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Giorgio Laguzzi: CETA, Oltre pensiero angelico e sospetti demoniaci (2° puntata)

8 agosto 2017

Investment Court System

Brevemente chiamato nel seguito ICS, l’Investment Court System è sostanzialmente il sistema previsto nel CETA per la risoluzione di contenziosi tra investitori e Stati sovrani.  Tale sistema previsto nell’accordo UE-Canada è nato per migliorare l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), ovvero il sistema di risoluzione dei contenziosi utilizzato nei precedenti trattati di libero scambio.

La ragione principale per cui vi è stata una certa pressione per cambiare l’ISDS all’interno dei nuovi trattati di libero scambio in fase di discussione (CETA, TTIP) è stata la necessità di trovare un sistema che impedisse alcune storture che erano state generate. In particolare, la nota più dolente era rappresentata dai molti contenziosi sollevati da compagnie multinazionali principalmente per ottenere cospicui risarcimenti economici derivanti da presunti “danni per perdita di profitto legittimamente atteso” per via di alcune misure approvate dai Governi e dai Parlamenti nazionali. A guisa di esempio, si ricordi il caso della Philipp Morris International, la quale aprì un contenzioso contro l’Uruguay per la misura presa di applicare sui pacchetti di sigarette le immagini e le scritte ben note per disincentivare il fumo e sottolineare i danni che esso causa; la richiesta di risarcimento ammontava a 25 milioni di dollari. Oppure, per citare un caso che coinvolse direttamente l’Unione Europea, il contenzioso tra Germania e Vattenfall, il colosso energetico svedese; la richiesta di risarcimento in questo caso ammontava a €1,4 miliardi, per via di alcune misure adottate dal ministro dello sviluppo e dell’ambiente della Città di Amburgo. Il caso si risolse nel 2011 e la Città di Amburgo fu costretta a rinunciare a parte delle misure di protezione ambientale che aveva precedentemente deliberato.

In [2] gli autori analizzano nel dettaglio altri tre casi, oltre ai due citati sopra, per sostenere la tesi che anche con  l’ICS le stesse motivazioni avrebbero potuto essere addotte dagli investitori, concludendo dunque che l’ICS nulla abbia apportato in termini sostanziali riguardo alla tutela degli Stati sul loro legittimo diritto a legiferare in questioni di salute pubblica e sicurezza ambientale. Tale documento riassume una analisi dettagliata portata avanti da diversi enti, tra i quali: Canadian Centre for Policy Alternatives, Coorporate Union Observatory, Friends of the Earth Europe, Forum Umwelt  und Entwicklung e Transnational Institute.

Tra i principali difetti che l’ICS continua a mantenere si possono citare i seguenti:

  • il mantenimento di una forte protezione degli investitori internazionali, in particolare il diritto di citare in giudizio uno Stato per “mancato profitto”. Nel sistema così come concepito, resterebbe compito dello Stato dimostrare di aver agito per la tutela dell’interesse pubblico e che i provvedimenti in questione non siano “eccessivi”. Al contrario l’ICS non prevede la possibilità per uno Stato di citare in giudizio un investitore per danni causati da alcune strategie imprenditoriali, ad esempio danni ambientali o di salute pubblica. Ciò rivela una asimmetria dell’ICS tra investitori e Stati sovrani.
  • ICS è basato su un modello di arbitrato, piuttosto che essere una vera e propria Corte. I componenti non sono giudici indipendenti, con fisso salario. Sono inoltre eleggibili come componenti membri avvocati privati, rappresentanti degli investitori. Il serio rischio insito in un sistema di compenso “a chiamata” incentiva dunque i membri a giudicare in favore degli investitori, in modo da stimolare ulteriore citazioni in giudizio. Riguardo a questo punto, la Deutscher Richterbund (la più ampia Associazione di magistrati tedesca) ha recentemente fatto notare come “L’ICS appaia più come una corte permanente di arbitrato, piuttosto che una vera e propria corte internazionale indipendente”.
  • Più in generale, viene lasciato un arbitrio interpretativo alla Corte tale da non garantire in maniera consistente il diritto a legiferare di uno Stato.

L’analisi in [2] rileva infine diversi specifici punti deboli attraverso i quali l’ICS lascerebbe ancora troppo spazio agli investitori per rivalersi a seguito di misure per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica. In particolare, secondo gli autori, laddove la Commissione avesse realmente voluto garantire il diritto a legiferare delle istituzioni pubbliche, avrebbe esplicitamente scritto che “gli Stati possono, a loro discrezione, determinare quanto sia di pubblico interesse e che misure prese nell’interesse pubblico non possono in alcun modo cadere entro il raggio d’azione del diritto da parte di un investitore di citare in giudizio uno Stato per mancato profitto”.

I termini usati sono invece molto meno precisi e affermano soltanto che “la protezione dell’investitore non pregiudica il diritto a legiferare” (il che risulta chiaramente una asserzione decisamente più debole rispetto alla precedente).

Si osservi infine che è stata anche eccepita la legittimità di questi sistemi di arbitrato rispetto al sistema giuridico europeo. Su ciò, ad esempio, si veda [1], in cui viene inoltre fatto osservare come per via della sua natura, l’ICS potrebbe entrare in serio contrasto sia con le Corti dei singoli Stati membri, sia con la Corte Europea di Giustizia.

Conclusioni  e osservazioni finali generali

Lungi dal non riconoscere che sicuramente vi siano diversi punti a favore del trattato Canada-UE, il giudizio personale rimane nel complesso negativo. I dati di analisi tramite i differenti tipi di modelli macroeconomici sono spesso contraddittori, ed anche i più ottimistici non evidenziano uno stimolo all’economia e alla crescita economica così incisivo da giustificare la perdita delle centinaia di migliaia di posti occupazionali che anche i modelli più ottimistici tendono a prevedere. Inoltre l’ICS sembra essere un sistema di arbitrato eccessivamente asimmetrico, che tende a comprimere ancor più i poteri delle istituzioni pubbliche e degli organi democratici, peraltro con probabili incompatibilità rispetto al sistema giuridico europeo, come accennato poco sopra.

Tutte queste valutazioni, insieme a quelle di carattere più generale a cui facevo riferimento della parte introduttiva del precedente intervento, fanno pensare che, ancora una volta, questi trattati commerciali di libero scambio non siano adeguatamente sostenuti da una cornice di tutele delle fasce deboli della popolazione, che invece vedrebbero ridursi ulteriormente il loro spazio all’interno della società, accentuando così ancor più le distanze sociali tra i diversi strati sociali.

In definitiva, bisogna tenere conto di due considerazioni, nel valutare i trattati di libero scambio.

Primo, essi possono ancora rappresentare una risorsa importante per lo sviluppo economico, a patto però di tenere in considerazione il possibile “effetto saturazione” (talvolta chiamato  “iperglobalizzazione”) a cui accennavamo già la scorsa volta; infatti, anche concentrarsi maggiormente sullo sviluppo economico interno all’UE in questa fase, in un’ottica soprattutto di sostegno alle piccole e medie imprese, potrebbe avere effetti molto positivi; d’altronde i grandi investitori internazionali già hanno ottenuto straordinari vantaggi dalle prime fasi della globalizzazione, a discapito spesso proprio delle piccole e medie imprese, e sarebbe dunque molto saggio concentrarsi ora maggiormente sullo sviluppo e la crescita di queste ultime.

Secondo, sino a quando l’UE non avrà sviluppato gli adeguati strumenti di welfare a livello europeo, in grado di fronteggiare seriamente il problema della piena occupazione, delle distanze reddituali, dell’eccesso di numero di famiglie in stato di  povertà assoluta, e delle differenze enormi tra i vari Stati membri riguardo al numero  dei cosiddetti lavoratori high-skilled, trattati di libero scambio come il CETA saranno comunque visti come problematici per una equa redistribuzione della (presunta) ricchezza generata.

Giorgio Laguzzi

Akademischer Rat presso Albert-Ludwigs-Universitaet Freiburg

Riferimenti Bibliografici

  1. Laurens Ankersmit, “The Compatibility of Investment Arbitration in EU Trade Agreements with the EU Judicial System”, Journal of European Environmental and Planning Law, Vol. 13.
  2. Cincotti, Eberhardt, Grotefendt, Olivet, Siclair (2016) “Investment court system put to the text”, Canadian Centre for Policy Alternatives, Corporate Europe Observatory, Friends of the Earth Europe, German Forum on Environment & Development, Transnational Institute.

 

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