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Der Spiegel: la rovina delle tigri anatoliche (Turchia)

5 aprile 2017

Ogniqualvolta ci si appresta a rinnovare il “grasso” debito Greco i media internazionali, in particolare quelli che si occupano di economia e finanza, entrano in fibrillazione. Oramai Atena non è più la dea della sapienza e dell’arte ma si è rifugiata nell’Ade e parrebbe sempre pronta a portare con sé nel regno delle anime morte l’avido sistema bancario europeo. Così come accade allo sprovveduto, il quale anziché osservare la luna si sofferma a rimirare il dito, allo stesso modo non ci si accorge che appena al di là del Bosforo c’è un paese che è “in fase di collasso economico”, le cui conseguenze, per il totale dei debiti accumulati, potrebbero essere non proprio insignificanti per i creditori europei. La Germania, sempre attenta al caso turco, attraverso il Der Spiegel (long article), ne dà ampia testimonianza.

The Demise of the Anatolian Tiger

Turkey’s economy is suffering badly amid the country’s political uncertainty. Investors have lost confidence, tourists are staying away and the lira is rapidly losing value. President Erdogan hasn’t grasped the severity of the situation.

By Maximilian Popp

Fino a poco tempo, Haci Boydak era un uomo popolare. Egli cinquantaseienne gestiva diverse decine di aziende, tra cui la Istikbal e la Boytas, due concorrenti turchi dell’IKEA. I politici avevano l’abitudine di chiedergli consiglio e nella sua città natale di Kayseri nell’Anatolia centrale, gli avevano perfino intitolato uno stadio di calcio.

Ma quel capitolo è giunto al termine. Se il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ottiene ciò che vuole, tutti le relazioni con Boydak nel paese si dissolveranno. La scorsa primavera, la polizia arrestò l’uomo d’affari, insieme ad altri due dirigenti della società finanziaria di famiglia e li rinchiuse in una prigione vicino ad Ankara. I beni di Boydak furono confiscati e le sue società sono state poste in amministrazione controllata. Anche la Boydak Arena di Kayseri ha un nuovo nome. Erdogan sospetta che Boydak abbia sostenuto il religioso musulmano Fethullah Gülen, cui il presidente turco accusa per il fallito colpo di stato militare del 15 luglio 2016.

Il caso che riguarda il precedente ‘uomo d’affari mostra chiaramente la direzione che la Turchia ha preso dagli eventi della scorsa estate e come Erdogan abbia stabilito di trasformare il suo paese in una dittatura. Circa 130.000 dipendenti pubblici hanno perso il lavoro o sono stati sospesi, mentre 45.000 persone sono state arrestate. Ora, l’epurazione è sempre più rivolta all’élite economica del paese. Decine di dirigenti d’azienda sono stati messi dietro le sbarre come sospetti cospiratori alle spalle del colpo di stato.

Il corso degli avvenimenti non è stato senza conseguenze. Il miracolo economico turco è attualmente in fase di trasformazione nel suo contrario: il prodotto interno lordo del paese, che è cresciuto del 9 % a un certo punto sotto la guida di Erdogan, ha avuto un calo del 1,8 % nel terzo trimestre del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015. Nel mese di dicembre, la disoccupazione è salita del 13 %, che è il livello più alto degli ultimi sette anni. La lira turca è a un minimo storico nei confronti del dollaro, il quale ha messo in difficoltà le società che detengono il debito in dollari USA.

Complessivamente, la situazione potrebbe mettere Erdogan sulla difensiva più rapidamente del previsto. Il 16 aprile, gli elettori turchi voteranno a favore delle modifiche costituzionali che consegneranno significativamente al presidente maggiori poteri rispetto a quelli che attualmente gode. Alla fine dello scorso anno, i sondaggi indicavano che Erdogan stava per ottenere quanto desiderato, ma ora, con l’economia in difficoltà, la vittoria si fa meno certa.

Milioni di turchi, dopo tutto, non hanno optato per Erdogan a causa del suo programma nazionalista e delle sue tendenze islamiste. Lo hanno fatto in ragione della sua promessa d’apportare prosperità. Sotto la sua guida, la classe media anatolica ha incrementato il suo benessere e ora teme che il suo tenore di vita possa sprofondare ancora una volta. Secondo un recente sondaggio, due terzi dei turchi non sono soddisfatti per quanto concerne lo sviluppo economico nel loro paese. Anche in luoghi come Kayseri, a lungo considerato una roccaforte del Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo di Erdogan (AKP), il presidente si trova ad affrontare critiche.

Una città fantasma

In una recente fredda giornata di marzo, il cinquantaquattrenne uomo d’affari Kenan Marasli stava passeggiando lungo la piazza del mercato. Molti dei negozi erano chiusi e mostravano il cartello “in vendita” affisso alle loro vetrine. “Kayseri è diventata una città fantasma“, sbotta Marasli. “Anche sotto la Giunta nel 1980, la situazione non era così disperata come lo è oggi.” Marasli, un uomo di costituzione robusta con i baffi e dai diradati capelli grigi, era un grossista di alimentari a Kayseri, ma gli affari, a sentire lui, precipitarono a seguito del tentativo di golpe. Nel mese di dicembre, gli estremisti curdi effettuarono un’aggressione contro un autobus militare. In risposta, una folla nazionalista ha attaccato gli uffici del HDP partito filo-curdo. Marasli, che fu attivo per conto del HDP, ha anche ricevuto minacce. Fu costretto a chiudere bottega, così come molti altri.

Kayseri è considerato il luogo di nascita delle “Anatolian Tigri”, i business leader musulmani conservatori che raggiunsero un grado significativo di ricchezza sotto Erdogan. La città si trova nel cuore dell’Anatolia, equidistante dalla costa del Mediterraneo a ovest e dal confine iraniano a est, e negli ultimi tre decenni, la sua popolazione è esplosa da 500.000 a 1,4 milioni. Nel 2004, la città fu inserita per una menzione nel Guinness dei primati, con 139 aziende fondate in un solo giorno.

Haci Boydak, il business leader che ora è in carcere, apparteneva al gruppo di fondatori di quelle aziende. La sua holding impiega oltre le 12.000 persone ed esporta merci verso più di 140 paesi. Inoltre, è stato anche un importante donatore dell’AKP. Secondo uno studio del think tank European Stability Initiative, Boydak viene descritto come un “calvinista islamico,” un uomo che ha unito l’Islam e la modernità, il capitalismo e la pietà. Come molti a Kayseri, Boydak era in sintonia con Fethullah Gülen e si pensa che abbia donato somme significative al movimento Gülen, il quale gestisce scuole, media e compagnie di assicurazione in tutto il mondo. I seguaci di Gülen venerano il religioso, che vive in esilio negli Stati Uniti dal 1999, come un riformatore islamico, mentre i suoi avversari lo accusano di essere il capo di una setta islamista.

L’indifferenza del vertice

Gülen e il presidente Erdogan sono stati alleati per un bel po’ di tempo, un sodalizio che si concluse con un litigio nel 2013. Ora, il governo crede che il religioso fosse dietro il tentativo di colpo di stato militare 2016 e da allora ha iniziato a perseguitare i suoi seguaci, ivi compresi coloro che hanno contribuito a rendere il Paese una potenza economica.

Negli ultimi mesi, Erdogan ha confiscato circa 800 aziende, per un valore complessivo di 10 miliardi di dollari. Nella solo Kayseri, circa 60 dirigenti d’azienda, oltre a Boydak, sono stati arrestati come presunti partecipanti del putsch o come terroristi, tra cui il capo della locale Camera di commercio e dell’industria. Marasli sostiene che l’anno scorso le esportazioni dalla regione circostante Kayseri precipitarono almeno del 4%, mentre due su cinque negozi nel centro della città hanno chiuso i battenti a causa del tentativo di colpo di stato.

Erdogan non sembra preoccuparsi, del resto ha mostrato pure un’indifferenza alle statistiche. Al contrario, nei suoi discorsi, egli evoca immagini di una forte Turchia che si è emancipata dall’Europa e che presto diventerà una delle più grandi economie del mondo. La verità, tuttavia, è che il paese è in fase di collasso economico. La repressione dello Stato ha creato un clima di paura e di diffidenza e gli affari hanno pagato un tributo pesante.

A Levent, nel quartiere finanziario di Istanbul, le squadre anti-terrorismo della polizia pattugliano le strade e i manifesti pro-referendum, che raffigurano il ritratto di Erdogan, sono affissi sugli edifici. Tolga Yigit, un manager turco di una banca d’investimento americana, s’incammina oltre il cancello di sicurezza di una caffetteria Starbucks all’ombra delle torri di alcuni adiacenti uffici. Egli ha imposto due condizioni per la nostra intervista: che il suo vero nome non debba essere rivelato così come quello del suo datore di lavoro. In caso contrario, il banchiere d’investimento teme che potrebbe diventare un obiettivo del governo. Yigit rimarca il suo punto di vista con queste parole: “nessuno che critica Erdogan è sicuro in Turchia,”

Yigit una volta era un sostenitore del partito AKP del presidente e dice che quando Erdogan è diventato primo ministro nel 2003, ha modernizzato l’economia turca, riducendo la burocrazia e aprendo il mercato agli investitori privati. I finanzieri esteri erano desiderosi d’investire nelle società turche, a tal punto che versarono circa  400 miliardi di dollari tra il 2003 e il 2012. La somma era più di 10 volte superiore a quella nei 20 anni precedenti.

“Il rischio è semplicemente troppo alto

Ma all’indomani del tentativo di golpe – gli arresti di massa degli oppositori  e la confisca delle imprese – ha spaventato gli investitori. Le agenzie Moody e Standard & Poor hanno ridotto il rating del credito turco a spazzatura e gli investimenti esteri sono calati di oltre il 40 % rispetto allo scorso anno. Yigit sostiene che difficilmente [ora] si possa trovare qualcuno che sia interessato a fare affari in Turchia: “il rischio è semplicemente troppo alto per gli investitori“. Nel frattempo, i clienti che da anni sono stati economicamente attivi nel paese stanno ritirando i loro soldi.

La fuga di capitali ha innescato una spirale verso il basso che è stata particolarmente evidente nel settore delle costruzioni. Negli ultimi anni gli elevati tassi di crescita della Turchia sono stati alimentati principalmente dai progetti infrastrutturali, con Erdogan che versava denaro nella costruzione di autostrade, ospedali e aeroporti. Ora, però, il capitale straniero a disposizione è insufficiente da cui la stagnante crescita.

Inoltre, l’instabilità politica ha portato a un forte calo dei ricavi del turismo, il suo arretramento è di circa un terzo confronto quello dell’anno scorso. Ci sono centinaia di alberghi in vendita sulla riviera turca, sulla costa sud-occidentale del Paese e secondo l’associazione mercantile del bazar circa 600 dei 2.000 negozi nel Gran Bazar di Istanbul sono stati costretti a chiudere nella scorsa estate. La Turkish Airlines ha messo 30 areoplani fuori servizio. Le conseguenze di una economia in difficoltà può essere vista nel quotidiano: le aziende sono state costrette a licenziare i lavoratori e tagliare gli stipendi; la gente ha meno soldi. Il consumo interno, che costituiva il 60 % del PIL del paese lo scorso anno, si è ridotto.

Allo stesso tempo, la valuta turca, la lira, ha rapidamente perso valore e l’inflazione si attesta al 10%. “Ci stiamo dirigendo verso il peggiore dei casi, cioè alla stagnazione economica combinata con una persistente inflazione “, sostiene l’editorialista economico di Istanbul Mustafa Sönmez. “La Turchia è sull’orlo del fallimento.

Grande potenziale

Gli osservatori temono che la Turchia potrebbe coinvolgere altri paesi. Il debito complessivo consta di 270 miliardi $ con le banche internazionali, di cui  87 miliardi $ con la Spagna, 42 miliardi $ con la Francia e 15 miliardi $ con la Germania. Sönmez crede che in caso di inadempienza o di default parziale, il paese potrebbe innescare un’altra crisi finanziaria in Europa.

Anche la Germania è influenzata dalle difficoltà economiche della Turchia. Quasi 7.000 aziende tedesche sono attive in Turchia, con un volume di scambi a pari a 37 miliardi di euro nel 2016. La maggior parte di queste aziende sono sempre più preoccupate per il calo degli affari. La Volkswagen, per esempio, nel 2016 ha venduto un terzo in meno di camion in Turchia di quanto abbia fatto l’anno precedente. “Il mercato in Turchia è giunto a un punto morto a causa degli sviluppi politici“, conferma Andreas Renschler, il capo della filiale di VW Volkswagen Truck and Bus. In un altro esempio è dato dallo Shopping-center operator ECE, con sede ad Amburgo, che è stato costretto a rinunciare alla gestione di un centro commerciale a Istanbul, dopo la confisca dello Stato nei confronti del suo partner turco che possedeva il centro.

La Camera di Commercio Turco-tedesco diretta da Jan Nöther, il cui ufficio di Istanbul si affaccia sullo stretto del Bosforo, rileva una situazione difficile. La Turchia, egli dice, ha il potenziale per diventare una potenza economica di successo: una popolazione giovane combinata con infrastrutture moderne. “Tutto è lì“. Tuttavia,  Jan Nöther ci spiega che l’attuale direzione del paese è difficile da capire per l’industria internazionale. Le relazioni commerciali turco-tedesco, continuano, sono immuni alla crisi, ma presto o tardi le aziende cominceranno a guardarsi intorno per cercare altri posti se la stabilità quaggiù diventa inaffidabile.

Erdogan, al contrario, descrive la crisi come una cospirazione ordita dalle potenze internazionali contro il suo paese. “Non v’è alcuna differenza tra un terrorista che brandisce un’arma o  porta con sé una bomba tra le mani e un terrorista che dispone di dollari, euro e tassi di interesse, in termini di obiettivo“, ha affermato nel mese di gennaio. “L’obiettivo è quello di far cadere la Turchia in ginocchio.”

Per settimane, Ankara sta conducendo una guerra verbale contro i paesi europei che hanno vietato le sortite dei ministri turchi nel corso della campagna referendaria. Erdogan stesso ha accusato il governo tedesco di “pratiche naziste“, “razzismo” e “islamofobia“. Domenica scorsa, ha annunciato che successivo al prossimo referendum costituzionale, indirebbe  una seconda votazione per chiedere al popolo turco cosa pensano circa l’adesione del paese all’Unione Europea.

Vive in un mondo tutto suo

E’ sempre più evidente che Erdogan stia cercando di distogliere l’attenzione del suo popolo dal fatto che egli non ha un piano per affrontare le turbolenze economiche che il suo paese sta vivendo in questo momento. Nel frattempo, è disperatamente alla ricerca di capitali. Ankara ha introdotto una speciale tassa sulla benzina e ha deliberato di aumentare l’imposta sul valore aggiunto (IVA). Allo stesso modo, il ministro delle Finanze Mehmet Simsek ha incontrato il suo omologo tedesco Wolfgang Schäuble nel mese di febbraio cercando di ricevere un sostegno per la traballante economia del suo paese.

Inoltre, gli esperti hanno messo in guardia da mesi che la Banca Centrale Turca ha bisogno di alzare sollecitamente i tassi di interesse per sostenere la lira. Ma Erdogan teme che come conseguenza a questa decisione la crescita scenderebbe ulteriormente. Invece, ha accusato la “lobby dei tassi di interesse” per il tonfo della lira e per l’inflazione e ha invitato i suoi connazionali a scambiare i loro risparmi in dollari e in euro contro lire. “Cerchiamo di non contribuire a rendere valute estere ancora più forti“. Questa è la sua dottrina.

Yigit può solo scuotere la testa. La banca d’investimento ha partecipato a diversi conference call con i politici dell’AKP negli ultimi mesi e crede che il governo non apprezzi appieno la gravità della situazione. Erdogan, egli osserva, continua a sostenere che la Turchia è una potenza globale e che tutti gli altri paesi sono solo gelosi del suo successo. “Il nostro presidente“, dice Yigit, “ora vive nel suo mondo.”

http://www.spiegel.de/international/business/turkish-economy-heading-toward-crisis-under-erdogan-a-1141363.html

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