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Il “metadone” del Lingotto e le preoccupazioni del The Economist

18 marzo 2017

I “compagni” che sono usciti vocianti e festanti dal Lingotto, dal quale hanno ricevuto gratuitamente la loro dose di “metadone” demagogico, ora entusiasticamente rullano i tamburi della “remontada”. Nonostante che nei passati tre anni di governo diretto dal loro Grande Timoniere egli abbia perso un terzo del partito, buttato via 30 miliardi di euro a vanvera in “misurine” confezionate sulla sua persona (atto dovuto sono state le dimissioni di Taddei), battuto nel confronto elettorale amministrativo, umiliato da un referendum sul quale torreggiava la sua napoleonica figura, infine rimbrottato dalla Corte Costituzionale, per i suoi seguaci il leader è sempre il leader, sebbene un po’ acciaccato, ma pur sempre quell’unico  dispensatore di certezze incrollabili. Si può comprendere che per molti di loro l’astinenza da quelle sindromi catalogate come “il nostro futuro radioso” o “ la velocità quale essenza della politica” sia stata tanto difficile quanto dolorosa. Detto ciò, urgeva la dispensa di qualche lenitivo e questa non poteva più essere ritardata. Da cui il trangugio del “metadone” del Lingotto 2017, il quale non solo ha mitigato l’ansia della perdita, ma anche ravvivato gli entusiasmi. Sennonché, in verità, è cambiato ben poco rispetto alla precedente retorica: si è passati solo da un pronome personale soggetto singolare (io) a quello plurale (noi), tanto per dare una verniciata “comunitaria” all’enorme baraccone, ma le patologie di fondo che hanno caratterizzato l’epica renziana, ovvero le smanie “futuristiche” e “dinamiche” sono praticamente rimaste le stesse.  Gli idoli attuali sono i guru della Silicon Valley, i conclamati artefici dell’innovazione, coloro i quali hanno saputo mettere a frutto i risultati della ricerca di base finanziata principalmente – guarda un po’ – dai milioni di contribuenti che appartengono alla classe media americana, purtroppo la stessa il cui potere d’acquisto è stato congelato a partire dalla metà degli anni 80. Verrebbe a dire: altro che “shared-economy”, ma “shameful-economy”, ossia l’economia della vergogna. Certo, che tra gli incartapecoriti “reduci” ci si potrebbe mettere anche la figura del filosofo, critico d’arte, socialista, tedesco Walter Benjamin, il quale non smise mai d’ammonire che per interpretare il domani si rende necessario prendere in considerazione il passato e farlo con rispetto nei confronti di coloro che hanno versato il sangue prima di noi. Con l’assunzione del “metadone” tutto diventa fungibile, o se volete “pop”, persino la citazione di quell’icona del pantheon socialista che fu lo schivo, solitario e riservato George Orwell, un uomo che sbugiardando il tronfio leaderismo ha costruito il suo mito di scrittore e saggista. L’enfasi del “guardare avanti” non garantisce necessariamente la soluzione dei problemi, ed è ciò che il The Economist, la scorsa settimana, nella sua pregiata rubrica Free Exchange, dedicata alla situazione economica internazionale, ammonisce con l’ausilio di puntuali riferimenti al passato. In essa non troviamo il “metadone” del gioioso riscatto, bensì una nota preoccupata e una conclusione da cui non traspare alcuna certezza.

 

The end of “secular stagnation”?

Improving economic data do not necessarily indicate underlying health

Mar 9th 2017

In periodi di stress economico tutti i tipi di teorie sono da prendere in considerazione in merito alla natura del problema. Quando i tempi ritornano migliori, alcune svaniscono dalla memoria, tuttavia altre rimangono in vita. Durante il disastro economico degli ultimi dieci anni, gli economisti si sono spaventati con storie come quella sulla “stagnazione secolare”: una condizione nefasta che condanna le sue vittime a una crescita cronicamente debole. Ora, che le prospettive economiche si sono leggermente migliorate, la deflazione si è esaurita, e per le economie più avanzate è previsto nel 2017 il terzo anno consecutivo di crescita economica, si è tentati di deridere dell’idea di “stagnazione secolare” come se un po’ di periodo di crisi avesse causato una sorta d’isteria. Allettante, ma ancora prematura.

In un momento di “stagnazione secolare”, il normale rapporto tra risparmio e investimento va in tilt. Le persone risparmiano una parte del loro reddito ogni anno. Considerato che la spesa di una persona è il reddito di un altra, il risparmio può far diminuire la domanda e portare alla recessione, a meno che i fondi accantonati dai risparmiatori vengano reimmessi nell’economia attraverso il prestito per coloro che cercano d’investire: ad esempio come quando le banche prestano i depositi dei risparmiatori per le imprese. Le banche centrali aiutano a gestire questo processo. Nel momento in cui il risparmio previsto rischia di superare gli investimenti desiderati, queste ridurranno i tassi d’interesse per mantenerli entrambi in linea e con ciò l’economia in careggiata. Ma quando colpisce la “stagnazione secolare”, il divario da conciliare tra coloro che intendono risparmiare e coloro che vogliono investire diventa troppo grande. Il tasso d’interesse necessario per bilanciare le due tendenze cade, in ultima analisi, al di sotto dello zero. Le banche centrali non sanno cosa fare. Il risultato si traduce in una debolezza economica cronica: una bassa crescita, una bassa inflazione, bassi tassi di interesse e la costante minaccia di recessione.

Diversi anni fa quei sintomi potevano essere riconosciuti in gran parte dell’economia globale. Ora non più. L’inflazione è in trend positivo, anche in Europa e in Giappone. I prezzi delle materie prime si sono stabilizzati, contribuendo ad alleggerire le difficoltà dei mercati emergenti. La Federal Reserve Americana ha iniziato ad aumentare il suo tasso d’interesse di riferimento, suggerendoci che l’economia statunitense non è più intrappolata in un mondo in cui i tassi non possono essere spinti abbastanza bassi per far sì che la crescita si mantenga in carreggiata. In un discorso del 3 marzo Janet Yellen, la Presidente della Fed, valutò che l’America era pronta per più aumenti del tasso rispetto al 2015 e al 2016, compresi almeno tre quest’anno.

Ma l’aspetto più diabolico della storia sulla “secolare stagnazione” è che [l’attuale] buon momento non indica necessariamente che vi sia un salubre sottostante Il persistente divario tra risparmio desiderato e investimento indicato dalla teoria della “secular stagnation” può derivare per esempio da una scarsità d’interessanti opzioni a causa di un invecchiamento della popolazione o di un rallentamento nel progresso tecnologico. Ma può anche essere indotto dalla concentrazione del reddito tra coloro che manifestano una poca propensione a spendere. La disuguaglianza di reddito potrebbe contribuire alla stagnazione, per esempio, determinando una quota di contrazione di reddito nelle mani delle famiglie più povere che vorrebbero incrementare la loro spesa.

In questi casi, i lacci della “stagnazione secolare” possono essere temporaneamente interrotti da un periodo di eccessi finanziari in cui le condizioni della bolla favoriscono investimenti speculativi, o in cui i gruppi con un potere d’acquisto limitato chiedano denaro in prestito da coloro che possiedono risparmio in eccesso. Il motivo di dubitare della solidità di questo recupero è che abbiamo già vissuto tali circostanze, così come il loro epilogo finito in lacrime. Alla fine del 1990, ad esempio, l’incremento dei titoli tecnologici determinò un’ondata d’investimenti nelle infrastrutture internet che diede uno strattone all’economia americana producendo però una ripresa priva di lavoro. Quando la febbre cessò, l’economia crollò di nuovo, finché il sistema finanziario globale trovò un modo per incanalare credito delle famiglie americane alla ricerca di acquistare una casa o prendere in prestito offrendo essa come garanzia. Nell’area dell’euro, il nocciolo delle economie parsimoniose prestarono in modo massiccio verso la periferia, causando quasi sempre l’aumento dei prezzi degli immobili, ed alimentando un boom economico che si è concluso in modo disastroso.

Post-traumatic stress

E’ questa volta diverso? Solamente un po’. Nelle economie avanzate, la capacità d’indebitamento è ancora compromessa dopo il trauma della crisi; e le riforme bancarie fanno sì che i rubinetti del credito non possano essere riattivati così facilmente. Tali ostacoli potrebbero semplicemente ritardare piuttosto che impedire un ritorno alla condizione di normalità. Uno stato d’animo di ottimismo è alimentato da una borsa che sta scalando nuove vette. In America, il debito delle famiglie è nuovamente in aumento, sostenuto dai prestiti agli studenti e dall’acquisto di autovetture. Nelle economie avanzate, il debito privato in termini di percentuale sul PIL è superiore al livello pre-crisi ed è in rapida crescita (vedi tabella). Più drammatico di tutti è da considerarsi l’aumento dell’indebitamento in Cina, dove il debito privato, sempre in percentuale sul PIL, è quasi raddoppiato dal 2008. Se non ci fosse stata questa vasta espansione del credito, la quale ha mantenuto il crescente boom in vita, difficilmente l’economia mondiale sarebbe riuscita a uscire dalla sue depressione deflazionistica. Gli economisti simpatizzanti per la storia sulla “stagnazione secolare” sostengono che ci sono modi per sfuggire dalla trappola. Le imprese potrebbero improvvisamente trovare nuovi progetti d’investimento in cui mettere i soldi: grazie, forse, al progresso tecnologico. Uno sforzo per ridurre le disuguaglianze potrebbe essere una via d’uscita: i ricchi potrebbero essere tassati e la loro ricchezza ridistribuita piuttosto che prestata. Una massiccia campagna pubblica d’investimento sarebbe un’altra [opportunità]. I mercati emergenti hanno contribuito all’eccesso di risparmio del mondo mediante l’acquisto di titoli di Stato con lo scopo d’accumulare riserve valutarie, incanalando denaro verso i governi delle economie avanzate con poco appetito per gli stimoli fiscali. Invece di vedere il settore privato sovra-estendersi, i governi dei paesi ricchi potrebbero invece cogliere l’opportunità di prendere maggiormente in prestito, assorbendo eccesso di risparmio e investendo il ricavato in nuove strade, ferrovie, reti elettriche e banda larga.

Se l’idea stagnazione secolare tiene e i politici non s’impegnano ad avviare tali progetti, le banche centrali si trovano ad affrontare una scelta netta. La Fed, è pronta ad alzare i tassi a fine mese. Parrebbe fiduciosa di poter toccare i freni e mantenere l’economia americana su una traiettoria di crescita sicura. Ma potrebbe affrontare un dilemma ben più spinoso: tollerare l’aumento dei prezzi delle attività e l’indebitamento che consentono la ripresa, o soffocarla e attendere che il governo risolva il problema. Proprio questo tipo di condizione descrive meglio lo stato dell’economia – e come allarmante sia – ma in un modo o in un altro, il tutto sarà chiaro quest’anno.

http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21718500-improving-economic-data-do-not-necessarily-indicate-underlying-health-end

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