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Robert J. Shiller: una tassa sui robot…e perché no?

24 marzo 2017

A partire dal momento in cui, prima Benoît Hamon – il candidato socialista alle primarie francesi – successivamente Bill Gates, decisero di assecondare la proposta di Mady Delvaux, concernente l’imposizione fiscale sui sistemi che eseguono il lavoro in modo autonomo, detti altrimenti “robot”, gran parte del cosiddetto pensiero dominante (non solo economico) l’ha ritenuta tanto inapplicabile quanto risibile, frutto di un tycoon estemporaneo e di un rappresentante della sinistra francese che disperatamente cerca di risalire una china ormai pregiudicata dall’anonimato del suo Presidente. Sennonché, circa una settimana fa Robert Shiller si espresse in una intervista concessa a un noto canale televisivo americano in modo favorevole all’applicazione di tale imposizione, seppur con alcuni distinguo. Apriti o cielo, proprio lui, Robert J. Shiller il professore di Yale, laureato Nobel in economia nel 2013, tra i più eminenti studiosi in statistica finanziaria. Non c’è analista finanziario o gestore di asset azionari al mondo che non prenda in considerazione all’atto d’acquistare titoli in borsa il suo Shiller P/E per misurarne la valutazione di mercato.[1] Per di più, Robert Shiller è anche noto per essere il coautore del Case-Shiller Home Price[2] come benchmark per la valutazione dei patrimoni immobiliari statunitensi. Nel successivo articolo, il riservato professore di Yale spiega le sue motivazioni che lo hanno indotto a sostenere una proposta di questo tipo. Egli, sembra dire ovviamente in un modo più prosaico: “vabbé, questa è una soluzione che va affinata e studiata, ma voi critici, al cospetto di questa accelerazione della robotica, non avete altre soluzioni da approntare che riducano la disuguaglianza e che contemporaneamente ridiano dignità al lavoro umano”, citando nel caso specifico un altro Nobel laureato, Edmund Phelps.   

Robotization Without Taxation?

L’idea di una tassa sui robot è stata sollevata lo scorso maggio in un proposta di progetto al Parlamento Europeo preparata dal deputato europeo Mady Delvaux esponente della Commissione Giuridica. Egli sottolineò in che modo i robot potrebbero aumentare le disuguaglianze. Il rapporto propose che ci potrebbe essere una “necessità d’introdurre l’obbligo di redigere un’inchiesta nei confronti delle imprese in merito all’ampiezza e al grado che la robotica e l’intelligenza artificiale contribuiscono ai risultati economici di una società con lo scopo d’introdurre una tassazione e una contribuzione a vantaggio dell’assicurazione previdenziale “.

La reazione del pubblico alla proposta di Delvaux è stata assolutamente negativa, con la notevole eccezione di Bill Gates, che la ha approvata. Tuttavia non dobbiamo farci sfuggire di mano l’idea. Proprio l’anno scorso, abbiamo visto il proliferare di dispositivi come Google Home e l’Amazon Eco Dot (Alexa), che sostituiscono alcune particolarità del lavoro domestico. Allo stesso modo [abbiamo constatato] come Delphi e nuTonomy, che sono servizi senza conducente di taxi a Singapore, abbiano iniziato a sostituire i tassisti. Per non dire come Doordash, che utilizza Starship Technologies, ossia veicoli auto-guida in miniatura, stia sostituendo la consegna umana [del cibo] al ristorante.

Se queste e altre innovazioni che sostituiscono il lavoro fisico conseguono successo, sicuramente cresceranno sempre più frequenti gli inviti a tassarle, a causa dei problemi umani che sorgono quando le persone perdono il lavoro, in particolare per quelle attività con le quali essi strettamente s’identificano, e per le quali essi possono aver speso anni per impratichirsi. Gli ottimisti fanno notare che ci sono sempre stati nuovi posti di lavoro per le persone sostituite dalla tecnologia; ma, come la rivoluzione dei robot prende piede, i dubbi su quanto bene funzionerà questa [compensazione] continuano a crescere. Una tassa sui robot, come i suoi sostenitori sperano, potrebbe rallentare il processo, almeno temporaneamente, e [sarebbe] fonte di entrate per finanziare i correttivi, come ad esempio i programmi di riqualificazione per i lavoratori licenziati.

Tali programmi possono essere tanto fondamentali quanto il nostro lavoro lo è per una salubre vita umana così come la conosciamo. Nel suo libro “Rewarding Work”, Edmund S. Phelps ha sottolineato quanto sia di fondamentale importanza mantenere un “posto nella società – una sorta di vocazioneQuando molte persone non sono più in grado di trovare un lavoro per sostenere una famiglia, ne derivano preoccupanti conseguenze” e – come sottolinea Phelps – “il funzionamento di tutta la comunità potrebbe essere compromesso.” In altre parole, ci sono esternalità come la robotizzazione che giustificano qualche intervento del governo.

I critici verso una tassa sui robot hanno sottolineato che l’ambiguità del termine “robot” rende la definizione della base imponibile difficile. Inoltre, gli stessi sottolineano anche gli enormi e innegabili benefici che le nuove tecnologia robotiche apportano in termini di crescita della produttività. Ma ciò non deve escludere in modo così frettoloso un modesto contributo fiscale sulla robotizzazione almeno durante la transizione verso un diverso mondo [in cui viene applicato] il lavoro. Tale imposta dovrebbe essere parte di un più ampio piano per gestire le conseguenze della rivoluzione robotica.

Tutte le tasse, ad eccezione di quella “forfettaria,” introducono distorsioni nell’economia. Ma nessun governo può imporre una tassa avente una aliquota fissa, vale a dire lo stesso importo per tutti, indipendentemente dal loro reddito o spese, perché questa ricadrebbe pesantemente su quelli con meno reddito e affliggerebbe i poveri, i quali non potrebbero essere affatto in grado di pagare. Quindi, l’estrazione fiscale deve essere relativa a una certa attività correlata alla capacità di pagare le tasse, e qualsiasi attività sarà scoraggiata di conseguenza.

Frank Ramsey pubblicò un documento classico nel 1927, sostenendo che per ridurre al minimo l’imposizione fiscale che induce alla distorsione, si dovrebbero tassare tutte le attività, e propose come impostare le aliquote fiscali. La sua teoria astratta non è mai stata tradotta come principio pienamente operativo per le aliquote fiscali effettive, ma fornisce un potente argomento contro la supposizione che l’imposta dovrebbe essere pari a zero per tutti, eccetto alcune attività, o che tutte le attività dovrebbero essere tassate con la stessa aliquota.

Le attività che creano esternalità potrebbero avere un’aliquota superiore rispetto a quella che Ramsey avrebbe proposto. Ad esempio, le imposte sulle bevande alcoliche sono molto diffuse. L’alcolismo è un grave problema sociale. Esso distrugge i matrimoni, le famiglie e la vita. Dal 1920 al 1933, gli Stati Uniti cercarono d’intervenire molto più severamente sul mercato: il puro e semplice divieto di bevande alcoliche. Ma si rivelò essere impossibile eliminare il consumo di alcol. La tassa sull’alcol che ha accompagnato la fine del proibizionismo era una forma più lieve di scoraggiamento.

Una discussione sull’applicazione di una tassa sui robot dovrebbe prendere in considerazione quale alternativa abbiamo nel trattare l’aumento della disuguaglianza. Sarebbe naturale considerare un’imposta sul reddito più progressiva e un “reddito di base”. Ma, queste misure non hanno diffuso sostegno popolare. Se questo supporto non è solido, la tassa, anche se imposta, non durerà.

Quando le imposte sui redditi elevati vengono alzate, di solito in tempo di guerra, appaiono essere solo temporanee. In definitiva, sembra naturale alla maggior parte delle persone che tassare le persone di successo a beneficio di quelle che non l’hanno ottenuto è umiliante per quest’ultime, e anche i destinatari del sussidio, spesso in realtà non lo vogliono. Si sa che i politici di solito non fanno nelle loro campagne elettorali proposte volte a confiscare redditi alti per imbottire [i portafogli] di quelli bassi.

Quindi, le tasse devono essere riformulate per rimediare la disparità di reddito indotta dalla robotizzazione. Ciò potrebbe essere più politicamente accettabili, e quindi sostenibile, tassare i robot, piuttosto che solo le persone ad alto reddito. Mentre in questo modo non si tasserebbe il successo della singola persona, come le imposte sul reddito fanno, questo potrebbe infatti implicare tasse un po’ più alte sui redditi più elevati, lo si farebbe qualora questi siano guadagnati in attività che implicano la sostituzione di esseri umani con i robot.

Una tassa moderata sui robot, anche una tassa temporanea che semplicemente rallenti l’adozione della dirompente tecnologia, sembra una componente naturale di una politica che affronti le crescenti disuguaglianze. Le entrate potrebbero essere mirate ad assicurare i salari, così da aiutare le persone sostituite dalle nuove tecnologie per avviare la transizione verso una diversa carriera. Ciò si accorda con il nostro naturale senso di giustizia, e quindi è più probabile che perduri nel tempo.

https://www.project-syndicate.org/columnist/robert-j–shiller

[1] http://www.gurufocus.com/shiller-PE.php

[2] http://us.spindices.com/documents/methodologies/methodology-sp-cs-home-price-indices.pdf

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