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Il ritorno dell’ancien régime

29 giugno 2017

Noto e condivido l’amarezza attraverso cui viene veicolata “l’immeritata” sconfitta della Giunta di centro-sinistra. Concordo con le versioni più pacate, tuttavia la questione sta ancora più a monte, poiché siamo giunti al fatidico dubbio di chiederci quale teoria economica dobbiamo adottare e quale politica economica conseguente è più confacente agli interessi dei nostri ceti di riferimento. Qualora si perseguisse l’ortodossia corrente (di tipo neoclassica marginale), che empiricamente ha dimostrato di accrescere la disuguaglianza, non v’è alcuna dimostrazione di buon governo amministrativo locale che possa reggere all’impatto di una scomposta protesta. Per i “molti” votare a destra o a sinistra, in questo dato momento storico – o peggio non votare – è semplicemente  indifferente dal punto di vista ideologico, poiché essendo il disegno attuale nel suo complesso percepito come immutabile, costoro sospettano che la loro qualità della vita rimarrà in futuro miseramente la stessa. Si scommette solo sull’abbattimento del “sovrano” nella speranza che la “provvidenza” arrechi qualche vantaggio.

Il “gioco” del pensiero economico marginale è molto semplice, sebbene sia scientemente applicato in modo scorretto. Immaginate di partecipare in una partita di poker in cui il vostro avversario rilanci avendo in mano un tris d’assi e voi solo tre donne. Appare evidente che lui si aggiudichi la posta, ma se quell’asse da picche con un gesto furtivo viene fatto scivolare dalla manica sostituendolo con un fante di coppe, egli ovviamente bara.

La teoria della produttività marginale afferma che coloro i quali prendono parte a un processo produttivo ottengano la giusta remunerazione grazie alla loro produttività marginale in un contesto di concorrenza. Sulla base di questo assunto si direbbe che si tratta di un principio non contestabile. Sennonché, una parte della popolazione attiva, mi riferisco specificatamente al management industriale e finanziario, sin dalla fine degli anni ottanta, ha percepito emolumenti a un ritmo molto più veloce rispetto al valore di mercato della società, barando in modo spudorato.  Negli USA – conseguentemente in tutti i paesi ove vige il sistema capitalistico, pur con graduazioni diverse – il rapporto fra il salario di un amministratore delegato e quello di un lavoratore medio è salito da 20 a 1 a 354 a 1[1]. Tutto ciò è l’amaro frutto derivante dalla legalizzazione di alcune pratiche chiaramente fraudolente che hanno contribuito a far lievitare in modo anomalo i valori delle quotazioni borsistiche: il Short-terminism (trading finanziario a breve), il Buy-back (acquisto di azioni proprie) e infine la distribuzione di sontuosi dividendi a discapito degli investimenti. Ebbene, questi tre sotterfugi rappresentano i principali vettori attraverso cui si è verificata questa enorme concentrazione di ricchezza che secondo una stima, per altro condivisa da molti ricercatori: l’1% degli americani detiene il 49% della ricchezza del paese; lo 0,1% ne controlla il 22%.[2] Il tutto si rifà al dottrina del cosiddetto “trickle down” o “sgocciolamento” che prosaicamente significa: se io, imprenditore, capitalista mi arricchisco, anche tu caro lavoratore avrai la tua parte.

Da cui s’intuisce che vi è stata una enorme sottrazione di ricchezza, o se preferite di valore, prodotta dall’economia reale verso il settore finanziario, ovvero nientemeno che la riproposizione della rendita ottocentesca (rent seeking).

Il premio Nobel, Joseph Stiglitz dà oggi della rendita una definizione non molto lontana da quella che diede David Ricardo, l’economista di scuola classica, proto–liberale del XIX° secolo, fustigatore dei rentiers del tempo:

La ricerca della rendita significa quindi ricavare reddito non come ricompensa per aver creato ricchezza, ma attraverso l’accaparramento di una quota più ampia di una ricchezza che sarebbe stata prodotta comunque”.[3]

Si può affermare che le proprietà della “rendita” son inversamente proporzionali a quelle della “crescita” e della “innovazione”: ossia tanto più prende corpo la prima tanto meno crescono gli investimenti.

Appunto, gli investimenti in capitale fisso, sia i pubblici sia i privati, attualmente sono al minimo storico, avendo perso ben due punti rispetto al 2008 (inferiore al 15% sul PIL Eurozona 2015)[4]. Essi sono l’unico veicolo, insieme alla “sorella” innovazione che possono allagare la base produttiva, ossia far aumentare la domanda di lavoro. Il nocciolo della questione sta proprio in questo rapporto tra “investimenti versus rendita”. Da tempo la seconda prevale sui primi estraendo ricchezza per direzionarla verso l’alto (il sistema finanziario) in quelle casse già pingui degli affluenti. Nel contempo, i salari dei lavoratori vengono congelati nonostante l’aumento generale della produttività. Inoltre, il tasso di disoccupazione e di sotto-occupazione (forme di precariato) rimane più o meno stabile, sebbene in alcuni casi vi siano state delle differenze dovute esclusivamente alle politiche monetarie non convenzionali ultra-espansive.

La conseguenza della corrente dottrina neoliberista (neoclassica) è un rafforzamento delle diseguaglianze, un fenomeno che ormai, a parere di molti sta rischiando di mutare il rapporto tra capitalismo e democrazia e conseguentemente farci precipitare nuovamente nella società del XVIII° secolo, quella dell’ “ancien régime”.

I partiti a orientamento progressista, presenti nelle democrazie occidentali, dovrebbero riflettere a lungo su questa temperie neoliberista che varca ormai il quarto decennio. Successivamente prendere le adeguate contromisure, smettendo di “menare il can per l’aia”, se non vogliono fare la fine del PS francese, ossia: radiato dalla storia.

[1] Afl Cio, Federazione Americana del Lavoro, Congresso delle Federazioni Industriali.

[2] Josh Harkinson, The Walmart heirs are worth more than everyone in your city combined 3.10.2014

[3] J.E. Stiglizt, Disuguaglianza e crescita economica, Ripensare il capitalismo, Laterza 2016

[4] Fonte Eurostat

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