Skip to content

George Orwell appartiene alla nostra storia e Trump non se ne deve appropriare

29 gennaio 2017

orwell-guardianCosì come al calare del 2008 il Guardian e con esso buona parte della stampa britannica orientate a sinistra dedicò spazio alla figura umana e intellettuale di George Orwell, (pseudonimo dello scrittore, polemista politico inglese Eric Arthur Blair) allo stesso modo la si ripropone in questi giorni pur con una diversa finalità.  Infatti, a differenza di ben otto anni fa, la lente usata per ingigantirne i contorni non si focalizza più sull’Orwell politico dell’anteguerra, bensì su quello “visionario” post bellico che permeò il suo spirito negli ultimi anni della sua esistenza.

L’attuale quotidiano di Manchester non ha fatto altro che afferrare il testimone dal columnist Margaret Sullivan del Washington Post[1], la quale espresse il suo rammarico per le dichiarazioni dell’addetto stampa presidenziale Sean Spicer, che mise in dubbio l’obiettività dei media americani sull’elevato numero di partecipanti (presenti fisicamente o intrattenuti mediaticamente) alla cerimonia dell’Inauguration Day. Ne nacque una disputa alimentata da Kellyanne Conway, la portavoce di Trump, la quale accusò gran parte della stampa nazionale di produrre “fatti alternativi”, chiosando la sua dichiarazione con un’iperbole piuttosto infelice: “noi stiamo entrando in pieno nell’epoca orwelliana”.

Paradossalmente, nello stesso giorno, indipendentemente dall’affermazione della Conway, le vendite del romanzo distopico di Orwell “Nineteen Eighty-Four” (1984) schizzò negli USA ai vertici delle richieste d’acquisto. Questa insolita coincidenza ci dice quanto Orwell sia ancora oggetto di una banale strumentalizzazione da entrambi gli schieramenti politici e contemporaneamente quanto poco si conosca della vita e del pensiero di questo “scomodo” intellettuale, la cui testimonianza ha concorso non poco ad arricchire il pantheon del socialismo d’oltre manica nel travagliato 900.

Per capire George Orwell bisogna dedicarsi alle letture del suo periodo “politico”, la guerra civile spagnola (Homage to Catalonia 1938) nelle milizie del POUM[2] da cui ne uscì sconfitto e tradito dai suoi compagni stalinisti; l’inchiesta che fece sulle condizioni sociali dei minatori inglesi (The Road to Wigan Pier 1937) che per nulla piacque al Labour Party; la stesura di decine di saggi vergati a partire dagli anni trenta fino a pochi giorni dalla sua morte. Alcuni di questi pubblicati sul settimanale labourista The New Statesman entro il quale svolse attività di redazione. Solo seguendo questo percorso si possono capire le motivazioni che lo portarono a scrivere quella distopia così preoccupante racchiusa in “1984” che gli diede una celebrità planetaria sebbene postuma. Già in “Animal Farm (1945)”, che a mio avviso ricorda ancora il periodo “politico”, sono presenti quei temi che prefigurano la caratterizzazione di Big Brother: l’inquietante figura che manipola a suo piacimento la realtà, sorveglia ogni nostro respiro e ci fa credere “vero” ciò che è irrimediabilmente “falso”.

E’ indubbio George Orwell fu un socialista eterodosso così come Jean Jacques Rousseau fu un illuminista “sui generis”, entrambi sono accomunati dalla stessa virulente prosa nei confronti delle “false verità dei potenti”. Un tale manifesto disprezzo che li trascinò verso l’isolamento e l’ostracismo anche da parte dell’élite intellettuale a cui inizialmente appartennero. Tutte due pagarono un prezzo altissimo, il ginevrino fu scomunicato e demonizzato dai philosophes, in particolare da Voltaire; Orwell ignorato se non pubblicamente detestato dal Labour Party. Con il tempo non tardarono ad arrivare le loro rivincite sebbene anche queste postume: Rousseau divenne l’icona della rivoluzione francese, Orwell fu riammesso con grande onore tra i “grandi” del socialismo britannico.

Detto ciò, Trump e i suoi accoliti non hanno nessun diritto di appropriarsi del pensiero di un uomo che sacrificò la sua vita combattendo valorosamente in Spagna per la democrazia e la libertà, le cui ferite e privazioni lo portarono anticipatamente alla morte.

Tra le decine d’articoli pubblicati in questi giorni ho scelto quello del critico letterario inglese DJ Taylor più sfumato sulla figura di Orwell ma decisamente attinente al caso in questione.

titlepiece (1)

DJ Taylor: The parallels are impossible to deny

E’ solo possibile sentire un briciolo di simpatia con Kellyanne Conway. Incastrata da prove inconfutabili riguardo al fatto che un maggior numero di persone fossero più entusiaste a lagnarsi del suo capo di quante fossero [presenti] nel sostenerlo, si rifugiò in un comunicato che sarebbe stato divertente se questo non fosse allo stesso tempo terribilmente sinistro. Ma sarebbe sbagliato giudicarla troppo duramente per la difesa dei “fatti alternativi” [pronunciata] da Sean Spicer. Lei è un PR, che opera in un mondo in cui tutti i valori sono strumentali a proprio uso e consumo.

E’ inutile far finta che questo [episodio] non sia tutta altra cosa che una netta rievocazione del  mondo di Nineteen Eighty-Four [1984] (per coincidenza, Orwell è morto 67 anni fa, il giorno stesso in cui gli anti-Trumpites marciarono su Washington). Winston Smith, seduto nel suo bugigattolo presso il Ministero della Verità falsificando i precedenti numeri del Times in conformità con gli ultimi revisionisti diktat dall’alto, li manipola in “fatti alternativi”, o meglio, con falsità deliberate che alla fine diventano fatti semplicemente perché le loro precedenti versioni non sono più in giro a creare disordine.

Lo stesso vale per gli “aggiustamenti” periodici (ossia la diminuzione) della quantità di beni razionati disponibili alla intimorita cittadinanza di Oceania descritta da Orwell. Laggiù, l’impatto dei tagli può sempre essere ridotto alterando le parole del precedente annuncio.

Inevitabilmente, gran parte di questa manipolazione può essere fatta risalire al monitoraggio di Orwell sugli occultamenti e sulle omissioni [in merito a fatti] nel corso della seconda guerra mondiale: il massacro di Katyn, per esempio, quando migliaia di polacchi furono uccisi dalla polizia segreta sovietica, e che alcuni libri di storia russa omettono del tutto, ma le sue radici affondano nella sua esperienza di lotta contro Franco nella guerra civile spagnola. Fu laggiù, scrisse più tardi, che per primo lesse sui giornali i resoconti di battaglie che non avevano avuto luogo e udì [racconti] su soldati che conosceva accusati di codardia i quali avevano combattuto coraggiosamente.

Niente di questo dovrebbe oscurare il fatto che questo difensore della verità oggettiva fosse anche un propagandista (Orwell lavorava per il servizio orientale della BBC nei primi anni 1940, egli, una volta si lamentò che il fallimento della propaganda del governo in tempo di guerra era dovuto al fatto che aveva bisogno di fare il suo lavoro in modo più efficace). Allo stesso tempo, era sicuro che c’erano limiti entro i quali né a destra né a sinistra nelle democrazie occidentali avrebbero attraversato. Il Daily Telegraph, per esempio, si colloca nella parte superiore di un elenco da lui una volta compilato di giornali ritenuti da lui affidabili. Non sarebbe stato d’accordo con il modo in cui s’interpretava la notizia, ma reputava che il contenuto dell’informazioni fosse corretto.

Per quanto riguarda quello che Orwell avrebbe potuto pensare del Presidente Trump e il suo entourage, egli avrebbe probabilmente attirato l’attenzione sulla costante guerra di logoramento combattuta dalle varie oligarchie politiche e sociali nel corso degli ultimi 50 anni contro il concetto che è permesso dire che qualcosa è veramente accaduto sia che lo si approvi o meno. Avrebbe potuto notare, inoltre, che questi annebbiamenti non sono solo un sottoprodotto della guerra totale – chi potrebbe davvero lamentarsi sulla manipolazione che fece la RAF riguardo il numero di aerei nazisti abbattuti nella Battaglia d’Inghilterra? – ma parte integrante del modo in cui un certo tipo di autocrate contemporaneo e deformatore della realtà affronta il mondo.

Nel frattempo, vale la pena chiedersi che cosa la persona ordinaria dovrebbe fare in un paesaggio dove il leader di quello che una volta si chiamava il mondo libero mostra un disprezzo così sfrenato per uno dei principali strumenti di libertà. Anche il Grande Fratello, dopo tutto, si armava di una certa dose di astuzia nel fare finta che quello che diceva fosse vero.

[1] https://www.washingtonpost.com/lifestyle/style/the-traditional-way-of-reporting-on-a-president-is-dead-and-trumps-press-secretary-killed-it/2017/01/22/75403a00-e0bf-11e6-a453-19ec4b3d09ba_story.html?utm_term=.f98d9fa4e119

[2] Partito Obrero de Unificatiòn Marxista

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/25/george-orwell-donald-trump-kellyanne-conway-1984

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: