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25 Aprile, il partigiano Vilsen

25 aprile 2017

Vincenzo Traversa, Vilsen, nacque a Ponti nel 1918, per molti anni visse in Francia e fece ritorno in Italia alla fine degli anni Trenta del Novecento. Non tollerava il regime fascista e fu protagonista di un episodio datato 21 Aprile 1941: nel dopolavoro fascista di Montechiaro Denice, i fascisti stavano festeggiando la vittoria delle armate italiane e tedesche, quando egli entrò, si avvicinò al bancone, chiese da bere ed cominciò ad esprimere pubblicamente la sua avversione al regime e alla guerra. Venne naturalmente aggredito dai gerarchi fascisti, ne seguì una violenta colluttazione nella quale ebbe ovviamente la peggio e fu soccorso dai gestori del locale. Nel gennaio 1944 , mentre era di passaggio a Dego, su segnalazione di un brigata nera di Ponti, fu fermato da uomini in borghese e condotto al comando locale, sottoposto ad interrogatorio e minacce. Dopo qualche giorno fu tradotto a Cairo Montenotte, liberato poi per intercessione di un suo datore di lavoro. Nel suo memoriale si legge che personalmente catturerà il suo accusatore il 27 aprile 1945 in un bosco di Ponti.

Nel febbraio del 1944 viene ufficialmente reclutato nel CLN clandestino della zona, nel distaccamento partigiano della Divisione Viganò, col compito di fondare un gruppo clandestino nella zona, di diffondere materiale di propaganda contro le forze armate nazifasciste, di raccogliere fondi per i gruppi partigiani nei comuni di Ponti, Montechiaro Denice e Castelletto d’Erro.

Nel maggio del 1944 Vilsen sfuggi’ alla cattura a Savona da parte delle brigate nere, denunciato dalle spie per attività antifascista, poi fu fermato a casa di una zia e arrestato, ma rilasciato dopo che la zia aveva offerto abbondanti generi alimentari ai fascisti.

Corse un rischio gravissimo il 13 settembre 1944, ad armistizio appena firmato: durante una missione di guerriglia a Denice, fu catturato da due tedeschi, dai quali riuscì rocambolescamente a fuggire per lo scompiglio prodotto da un violento bombardamento alleato sull’abitato di Montechiaro, si lanciò giù da una scarpata ed attraversò la Bormida.

Nell’autunno di quell’anno si impegnò nella riorganizzazione degli sbandati, organizzò un gruppo di partigiani per conto della Divisione Fumagalli, al comando di Gaudenzio Doberti (Franco) e  uno per il distaccamento della Divisione Imerito, al comando di Quinto Roggero ( Ionio).

Il 24 febbraio 1945 , alla guida di un gruppo di partigiani, cercando di raggiungere il paese di Castelletto d’Erro, venne fatto segno a colpi di arma da fuoco, sparati da una pattuglia nemica in perlustrazione, dopo aver risposto al fuoco si gettò nelle acque gelide della Bormida e salvò nuovamente la pelle. Partecipò, fornendo dati organizzativi, in collaborazione col partigiano Renato Petrini (Polifemo), all’ attacco al ponte ferroviario dell’Acqua Marcia, avvenuto il 1 aprile 1945.  Col 25 aprile la resa dei conti non era finita, a Ponti come altrove fu drammatica: gli uomini maggiormente collusi col fascismo furono prelevati dalle loro case e portate in piazza. In realtà solo uno fu fucilato, ritenuto responsabile dell’omicidio di un giovane partigiano di Strevi nella zona che va su dalla Chiesa Vecchia, altri furono malmenati, minacciati, qualcuno dovette leccare le scritte inneggianti al duce. Il fratello dell’ucciso fu trovato cadavere nella vigna, pare fosse una spia. Il 26 aprile 1945 Vilsen , facente parte della commissione epurazione del paese, scorse un gerarca fascista nella bottega di un barbiere, ricercato per collaborazionismo, e ne permise l’arresto.

Sopravvisse alla Resistenza, vide morire molti compagni, ma Vincenzo Traversa vive nella memoria di chi lo conobbe anche tanti anni dopo quei fatti. Oggi, in occasione della festa della Liberazione, l’Anpi lo ricorda con un fiore, una visita ed una preghiera.

Io credo che in tutto il Paese, dalle città ai piccoli centri, rimangano sentimenti forti verso questi fatti e queste azioni. Dalla giusta parte o dalla sbagliata morire era morire e la morte merita rispetto, anche se forse l’eredita più pesante ricade sulle famiglie di chi combatteva per il fascismo, dopo vent’anni in cui sembrava l’unica soluzione in Italia. Come mi disse una mia alunna: non è facile difendere certe scelte, era meglio un nonno partigiano.

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