fu riempito dal fondamentalismo di mercato (chiamato anche neoliberalismo) tipicamente sostenuto da Reagan e Margaret Thatcher. Anche la nuova ondata sembrava aver catturato l’immaginazione dell’elettorato.

Invece di sviluppare un’alternativa credibile, i politici del centro sinistra abbracciarono completamente la nuova offerta politica. I nuovi democratici nella figura di Bill Clinton e di Tony Blair (New Labour) agirono da supporter a favore della globalizzazione. I socialisti francesi divennero inspiegabilmente sostenitori della liberazione dei controlli sui movimenti dei capitali internazionali. La loro unica differenza rispetto alla destra furono gli “zuccherini” che promisero sotto forma di maggiori spese per programmi sociali e istruzione, i quali raramente divennero una realtà.

L’economista francese Thomas Piketty ha recentemente documentato un’interessante trasformazione nella base sociale dei partiti di sinistra. Fino alla fine degli anni 60, i meno abbienti generalmente votavano per le formazioni di sinistra, mentre i ricchi votavano per la destra. Da allora, i partiti di sinistra sono stati sempre più catturati dall’élite istruita, che Piketty chiama la “Sinistra dei Bramini”, per distinguerli dalla classe dei “Mercanti”, i cui membri votano ancora per i partiti di destra. Piketty sostiene che questa biforcazione dell’élite ha isolato il sistema politico dalle richieste ridistributive. La sinistra “bramina” non è incline verso la redistribuzione, perché crede nella meritocrazia, un mondo in cui lo sforzo viene premiato e i redditi bassi sono più probabilmente il risultato di uno sforzo insufficiente rispetto alla sfortuna di essere poveri.

Le idee su come funziona il mondo hanno avuto un ruolo anche tra i non elitari, smorzando la domanda di ridistribuzione. Contrariamente alle implicazioni della struttura Meltzer-Richard, gli elettori americani ordinari non sembrano essere molto interessati ad aumentare le aliquote fiscali marginali o a maggiori trasferimenti sociali. Questo sembra essere vero anche quando sono consapevoli – e preoccupati – del forte aumento della disuguaglianza.

Ciò che spiega questo apparente paradosso sono i bassissimi livelli di fiducia degli elettori nella capacità del governo di affrontare la disuguaglianza. Un gruppo di economisti ha scoperto che gli intervistati adeguatamente messi a conoscenza riguardo alle pratiche dei lobbisti o al piano di salvataggio di Wall Street mostrarono livelli significativamente bassi per il sostegno di politiche anti-povertà.

La fiducia nel governo è in generale diminuita negli Stati Uniti dagli anni 60, con alcuni alti e bassi. Vi sono tendenze analoghe anche in molti paesi europei, specialmente nell’Europa meridionale. Ciò suggerisce che i politici progressisti che prevedono un ruolo attivo del governo nel rimodellare le opportunità economiche devono affrontare una dura battaglia per conquistare l’elettorato. La paura di perdere quella battaglia può spiegare la timidezza della risposta della sinistra.

Tuttavia, la lezione di studi recenti mostra che le convinzioni su ciò che il governo può e dovrebbe fare non sono immutabili. Sono suscettibili alla persuasione, all’esperienza e al cambiamento delle circostanze. Questo è vero per le élite come per le non élite. Ma una sinistra progressista capace di resistere alla politica nativista dovrà fornire una buona storia, oltre che a buone politiche.

Dani Rodrik is Professor of International Political Economy at Harvard University’s John F. Kennedy School of Government. He is the author of The Globalization Paradox: Democracy and the Future of the World EconomyEconomics Rules: The Rights and Wrongs of the Dismal Science, and, most recently, Straight Talk on Trade: Ideas for a Sane World Economy.

[1] Ovvero il fatto che il metodo con cui gli Stati hanno trovato più facile far quadrare i bilanci e reperire risorse sia stato quello di aumentare l’IVA, sostituendo dunque una maggiore progressività delle aliquote con un aumento della stessa IVA.

https://www.project-syndicate.org/commentary/left-timidity-after-neoliberal-failure-by-dani-rodrik-2018-04

 

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