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Joe Stiglitz, La mia depressione dopo la conferenza di Davos

9 febbraio 2018

Circola una voce nell’affollatissimo “floor” del NYSE (Borsa americana): “mentre il piccolo orso sta girovagando, la madre sta arrivando[1]. Una metafora scherzosa, sebbene amara per gli investitori, la quale tradotta nel suo senso reale significa che non si può escludere una severa correzione del mercato finanziario. Ciò dovrebbe “rallegrare” Joe Stiglitz, poiché il Nobel di Gary da più di tre anni non ha mai perso l’occasione d’affermare che prima o poi, stando il protrarsi di questa situazione, sarebbe arrivato “the day of reckoning”, ovvero il giorno del giudizio. Joe Stiglitz, a differenza di molti suoi colleghi economisti, si è sempre distinto per la sua tenacia nel sostenere che questo tipo di capitalismo (Shareholders Capitalism), basato quasi esclusivamente sull’incremento del valore azionario (shareholder profit and return), con i suoi trucchi legalizzati, è destinato nel tempo a commettere violenza su sé stesso. Sennonché, un eventuale suicidio, non comporterà solo la resa di chi lo abbia praticato, ma spargerà anche semi d’odio che serpeggeranno per lungo tempo nelle società occidentali. Rifacendosi alle preoccupazioni di J.M. Keynes esplicitate negli anni trenta, il pacato professore della Columbus University si chiede: “perché stupirsi tanto dei fenomeni politici insorgenti (populismo, giacobinismo, neofascismo) quando le politiche economiche adottate dall’establishment, specialmente in Europa, sono state improntate a creare deflazione, le cui conseguenze si sono evidenziate nella stagnazione dei redditi, forte disuguaglianza, precarizzazione del lavoro e infine una diminuzione drastica dell’offerta pubblica?” Joe Stiglitz ha in mente un’altra versione del capitalismo (Stakeholders Capitalism). Un capitalismo, i cui attori non siano esclusivamente responsabili nei confronti degli azionisti come creazione di valore, ma che la stessa pratica abbia anche un risvolto sociale, da cui  l’intero consorzio umano nel suo insieme ne può trarre giovamento.

Post-Davos Depression

Feb 1, 2018 JOSEPH E. STIGLITZ

The CEOs of Davos were euphoric this year about the return to growth, strong profits, and soaring executive compensation. Economists reminded them that this growth is not sustainable, and has never been inclusive; but in a world where greed is always good, such arguments have little impact.

DAVOS – Ho partecipato alla conferenza annuale del Forum economico mondiale a Davos, in Svizzera – dove la cosiddetta élite globale si riunisce per discutere i problemi del mondo – dal 1995. Mai ne sono uscito scoraggiato come è stato il caso di quest’anno.

Il mondo è afflitto da problemi quasi intrattabili. La disuguaglianza aumenta, specialmente nelle economie avanzate. La rivoluzione digitale, nonostante le sue potenzialità, comporta anche seri rischi per la privacy, la sicurezza, l’occupazione e la democrazia.  Sfide che sono aggravate dal crescente potere monopolistico di alcuni giganti americani e cinesi acquisitori di dati [sensibili], tra cui Facebook e Google. Il cambiamento climatico, come già si conosce, rappresenta una minaccia esistenziale per l’intera economia globale.

Tuttavia, forse, ancor più deprimenti sono le risposte a questi problemi. E’ un dato certo che qui a Davos, gli Amministratori delegati di tutto il mondo iniziano la maggior parte dei loro discorsi affermando l’importanza dei valori. Le attività, i proclami di costoro  mirano non solo a massimizzare i profitti per gli azionisti, ma anche a creare un futuro migliore per i loro lavoratori, le comunità in cui lavorano e il mondo in generale. Giungerebbero persino a dare la propria adesione di facciata ai rischi posti dal cambiamento climatico e dalla disuguaglianza.

Ma, quest’anno, alla fine dei loro discorsi qualsiasi illusione rimanente sui loro motivanti valori è andata in frantumi. Il rischio verso il quale questi amministratori delegati parevano maggiormente preoccupati è l’attuale contraccolpo populista avverso quel tipo di globalizzazione che essi stessi hanno modellato e dal quale hanno immensamente beneficiato.

Non sorprende che queste élite economiche riescano a malapena a capire fino a che punto questo sistema abbia messo in ginocchio ampie fasce della popolazione in Europa e negli Stati Uniti, lasciando i redditi reali stagnanti per la maggior parte delle famiglie e causando un calo sostanziale della quota di reddito da lavoro. Negli Stati Uniti, l’aspettativa di vita è diminuita per il secondo anno consecutivo; tra quelli in possesso di una primaria istruzione superiore, il declino è in corso da molto più tempo.

In nessun discorso pronunciato dagli Amministratori delegati americani, di ​​cui ho personalmente sentito (o acquisito), sono stati menzionati il bigottismo, la misoginia o il razzismo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale era presente all’evento. Nessuno menzionava il flusso inarrestabile d’affermazioni ignoranti, vere menzogne e azioni impetuose che hanno eroso la posizione del presidente degli Stati Uniti – e quindi degli Stati Uniti stessi – nel mondo. Nessuno ha menzionato l’abbandono dei sistemi per accertare la verità, e la verità in sé.

In effetti, nessuno dei titani delle multinazionali americane ha menzionato le riduzioni dell’Amministrazione riguardo ai finanziamenti per la scienza, così importanti per rafforzare il vantaggio comparativo dell’economia statunitense e sostenere il progresso dello standard di vita degli americani. Nessuno ha menzionato il rifiuto da parte dell’amministrazione Trump manifestato nei confronti delle istituzioni internazionali, o gli attacchi ai media nazionali, nonché al sistema giudiziario. Comportamenti che equivalgono a un assalto al sistema di “checks and balances” (controlli e equilibri) che sorregge la democrazia statunitense.

No, gli amministratori delegati di Davos si stavano leccando le labbra per la legislazione fiscale che Trump e i Repubblicani del Congresso hanno recentemente promosso, il che porterà centinaia di miliardi di dollari alle grandi società e ai ricchi che li possiedono e li gestiscono, persone come Trump stesso. Rimangono impassibili di fronte al fatto che la stessa legislazione, quando sarà pienamente attuata, porterà ad un aumento delle tasse per la maggioranza della classe media, una fascia sociale le cui fortune sono in declino da circa 30 anni.

Anche nel loro mondo strettamente ancorato al concreto, dove la crescita conta più di ogni altra cosa, la legislazione fiscale di Trump non dovrebbe essere celebrata. Dopotutto, abbassa le tasse sulle speculazioni immobiliari, un’attività che ha prodotto prosperità sostenibile in nessun luogo, ma che ha contribuito all’aumento della disuguaglianza ovunque.

La legislazione impone anche una tassa sulle università come Harvard e Princeton – fonti di numerose idee e importanti innovazioni – e porterà a una riduzione della spesa pubblica a livello locale in alcune parti del paese che sono cresciute, proprio perché hanno fatto investimenti pubblici nell’istruzione e nell’infrastrutture. L’amministrazione Trump è chiaramente disposta a ignorare il fatto ovvio che, nel ventunesimo secolo, il successo richiede in realtà più investimenti nell’istruzione.

Per gli amministratori delegati di Davos, i tagli fiscali per i ricchi e le loro società, insieme alla deregolamentazione, appaiono come la risposta ai problemi di ogni paese. L’economia del declino, sostengono, assicurerà che, in definitiva, l’intera popolazione ne trarrà benefici economici. E il loro apparente buon cuore è tutto ciò che occorre per garantire che l’ambiente sia protetto, anche senza normative pertinenti.

Eppure, le lezioni della storia sono chiare. L’economia del trickle down non funziona. Una delle ragioni principali per cui il nostro ambiente si trova in una condizione così precaria è che le società non sono state all’altezza delle loro responsabilità sociali. Senza regolamenti efficaci e un prezzo reale da pagare per inquinare, non c’è ragione di credere che si comporteranno in modo diverso rispetto a quello che normalmente fanno.

Gli amministratori di Davos erano euforici sul ritorno della crescita, sui loro profitti e compensi in salita. Gli economisti li hanno messi sull’avviso che questa crescita non è sostenibile e che essa non è mai stata inclusiva. Ma tali argomenti hanno un impatto limitato in un mondo in cui il materialismo impera.

Quindi, dimenticate le banalità dei valori che gli amministratori citano nei paragrafi iniziali dei loro discorsi. Possono venir meno del candore del personaggio di Michael Douglas nel film del 1987 di Wall Street, ma il messaggio non è cambiato: “L’avidità è cosa buona“. Ciò che mi deprime è che, sebbene il messaggio sia ovviamente falso, così tanti in posizione di potere credono che sia vero.

Joseph E. Stiglitz, a Nobel laureate in economics, is University Professor at Columbia University and Chief Economist at the Roosevelt Institute. His most recent book is Globalization and Its Discontents Revisited: Anti-Globalization in the Era of Trump.

https://www.project-syndicate.org/commentary/davos-ceos-tax-cuts-trump-by-joseph-e–stiglitz-2018-02

[1] https://www.project-syndicate.org/commentary/stock-market-harbinger-economic-reckoning-by-dambisa-moyo-2018-02

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