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Come gabbare i gonzi e…gli inganni di Trump

1 maggio 2017

Nel 2015 due laureati Nobel in scienze economiche, George Akerlof e Robert Schiller scrissero a quattro mani un breve saggio di psicologia sociale, brillante nella sua stesura ma per nulla irrealistico, intitolato “Phishing for Phools”. Un’espressione gergale inglese che potrebbe essere tradotta in italiano in un modo altrettanto prosaico: “Come gabbare i gonzi”. Un’opera meritoria, estremamente divulgativa, che saggia la capacità del mondo finanziario e del marketing pubblicitario di trarre in inganno la maggior parte di noi, nella comune veste d’incauti investitori e di sprovveduti consumatori. Nel saggio i due autori, oltre a descrivere con succinta maestria la costruzione finanziaria truffaldina che sfociò nella crisi del 2008, catalogano esempi concreti di persuasione pubblicitaria disseminati nel tempo, i quali indussero l’ignaro consumatore a “to lap up” (credere ciecamente) nelle virtù miracolose di un prodotto piuttosto che di un altro, spesse volte pentendosene. Nonostante il loro successo editoriale, “l’economia della manipolazione e dell’inganno” – così recita il sottotitolo – come si può verificare dai recenti accadimenti, continua impunemente a mietere le sue vittime.

Un caso di cui il binomio Akerlof e Shiller includerebbe come comprovata falsità in una eventuale seconda edizione riguarderebbe la tesi secondo cui una sproporzionata diminuzione delle tasse alle imprese apporterebbe beneficio per tutti i contribuenti, in particolar modo per coloro che si posizionano nella soglia più bassa della scala sociale. E’ ovvio il riferimento alla rediviva “supply-side economy” ora di marca trumpiana, detta in altro modo “economia dell’offerta”, il cui assunto principale sta nel concetto di “sgocciolamento” o “trickle down”. In parole povere questa teoria economica ci dice che: “qualora si favorissero i ricchi anche i poveri si rallegrerebbero”.

Il Presidente Donald Trump, maestro in fatto “deception” (inganno) o “diversion” (distrazione), vuol far credere agli americani – come già fece nel recente passato Reagan con effetti disastrosi per la crescita incontrollata del debito pubblico – che agevolando il carico fiscale al’10% degli affluenti questo renderà tutti i suoi compatrioti indistintamente più ricchi. Sarà proprio così? E’ cambiato qualcosa rispetto all’esperienza repubblicana degli anni 80? Ascoltiamo l’opinione di due correnti di pensiero: la prima sul versante “democrat”, nella persona del politologo americano Robert Reich; la seconda “liberal” grazie al contributo dell’autorevole settimanale inglese The Economist.

Robert Reich:

Oggi, il Presidente Trump ha svelato la sua riforma fiscale, in particolare quella inerente alla riduzione delle tasse per le aziende (corporate tax reduction). Egli afferma che questa è la più massiccia riduzione del carico fiscale della storia nel nostro paese. Tagliando l’aliquota dal 35% al 15% vengono concessi benefici a coloro che detengono la più grande porzione di azioni, (il 10% degli americani posseggono in termini di valore l’80% del mercato azionario, il cui 20% è detenuto dal solo 1%). Agendo in questo modo s’incrementa il valore del portfolio azionario. Non c’è ragione di dubitare su questo. Ma chi ne pagherebbe il prezzo quando s’incrementa il deficit del debito pubblico? I piani di sussidio per i poveri, la classe dei lavoratori e la parte inferiore della classe media. Ciò dovrebbe essere ovvio. Ridurre l’aliquota del fisco sulle azienda non influisce sul rilancio l’economia americana, poiché questo taglio non ha nessun effetto sugli investimenti e sulla crescita interna. Al contrario, ciò fornirà l’opportunità per aumentare l’acquisto di azione proprie da parte delle aziende (buy-back) con lo scopo di incrementare il valore del loro prezzo azionario favorendo i detentori; contemporaneamente solleciterà le stesse verso massicce operazione di fusioni (merge&acquisition) alimentando l’orientamento a creare condizioni di monopolio più forti che mai. E a pagare chi sarà? Ovviamente noi, con l’aumento dei tassi sul servizio del debito.[1]

The Economist:

“….Purtroppo, il piano di Trump si concentra su un solo lato di questa equazione, propone un corposo taglio fiscale senza individuare come sostenerlo. Trump vuole tagliare l’aliquota d’imposta sulle società dal 35% al ​​15%, una modifica che secondo Congressional Budget Office (CBO) dovrebbe costare più di  2.000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni (circa il 5% di tutti i ricavi federali). Durante la campagna, Trump ha anche proposto di consentire alle imprese di dedurre il costo totale degli investimenti di capitale nel loro primo anno, il che costerà altri 600 miliardi di dollari nel corso del prossimo decennio.

Il presidente ha detto che compenserà questi tagli eliminando “la maggior parte delle spese fiscali delle società”. Ma i dati governativi suggeriscono che l’abrogazione di ogni deduzione in materia di fiscalità societaria, esenzioni o esclusioni trascritte sui libri contabili – a parte le poche deduzioni fiscali che egli ha affermato di non toccare – genererebbe circa 126 miliardi di dollari all’anno, sufficienti a compensare meno della metà [del mancato gettito] derivato dalla sua proposta di riforma. Secondo Steven Mnuchin, il Segretario del Tesoro, il piano fiscale dell’amministrazione “si pagherà da sé” stimolando una crescita più rapida. Questo può essere un altro caso di esagerazione della verità. Tutti gli effetti che i tagli fiscali proposti possono avere sulla crescita, misurati con una tecnica chiamata ” dynamic score” (punteggio dinamico), sarebbero modesti. I ricavi generati dalla cosiddetta “una tantum”, ovvero la tassa di rimpatrio [dei capitali] sarebbero temporanei.

Pertanto, il piano fiscale di Mr Trump potrebbe aumentare il disavanzo. Questo presenta un problema significativo per la sua approvazione. Secondo le regole del Senato, qualsiasi disegno di legge che aumenta il deficit, oltre la finestra di bilancio decennale, non può essere approvata con i soli 51 voti repubblicani attraverso il cosiddetto processo di riconciliazione. Se Mr. Trump vuole un taglio fiscale permanente che non sia pienamente pagato, deve conquistare il voto dei senatori Democratici. Anche per il “taglio fiscale più grande” della storia, questo sembra improbabile.[2]

La tesi di Akerlof e Shiller, detta in soldoni, è quella secondo cui in una società che si regge sul consumo, ognuno gioca le sue carte per accaparrarsi la maggior quota di mercato. Dunque, non è il caso di stupirci – sottendono i due laureati Nobel – se vi sono tanti “gullibles” (fessacchiotti) in giro per il mondo che rivestono il ruolo di attori all’interno di una rappresentazione cinica ma realistica. Tuttavia, non è sempre così palesemente innocua la relazione tra scaltrezza e ingenuità, soprattutto quando calca sul palcoscenico la teoria economica, perché esiste da sempre un legame profondo tra l’applicazione di questa, la storia e la politica. Da quarant’anni a oggi si è accentuata notevolmente l’influenza del pensiero economico e della sua ancella finanza sulle decisioni politiche, essendo le prime due assai determinanti nel nuovo contesto post-ideologico dominato con protervia dal fenomeno della globalizzazione. Quindi, oggi il non dire una verità “economica” per conquistarsi l’arena politica del domani può essere molto più pericoloso di quanto lo fosse in quel periodo in cui vigeva un rapporto di cambio fisso tra le valute più rappresentative.

Nel corso delle primarie Donald Trump ha più volte sbeffeggiato e insultato i cinesi accusandoli di “rubare” l’acume americano mediante il furto dei diritti di proprietà; di “unfair competiveness” (sleale concorrenza) biasimandoli per la decisione di voler forzatamente tenere basso il tasso di cambio (yuan). Inventare un presunto nemico interno o esterno per nascondere i guai in casa propria è un tipico comportamento tendente al tirannico che non aiuta certo un leale confronto politico fra le parti.

Qui ricadiamo in un secondo caso di “come gabbare i gonzi”, un’azione che si ritorce ancora nei confronti di coloro che in buona fede hanno votato Trump. Sarà il noto economista Martin Feldstein di fede repubblicana, conservatore, professore di economia a Harward, che fu al tempo Chief Economic Adviser del presidente Reagan a smentire l’ennesima falsa verità dell’attuale funambolico presidente:

Gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale di circa 450 miliardi di dollari, pari al 2,5% del PIL. Ciò significa che gli americani importano 450 miliardi di dollari di beni e servizi anziché esportare verso il resto del mondo…È facile incolpare i governi stranieri del grande deficit commerciale che blocca la vendita di prodotti statunitensi nei loro mercati, il che urta le imprese americane e abbassa il livello di vita dei loro dipendenti. È anche facile incolpare i governi stranieri che sovvenzionano le loro esportazioni verso gli Stati Uniti, il che fa male alle imprese e ai dipendenti che perdono vendite verso i fornitori esteri (anche se le famiglie statunitensi nel loro complesso beneficiano quando i governi stranieri sovvenzionano ciò che acquistano i consumatori americani).

Ma le barriere all’estero e le sovvenzioni all’esportazione non sono il motivo del disavanzo commerciale statunitense. La vera ragione è che gli americani spendono più di quanto producono. Il deficit commerciale complessivo è il risultato delle decisioni di risparmio e d’investimento delle famiglie e delle imprese statunitensi. Le politiche dei governi stranieri riguardano solo il modo in cui questo deficit viene diviso tra i partner commerciali dell’America…quindi incolpare gli altri non modifica la situazione.[3]

La brillante idea di collocare la pubblicità di uno snack alla cannella ricoperta di glassa nelle sale d’aspetto degli aeroporti o in vari luoghi di sosta così da stuzzicare il languore dei presenti viene descritta dai due autori come un esempio lampante di “manipolazione” pubblicitaria. Cannella e glassa in un momento di noiosa attesa ci appaiono talmente irresistibili che facilmente ci spingono a recarci al più vicino distributore e ingurgitare 880 calorie per snack in pochi minuti senza alcun senso, facendo per altro la fortuna di uno scaltro imprenditore di Seattle. Sennonché, un conto è smaltire qualche nostro kg. di troppo o ridurre l’allarmante tasso glicemico, un altro conto è quando si usa il metodo di “come gabbare i gonzi” avendo fatto credere che certi prodotti finanziari fossero privi di rischio, o peggio, piegando certe chiare evidenze economiche per fini di consenso politico. La catastrofe finanziaria del 2008 e il confronto geo-strategico tra USA e Cina, due potenze nucleari, nel Sud-Est asiatico per entrambi i casi fu, ed è rispettivamente, ben altra cosa che uno stuzzichevole snack alla cannella e può comportare effetti ben più devastanti che farci sentire in colpa per aver trangugiato quella pozione ipercalorica.

[1] https://www.facebook.com/pg/RBReich/videos/

[2] http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2017/04/taxing-times?fsrc=scn/fb/te/bl/ed/

[3] https://www.project-syndicate.org/commentary/america-trade-deficit-inconvenient-truth-by-martin-feldstein-2017-04

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