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I molti, i pochi e i pentastellati

13 giugno 2017

businessman writing five star rating

In termini assoluti coloro che affermano l’inesistenza di una  cultura politica di destra e di sinistra o di altre famiglie affini negano spudoratamente l’importanza di una disciplina come la filosofia politica, che da Platone passando per il contrasto ideologico tra Mario e Silla fino ai giorni nostri, ha segnato il tormentoso percorso dell’umanità. Citando l’attualità, reputo che il più cristallino esempio di differenziazione tra destra e sinistra lo si possa ricavare dallo slogan del Labour Party nel Manifesto che ha accompagnato l’appena trascorsa campagna elettorale inglese: “for the many not the few” (per i molti non per i pochi). Qualora Percy Bysshe Shelley, il noto poeta romantico inglese, dalla cui famosa lirica sono state estrapolate queste parole, avesse voluto giustificare il contrario, ossia il predominio di una minoranza sulla maggioranza avrebbe invertito l’ordine degli aggettivi: “for the few not the many” (per i pochi non per i molti). Sebbene fosse un personaggio stravagante, Shelley non nascose mai le sue idee “libertarie”.

Oddio, vi sono anche coloro che stanno un po’ meno per i “molti” e un po’ più per i “pochi” e viceversa, tuttavia da questa dicotomia aggettivale, che rappresenta il nerbo centrale di tutta la filosofia politica, non si esce. Lo stesso discorso si può applicare per le teorie economiche. Seppur rudemente con l’accetta, si può dividere il ciocco in due parti: vi sono gli uni che abbracciano  il credo marginale (liberisti, ordo-liberisti, ecc.) tendenzialmente poco propensi ad attuare un’ampia redistribuzione della ricchezza – ovviamente con l’esclusione dei keynesiani – e gli altri, i cosiddetti eterodossi, affascinati dai classici (teoria del valore) che, pur con le loro diverse sfumature, propendono a sostenere l’opposto dei precedenti. Quasi impossibile trovare nella storia un personaggio di riferimento nel campo della filosofia politica o nelle teorie economiche che non fosse tendenzialmente né di destra né di sinistra, forse con la sola eccezione di Jean Jacques Rousseau, il quale lo fu in modo ambivalente a seconda di come l’accompagnasse il suo umore al risveglio mattiniero.

Essere orientativamente di destra, o viceversa, non è solo un “sentimento”, un moto dell’animo che svela la propria consapevolezza di appartenere a un ordine di idee condiviso, bensì anche il risultato di un processo analitico attraverso cui gli strumenti della scienza politica ed economica dimostrano che esistono due mondi contrapposti, variabili nelle loro intensità, ma inderogabilmente a somma zero.

I due trilemmi: l’uno politico, l’altro macroeconomico

Il noto politologo turco-americano Dani Rodrik, titolare della prestigiosa cattedra di economia politica ad Harvard, nel sua fortunata opera la “Globalizzazione Intelligente”, formula un trilemma che attiene principalmente alla sfera della politica – ormai da tutti comunemente accettato – secondo cui sia impossibile perseguire in modo simultaneo la sovranità nazionale, la democrazia e l’integrazione economica globale. Almeno uno dei casi in sequenza deve essere sacrificato. Ciò implica ovviamente delle scelte di tipo prettamente politico. A seconda delle varie combinazioni che vengono espresse esse determinano un orientamento più o meno marcato verso destra o sinistra, ma escludono totalmente che vi possono comprendere delle teorie che si distinguano per non appartenere né nell’una né nell’altra parte, come solennemente affermano a sproposito i politici del M5S.

Il celebre economista americano laureato Nobel Paul Krugman, di scuola keynesiana, proclive alle provocazioni intellettuali, sostiene che il cuore pulsante della macroeconomia internazionale è racchiuso nel famoso trilemma monetario, tutto il resto non sarebbe altro che una somma  di dettagli. Un paese che fissa il tasso di cambio della propria valuta (euro) e permette la libera circolazione dei capitali rinuncia al controllo sulla politica monetaria nazionale. Insomma, non c’è scampo, bisogna scegliere due su tre delle seguenti proprietà: stabilità del tasso di cambio, politica monetaria orientata agli obiettivi interni, libertà dei movimenti internazionali dei capitali. Sebbene in questo caso le diverse opzioni non determino con esattezza politiche economiche di destra o di sinistra – in alcune combinazioni queste sono sovrapponibili – non si è ancora capito quale siano le due alternative più congegnali per la politica economica del M5S, al di là della sciocchezza sul referendum propositivo riguardo al ripudio o meno della valuta unica, la cui lettura in chiave macroeconomica sembra voler dire: “scusate, stiamo prendendo tempo, poiché non sappiamo che pesci pigliare”.

Conclusione

Proclamarsi “insorgenti” e dichiararsi di voler essere né di destra né di sinistra può funzionare per un breve periodo di tempo e questo principalmente accade quando politiche di sinistra si confondono con quelle della destra. Rifiutare di ammettere la costante presenza nella storia del contrasto sociale può creare sgomento tra i “molti” e indurli verso un’illusoria ricerca di alternative anticonvenzionali, nel peggiore dei casi a disertare le urne. Tutto ciò non potrà essere che transitorio, poiché la legge della filosofia politica e in aggiunta l’obbligata scelta a fronte dei due trilemmi scientifici, prima o poi svelerà questa ambiguità.

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