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Giorgio Laguzzi: la ricchezza nascosta delle nazioni (seconda parte)

8 ottobre 2017

Regole attuali ed errori del passato

Uno dei primi e più incisivi interventi fatti in materia fu sicuramente rappresentato dal FACTA (Foreign Account Tax Compliance Act), voluto nel 2010 dalla Presidenza Obama. La legge prevedeva lo scambio automatico di dati tra le banche straniere e l’International Revenue Service, nonché una sanzione pari al 30% sui dividendi e sugli interessi attivi versati dagli Stati Uniti in caso di mancata ottemperanza. Pur con diversi limiti, tale provvedimento fu un deterrente sufficiente per portare alla cooperazione molti dei paradisi fiscali (quantomeno a livello formale). Il FACTA ha avuto il pregio di superare il precedente sistema in vigore, il quale si basava su scambi di informazione solo su richiesta. Ovviamente molte problematicità sono rimaste a causa dell’opacità finanziaria e della capacità di eludere le forme di controllo, ma sarebbe sbagliato non riconoscere il buon passo avanti, specie considerando che questo era probabilmente ritenuto un’utopia ancora una decina di anni fa.

Ciò insegna anche una cosa non secondaria, ovvero come a volte, nel giro di brevi lassi di tempo, si possano compiere dei decisi miglioramenti in materia, e che dunque la questione risulti essere maggiormente a livello di decisionismo politico, piuttosto che relativa ad altri livelli più giuridici o finanziari.
Per contro l’omologo del FACTA adottato dall’UE, la cosiddetta Direttiva Risparmio adottata a partire dal Luglio 2005, si è rivelata abbastanza fallimentare, e il motivo principale è stato proprio l’assenza di misure coercitive. Più nello specifico tre difetti principali vengono evidenziati da Zucman:

1. La Direttiva prevede un regime particolare per Lussemburgo e Austria, il che mina fortemente la credibilità e la possibilità di agire in maniera davvero coordinata a livello di Unione Europea, vista tale asimmetria. Nella fattispecie le banche lussemburghesi e austriache possono semplicemente decidere di tassare al 35% gli interessi anziché comunicare i dati. In tal modo contribuenti corretti si troveranno a pagare più tasse, vittime di escamotage assolutamente leciti;
2. Altro problema è che tale imposta del 35% si applica solo ai conti detenuti a nome dei proprietari, ma non a società di comodo, trust o fondazioni;
3. Infine, la Direttiva si applica agli interessi attivi, ma non ai dividendi.

Non serve dunque scomodare premi Nobel per l’economia per comprendere come l’effetto maggiore della Direttiva sia stata quella di accentuare ancor più la tendenza a trasferire conti verso società di comodo. Tale tendenza peraltro era iniziata già negli anni ’90, prima della Direttiva, ed aveva portato il 25% di conti con proprietari europei contro più del 50% detenuti in società di comodo, con un rapporto 1:2. Rapporto che dal 2005 (anno di entrata in vigore della Direttiva, appunto) è però schizzato a 1:6, triplicando in meno di dieci anni.

Cosa fare? Quattro passi (da gigante?)

Veniamo dunque ad affrontare le possibili soluzioni. I quattro passi che analizzeremo possono essere riassunti come segue: i dazi-sanzione, la creazione di un catasto finanziario mondiale, l’introduzione di una tassa patrimoniale globale, e una imposta sulle società del XXI secolo. Questi quattro passi non hanno tutti la stessa lunghezza, ed alcuni hanno sicuramente tassi di realizzabilità più alti, mentre altri sono stati criticati perché irrealistici. Ad esempio, la proposta di una tassa patrimoniale a livello globale è stata proposta anche da Thomas Piketty in [2], ed è stata oggetto di numerose critiche, non tanto sulla sua validità teorica, ma sulla sua praticabilità (come ad esempio da Joseph Stiglitz e Yanis Varoufakis). Non ci addentreremo nel dettaglio, ma personalmente tendo a concordare con tali critiche riguardo alla effettiva realizzabilità di una imposta patrimoniale globale anche nel medio periodo. Ciò premesso analizziamo ora brevemente le varie proposte.

La prima viene dall’esperienza che i metodi coercitivi siano la modalità che permette di ottenere i passi più decisi nella giusta direzione. Oltre a quelli accennati nel paragrafo precedente, un esempio che ci consegna la storia è il caso di Montecarlo del 1963, quando De Gaulle minacciò pesantissime ripercussioni sul Principato nel qual caso non avesse allineato il regime fiscale per i cittadini francesi all’interno nella loro giurisdizione; i risultati furono immediati, e da allora i cittadini francesi residenti a Monaco sono soggetti agli stessi trattamenti fiscali che avrebbero in Francia.

Un altro aspetto che abbiamo implicitamente toccato sopra è anche il tema dell’elusione. A tal riguardo, un metodo per ridurre lo spazio di elusione sarebbe quello di colpire i beni e i servizi del commercio, anziché le transazioni finanziarie. Un Paese come la Svizzera, al centro dell’Europa, non potrebbe certamente rinunciare ai suoi scambi con i Paesi confinanti per sostenere la propria economia. Ovviamente l’odierno intreccio di rapporti commerciali impedisce ad un singolo Paese di poter esercitare una pressione tale da scatenare un effetto-De Gaulle come nel 1963. Ed è per questo che l’approccio più efficace è dato da una coalizione di Stati.

A tal riguardo esistono due possibili soluzioni: optare per coalizioni più grandi, sicuramente più forti ma più instabili e meno compatte, oppure su coalizioni più piccole, forse meno forti ma sicuramente in grado di muoversi con maggior senso comune. Nell’analisi portata avanti da Zucman, egli predilige la seconda opzione, mostrando anche come coalizioni formate anche solo da tre Paesi possano già ottenere effetti importanti. In particolare, sempre per rimanere sul caso svizzero, una coalizione formata da Germania, Francia e Italia potrebbe ottenere risultati interessanti con una imposizione di dazi pari al 30% alle merci importate dalla Svizzera (tali dazi non contravverrebbero le regole dell’OMC, per il quale viene ammesso un dazio per il recupero dell’evasione fiscale). Ovviamente l’obiettivo è quello di creare un deterrente abbastanza forte per portare i Paesi offshore a collaborare, non ti ricreare una situazione di alto protezionismo, che alla lunga non giova all’economia generale. Ma tuttavia la minaccia non deve essere troppo blanda da impedire eventualmente l’applicazione, anche solo momentanea di tali dazi, sino a quando il Paese in questione non assuma appunto un atteggiamento collaborativo.

Ovviamente, questo metodo dei dazi-sanzioni non può funzionare coi Paesi all’interno dell’UE, come appunto il Lussemburgo. Abbiamo già accennato nella prima parte quanto il tema del Lussemburgo sia problematico prima di tutto per un motivo simbolico, essendo un Paese membro dell’Eurozona; come si fa infatti ad avere una credibilità seria riguardo al tema della lotta all’evasione fiscale da parte dei colossi digitali con all’interno nel proprio sistema monetario un’area che incentiva così spudoratamente pratiche di concorrenza sleale? Nel suo saggio Zucman esegue anche un’analisi dello sviluppo dell’economia del Granducato dal 1970 ad oggi, mostrando come il peso dell’industria sia crollata dal 45% degli anni Settanta a meno del 10% odierno, mentre complementarmente il settore finanziario sia passato dal 2% ad oltre il 40%. Il Granducato ha praticamente avviato un’operazione di svendita commerciale della propria sovranità nazionale. Ad ulteriore dimostrazione di ciò, si pensi che il Prodotto nazionale lordo rappresenta solo il 65% del Prodotto interno lordo, cosa dovuta al fatto che una larghissima fetta viene utilizzata per pagare fondi di investimento e holding.

Veniamo ora al secondo passo, ovvero la creazione di un catasto mondiale. Esso rappresenta il passo decisivo per avere quel necessario e potente strumento di verifica, nonché anche un efficace strumento per la stabilizzazione finanziaria. Verosimilmente una raccolta dati del genere potrebbe essere messo in atto dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). Si noti che, per quanto possa apparire come qualcosa di titanico, un catasto siffatto non risulterebbe un’impresa così ardua; si pensi infatti che simili registri esistono già a livello nazionale o federale, magari parziali. Esempi concreti sono il Depository Trust Company statunitense, la Euroclear belga e la Clearstream lussemburghese. Come accennato, l’FMI avrebbe tutte le capacità tecniche e la forza politica per attuare un programma di raccolta dati del genere, ma verosimilmente solo sul medio termine. Sul breve periodo, e come passaggio intermedio, si potrebbero creare dei registri regionali, come ad esempio un catasto europeo gestito dalla BCE. Importante infine che un tale catasto sia anche esteso ai titoli derivati, possibile probabilmente solo in un secondo passaggio, magari sul medio lungo periodo, ma essenziale per evitare la conversione massiccia in warrant o similari. Questo, insistiamo, sarebbe essenziale non solo come strumento di verifica e di lotta all’elusione fiscale, ma soprattutto per la stabilizzazione finanziaria.

La tassa patrimoniale globale sarebbe il conseguente passaggio successivo e in qualche modo complementare al catasto mondiale. Abbiamo già accennato sopra alla difficile realizzabilità di una manovra del genere, per motivazioni che si ritengono prevalentemente di natura politica. Per fare un parallelo, una tassa patrimoniale globale potrebbe avere la stessa difficoltà di realizzazione del sistema monetario mondiale proposto da Keynes tra il 1940 e il 1945: il Bancor. La sua validità teorica e di strumento utile alla stabilizzazione finanziaria era fuori di dubbio. Il problema era che si scontrava con l’interesse egemonico statunitense, il quale invece preferì creare il sistema di Bretton Woods, incentrato sul dollaro. Allo stesso modo una tassa patrimoniale mondiale sarebbe uno strumento utile, sia per la trasparenza fiscale, sia per la stabilizzazione finanziaria. Ma non serve essere strateghi di alto livello per comprendere come essa si scontrerebbe con diverse volontà all’interno dei meccanismi politici, economici e finanziari a diversi livelli.

Ciò detto, la proposta di Zucman sarebbe quella di una tassa globale sul patrimonio pari allo 0,1%. Questo potrebbe portare anche un incentivo per recuperare la somma trattenuta dalle autorità fiscali del FMI da parte del cittadino di una certa nazione, il quale dovrebbe dichiarare tale patrimonio, a tutto vantaggio della trasparenza. Altri indubbi fattori positivi sarebbero che da un lato si disincentiverebbe la nascita di fondazioni, società di comodo e presta-nomi vari, e dall’altra si potrebbe consolidare e rafforzare la sovranità fiscale delle singole Nazioni, poiché verrebbe disincentivata la competizione a ribasso sulle aliquote, che rappresenta oggigiorno forse la più pericolosa minaccia a livello di tenuta fiscale per le finanze pubbliche.

Infine veniamo all’imposta sulle società del XXI secolo. La proposta di Zucman ha alla base un’idea precisa: calcolare gli utili delle società su base mondiale e poi ripartirli tra i diversi Paesi con una formula che combini fatturato, manodopera e capitale. I vantaggi di un tale sistema sarebbero chiari ed immediati: una società non avrebbe più alcuna necessità di manipolare i prezzi di trasferimento, o quantomeno perderebbe i principali incentivi a farlo. La domanda che sorge ovviamente riguarda la realizzabilità di una tale imposta. Diversamente dalla tassa patrimoniale globale, l’imposta sulle società proposta ha un tasso di realismo decisamente più elevato. Basti pensare infatti che una simile imposta esiste già, ad esempio, degli USA: gli utili vengono calcolati a livello federale, e poi redistribuiti ai singoli Stati, i quali mantengono quindi la loro “sovranità” nel decidere le aliquote, senza generare competizioni al ribasso. La proposta della Commissione all’UE, nota come CCTB (Consolidated Corporate Tax Bases) si basa su un meccanismo simile. L’unico difetto è che per il momento, il piano proposto è facoltativo, nel senso che spetta alla singola società decidere se aderirvi o optare per le imposte nazionali esistenti. Il primo decisivo passo sarebbe rendere obbligatoria l’adesione a CCTB.

Giorgio Laguzzi
Akademischer Rat presso Albert-Ludwigs-Universitaet Freiburg

Bibliografia

1. J.S. Henry, The prince of offshore revisited. Tax Justice Network, Luglio 2012. (Available at: http://piketty.pse.ens.fr/files/HenryTJN2012.pdf)
2. T. Piketty, Il Capitale del XXI secolo, Bompiani, 2014
3. G. Zucman, The hidden wealth of nations, University of Chicago press, 2013.

 

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