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Joseph Stiglitz: “Perché il taglio delle tasse per i ricchi non risolve alcunché”

12 agosto 2017

Questo breve articolo, vergato dal laureato Nobel Joseph Stiglitz, sulla inconsistenza riguardo alla riduzione delle aliquote fiscali in funzione della crescita economica, dovrebbe essere letto da parte di coloro che da anni perorano la “flat tax” come la panacea di tutti i mali dell’economia nazionale. Così come sarebbe fruttuoso far proseguire a questa succinta spiegazione l’interessante saggio dell’economista francese Gabriel Zucman, “La ricchezza nascosta delle Nazioni[1], dal quale si evince il ruolo interpretato dalle Banche Svizzere nel dirottare presso i paradisi fiscali somme enormi di proprietà di cittadini non residenti nella Confederazione, pari a circa 2.100 miliardi di euro, quasi tutti sottratti al fisco dei paesi occidentali (Italia 150 miliardi).  Argomento artatamente celato dalla destra liberale, ma che per altro non trova grande spazio comunicativo anche a sinistra, men che meno come tesi di lotta politica: questa sempre più incardinata sui diritti civili o sulle questioni “umanitarie”. Salvo poi, piagnucolare sulle supposte sconfitte “immeritate”.

Why Tax Cuts for the Rich Solve Nothing

By Joseph Stiglitz

AUG 1, 2017 | INCOME & WEALTH | GOVERNMENT FINANCE |INSTITUTIONS, POLICY & POLITICS

Back-room deals on corporate tax reform won’t increase growth

NEW YORK (Project Syndicate) Sebbene i plutocrati di destra americani potrebbero non essere d’accordo su come classificare i principali problemi del paese – ad esempio, la diseguaglianza, la crescita lenta, la scarsa produttività, la dipendenza dagli oppiacei, le scuole degradate e le infrastrutture peggiorate – la soluzione è sempre la stessa: riduzione delle imposte e deregolamentazione, al fine di “incentivare” gli investitori e “liberare” l’economia.

Il presidente Donald Trump sta contando su questa politica per far sì che l’America diventi “great again”.

Non lo farà, perché tale scelta non produsse in passato alcun risultato. Quando il presidente Ronald Reagan la provò negli anni ’80, egli sostenne che i ricavi fiscali sarebbero aumentati. Invece, la crescita rallentò, le entrate fiscali diminuirono e i lavoratori pagarono un prezzo. I grandi vincitori in termini relativi furono le imprese e i ricchi che beneficiarono di drastiche riduzioni [fiscali].

Trump deve ancora avanzare specifica una proposta fiscale. Ma, a differenza dell’approccio della sua amministrazione alla legislazione sanitaria, la mancanza di trasparenza non lo aiuterà. Nel frattempo molti dei 32 milioni di persone prevedono di perdere l’assicurazione sanitaria sotto l’attuale proposta e non sanno ancora cosa stia loro per capitare, dissimilmente per le imprese, che lo sanno, avranno la peggio dalla riforma fiscale di Trump.

Ecco il dilemma di Trump. La sua riforma fiscale deve essere neutrale nelle entrate. E’ un imperativo politico: con le imprese che sono sedute su trilioni di dollari in contanti mentre gli americani ordinari soffrono, ridurre l’importo medio delle imposte sulle imprese sarebbe immorale – e maggiormente immorale [sarebbe] – se si abbassassero le tasse al settore finanziario che generò la crisi del 2008, di cui mai pagò per il danno economico.

Inoltre, le procedure del Senato prescrivono che per l’emanazione di una riforma fiscale [necessiti] una maggioranza semplice, piuttosto che i tre quinti di maggioranza necessaria per sconfiggere un quasi certo ostruzionismo da parte dei democratici all’opposizione, la riforma deve risultare neutrale in termini di bilancio per dieci anni.

Questo requisito significa che la media delle entrate fiscali deve restare la stessa rispetto allo stato attuale, ciò implica che ci saranno dei vincitori e dei vinti. Alcuni pagheranno di meno di quanto facciano ora, altri pagheranno di più. Si potrebbe farla franca nel caso dell’imposta sul reddito personale, perché sebbene i perdenti lo percepiscano, non sono sufficientemente organizzati. Al contrario, perfino le piccole imprese fanno azione di lobby nel Congresso degli Stati Uniti.

La maggior parte degli economisti sarebbe d’accordo sul fatto che l’attuale struttura fiscale dell’America sia inefficiente e ingiusta. Alcune aziende pagano un’aliquota molto più alta di altri. Forse, le imprese innovative che creano posti di lavoro dovrebbero essere ricompensate, in parte, da una tregua fiscale. Ma l’unica logica che sta dietro a chi ottiene la tregua fiscale sembra essere l’efficacia dei lobbisti e dei supplicanti.

Uno dei problemi più importanti riguarda la tassazione dei redditi stranieri delle società statunitensi. I democratici ritengono che, poiché le società statunitensi, ovunque essi operino, beneficino dello stato di diritto e del potere americano per assicurarsi che non siano maltrattate (spesso garantite dal trattato), dovrebbero pagare per questi e per altri vantaggi.

Ma il senso di correttezza e di reciprocità, molto meno di fedeltà nazionale, non è profondamente radicato in molte aziende statunitensi, che rispondono minacciando di spostare la loro sede all’estero.

I repubblicani, parzialmente a causa di questa minaccia, sostengono un sistema fiscale territoriale, simile a quello utilizzato nella maggior parte dei paesi: le tasse dovrebbero essere imposte sull’attività economica solo nel paese in cui si verifica. La preoccupazione è che dopo aver imposto un prelievo unico sui profitti non tassati che le imprese statunitensi detengono all’estero, l’introduzione di un sistema di tipo territoriale generi una perdita fiscale.

Per compensare questo, Paul Ryan, lo speaker della Camera dei Rappresentanti, ha proposto di aggiungere una tassa sulle importazioni nette (importazioni meno esportazioni). Poiché, le importazioni nette portano alla distruzione di posti di lavoro, questi dovrebbero essere scoraggiati. Al tempo stesso, a patto che le importazioni nette statunitensi siano elevate come lo sono adesso, la tassa produrrebbe enormi ricavi.

Ma c’è un ostacolo: i soldi devono tuttavia provenire dalla tasca di qualcuno. I prezzi all’importazione saliranno. I consumatori d’abbigliamento economico cinese avranno la peggio. Per la squadra di Trump, questo è un danno collaterale, il prezzo inevitabile che deve essere pagato per dare più soldi agli plutocratici americani. Ma i rivenditori come Wal-Mart, che non solo i suoi clienti, fanno parte del danno collaterale. Wal-Mart lo sa e non lo permetterà.

Altre riforme fiscali possono avere un senso; ma anche queste, implicano vincitori e vinti. Finché i perdenti sono numerosi e sufficientemente organizzati, è molto probabile che abbiano il potere di fermare la riforma. Un Presidente politicamente astuto che comprendesse in profondità l’economia e la politica che concerne la riforma fiscale delle imprese potrebbe plausibilmente indurre con forza il Congresso [a varare] un pacchetto di riforme che avesse senso. Trump non è certo quel leader.

Ammesso e non concesso che la riforma dell’imposta sulle imprese si concretizzi pienamente, sarà un guazzabuglio mercanteggiato dietro le quinte. Più probabilmente è un dimostrazione di taglio fiscale: i perdenti saranno le generazioni future, che non fanno parte di quelle lobby a cui appartengono gli attuali magnati di oggi, dei quali i più avidi includono quelli che devono le loro fortune ad attività spregevoli, come il gioco d’azzardo.

La squallore di tutto questo sarà edulcorato con la vecchia pretesa che le aliquote d’imposta più basse favoriranno la crescita. Non esiste semplicemente una base teorica o empirica che giustifichi tale scelta, soprattutto nei paesi come gli U.S.A., dove la maggior parte degli investimenti (a margine) è finanziata da debiti e gli interessi sono detraibili. Il reddito marginale e il costo marginale sono ridotti proporzionalmente, lasciando gli investimenti in gran parte invariati.

Infatti, con uno sguardo più attento, tenuto conto dell’ammortamento accelerato e degli effetti sulla condivisione dei rischi, si dimostra che la riduzione dell’aliquota fiscale riduce probabilmente l’ammontare degli investimenti.

I piccoli paesi sono l’unica eccezione, perché possono perseguire politiche di competizione verso il basso (beggar-thy-neighbour) che mirano a sottrarre le grandi imprese dai loro vicini. Ma la crescita globale è in gran parte invariata – gli effetti distributivi lo impediscono leggermente – poiché si guadagna a scapito dell’altro. (E questo presuppone che l’altro non risponda e così si alimenta una corsa verso il basso.)

In un paese con tanti problemi – in particolare le diseguaglianze – i tagli fiscali per le imprese ricche non ne risolveranno alcuno. Questa è una lezione per tutti i paesi che contemplano una riduzione delle imposte alle imprese anche per quelli che non hanno la disgrazia di essere guidati da un inesperto, codardo plutocrate.

https://www.ineteconomics.org/perspectives/blog/why-tax-cuts-for-the-rich-solve-nothing

[1] Gabriel Zucman, “La ricchezza nascosta delle nazioni” addedtore.it

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