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Barry Eichengreen: Trump è un tipo spericolato, ma egli sa che non può entrare in conflitto con la Cina

14 aprile 2017

Robert Reich definisce Donald Trump una persona affetta da “personal disorder” la cui politica è “unpredictable”, vale a dire “imprevedibile”. Barry Eichemgreen, collega di Reich all’Università di Berkeley, California, qui sulle pagine del Guardian, si dimostra più “comprensivo” nei confronti dell’attuale Presidente USA supponendo che egli, nonostante le sue intemperanze, sappia adottare una politica più misurata nei confronti della Cina. In effetti, la scelta di un’azione aggressiva lanciata verso il colosso asiatico sarebbe contro producente per gli stessi interessi americani. Eichengreen lo spiega con alcuni esempi. Ammesso che ciò corrisponda al vero, sarà quanto mai problematico per Trump soddisfare le pretese di centinaia di migliaia di lavoratori americani – risultati marginali per la sua elezione – a cui dichiarò esplicitamente nel corso della campagna elettorale  che i loro stato di precarizzazione era dovuto principalmente all’eccesso d’importazione di manufatti cinesi. Eichegreen afferma che Trump misura il suo grado di consenso in riferimento all’andamento dell’indice di Wall Street. Robert Reich non ebbe mai nessun dubbio che Trump adottasse questo insolito “benchmark”, sennonché il varo di misure protezionistiche avverse al presunto “dumping” cinese, accompagnate da consistenti investimenti pubblici spingerebbero in alto i tassi con lo scopo di prevenire un’attesa inflazione, oltre che ingigantire il già pesante debito pubblico, ed incrementarne i costi di servizio. Uno scenario del genere con quasi certezza causerebbe un’erosione di circa 200 punti dell’indice S&P 500. Se ciò accadesse non sarebbe proprio salutare per la supposta correlazione tra Wall Street e la Trump’s Economy. A fronte di ciò, gli attuali strategist della Casa Bianca sostengono che una decisa rinnovata “deregulation” finanziaria, assommata a un incisivo taglio delle tasse, a un ridotto trasferimento delle somme destinate al welfare (Obamacare) – operazione per altro già fallita – rilancerebbe l’economia americana ipotizzando una crescita del PIL annuo futuro in una forchetta dal 4 al 5%. Ciò contribuirebbe a far entrare nella casse dell’erario pubblico ricchezze tali da compensare il presunto deficit iniziale. Tutto ciò porta il nome di Supply-Side Economy (Economia dell’Offerta), le cui evidenze empiriche materializzate sotto il mandato di Reagan, dei Bush Senior e Junior hanno determinato un ampiamento della disuguaglianza dei redditi, un impoverimento della classe media, un aumento della spesa pubblica generale – in particolare quella militare – due disastrose guerre, e soprattutto una crisi con la C maiuscola dovuta a un eccesso incontrollato di debito privato tossico.

Ha ragione il saggio Robert Reich considerato negli USA un’icona tra i militanti Democrats: Donald Trump è affetto da un “evident personal disorder”.

Trump is reckless – but he knows he can’t afford to antagonise China

Barry Eichengreen

His comments during the campaign didn’t bolster high hopes, but his summit with Xi Jinping showed he needs China’s business

Tuesday 11 April 2017 13.17

I commenti di Donald Trump sulla Cina durante la campagna presidenziale americana, cui seguì la sua elezione, non hanno in particolar modo rafforzato grandi speranze per le relazioni sino-americane. Trump denunciò la Cina affermando che “sottrae i nostri posti di lavoro” e “[ruba] centinaia di miliardi di dollari a discapito della nostra proprietà intellettuale”. Accusò più volte la Cina di manipolare la propria valuta. Il punto più basso lo toccò il maggio scorso, quando Trump mise in guardia i suoi seguaci che : “Non possiamo continuare a permettere alla Cina di violentare il nostro paese. Questo è quello che stanno facendo. Si tratta del più grande furto della storia del mondo“.

Considerata tale retorica infiammatoria, molte persone sentirono comprensibilmente una considerevole trepidazione nel periodo che precedette il vertice di Trump con il presidente cinese, Xi Jinping, nella sua proprietà a Mar-a-Lago. Non fu difficile immaginare il rifiuto verso una stretta di mano o la consegna di un conto da pagare, come fece Trump, a quanto si dice, in occasione della visita del Cancelliere tedesco, Angela Merkel, (un resoconto negato dalla Casa Bianca).

Invece, Trump trattò Xi con notevole deferenza. Una spiegazione è quella che egli fosse preoccupato in ragione dell’imminente attacco missilistico degli Stati Uniti sulla Siria. Un’altra è che è più facile esigere il rispetto da Trump quando si dispone di una portaerei, 3.000 aerei militari, e 1,6 milioni di truppe terrestri. Ma la migliore spiegazione sta sicuramente nel fatto che gli Stati Uniti dipendono troppo pesantemente dalla Cina, sia economicamente nonché politicamente, per scatenare un conflitto, persino per un Presidente refrattario alla diplomazia come Trump.

Economicamente, gli Stati Uniti e la Cina sono troppo strettamente collegati attraverso le varie fasi di approvvigionamento globali (supply chains) per prendere in considerazione di tagliarne i legami. Le aziende statunitensi non solo competono con le importazioni cinesi, bensì fanno molto affidamento su di loro. I rivenditori come Target e Wal-Mart si basano sulle importazioni cinesi per riempire i loro scaffali. Le aziende di elettronica come Apple si affidano a lavoratori cinesi per assemblare i loro prodotti. L’idea che gli Stati Uniti potrebbero facilmente procurarsi gli stessi input provenienti da altri paesi è fantasiosa.

In parole povere, mentre Trump più volte sottolineò che la Cina vende di più negli Stati Uniti rispetto a quanto gli Stati Uniti vendono in Cina, ingaggiare una guerra commerciale, nel tentativo di correggere questo presunto squilibrio costerebbe anche molto caro al business americano.

Se c’è un elettorato verso il quale Trump presta costantemente attenzione, è quello che fa capo al business. Sanzioni commerciali aggressive degli Stati Uniti contro la Cina porterebbero a far  precipitare i corsi azionari, allarmando un Presidente degli Stati Uniti che misura il suo successo in materia di politica economica mediante il corso del mercato azionario. La Smoot-Hawley Tariff del 1930 non causò il grande crollo, e tanto meno la Grande Depressione. Ma quella tariffa e la rappresaglia verso gli stranieri spedì il mercato azionario ancora di più verso il basso, e ciò non fu certo utile.

Politicamente, inoltre, gli Stati Uniti non possono permettersi un grave conflitto con la Cina data la crescente crisi nella penisola coreana, le cui provocazioni della Corea del Nord e l’incauta reazione di Trump hanno portato alla ribalta. A prescindere dal suo atteggiamento, Trump sarà costretto a riconoscere che la forza militare non è un’opzione. Un attacco chirurgico contro gli impianti nucleari della Corea del Nord è molto probabile che non avrà successo, mentre un massiccio attacco provocherebbe devastanti ritorsioni contro la Corea del Sud.

L’unica strategia praticabile è quella d’imporre sanzioni più severe e una pressione politica per portare la Corea del Nord al tavolo dei negoziati. L’unica parte in grado di rafforzare le sanzioni e porre in essere una pressione politica efficace è la Cina, la cui buona volontà dagli Stati Uniti ora è considerata indispensabile.

Il confronto di Trump con la  Cina è uno dei suoi capitoli che prevedono una “ricalibratura” [della precedente politica] tra cui l’abrogazione dell’Obamacare, la riforma del sistema fiscale, il varo di una grande iniziativa d’investimento in infrastrutture, e la rinegoziazione dell’accordo di libero scambio nordamericano (Nafta). In ogni caso, le sue parole d’ordine pronunciate nella raffazzonata campagna elettorale si sono scontrate con la dura realtà della politica. In tutti questi settori, Trump sta imparando che è circondato dagli stessi vincoli, i quali condussero l’amministrazione di Barack Obama nel fare determinate scelte. Come con Obama, una disposizione al cambiamento si è rivelata nel essere una disposizione alla continuità.

Gli Stati Uniti hanno alcune legittime rimostranze economici da fare verso la Cina, per esempio, sul suo trattamento della proprietà intellettuale americana e le esportazioni di carne bovina e di grano da parte degli Stati Uniti. Ma la sede appropriata per giudicare tali controversie è il WTO. È probabilmente che sarà lì ove l’amministrazione di Trump, come quella di Obama, concluderà il contenzioso.

L’amministrazione Trump potrebbe tuttavia etichettare la Cina come una manipolatrice di valuta, e biasimarla per il fatto che mantiene il tasso di cambio artificialmente basso. Potrebbe farlo ora o più tardi nel corso dell’anno. Ma questa accusa sarebbe in contrasto con il dato che renminbi è ormai abbastanza apprezzato, e che la Cina in realtà è intervenuta per sostenere il suo tasso di cambio e non per indebolirlo ulteriormente. Sennonché, all’interno dell’establishment di Washington, DC, i fatti non sono più quelli che erano una volta. Individuando la Cina come un paese manipolatore della propria moneta potrebbe essere ancora attrattivo per il suo presidente, il quale valorizza il simbolismo allo stesso modo di quanto lo faccia Trump.

Ma [agendo in questo modo] seguirebbero scarse conseguenze. Gli Stati Uniti dipendono troppo dalla cooperazione cinese per rischiare eccessivamente e inimicarsi i loro leader. Contrassegnare la Cina come una manipolatrice di valuta sarebbe l’equivalente in politica economica come lanciare 59 missili da crociera in una base aerea isolata in Siria. Sarebbe come fare molto rumore e furore, il che porterebbe al nulla.

  • Barry Eichengreen is professor of economics at the University of California, Berkeley; Pitt professor of American history and institutions at the University of Cambridge; and a former senior policy adviser at the IMF.

https://www.theguardian.com/business/2017/apr/11/trump-china-summit-xi-jinping-business

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