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Il ministro sindacalista Valeria Fedeli.

7 gennaio 2017

Marina Levo con Matteo Richetti

levo-richettiLa sostituzione del ministro della pubblica istruzione Stefania Giannini nella nuova squadra di governo,  non ha provocato proteste, era nell’aria una certa sfiducia per la gestione della legge 107 di riforma della scuola,  forse più una non gestione che ha scontentato quasi tutti. La fase applicativa della riforma è parsa molto confusa e le inefficienze storiche del carrozzone scolastico, sommate alle molte novità introdotte,  hanno creato un gran caos nei primi mesi di attività scolastica, percepito da tutti. Al suo posto è stata chiamata Valeria Fedeli, un passato da sindacalista, nessun legame evidente o nascosto col mondo della scuola, come molti suoi predecessori, ai quali veniva chiesta una gestione prettamente politica della scuola italiana, mentre sicuramente una conoscenza di questo ambiente,  del lavoro, delle sue peculiarità,  sarebbe a mio avviso un elemento imprescindibile per accedere a tale ruolo.

Subito il primo attacco,  giustificato,  sul titolo di studio un po’ scarsino, anche se vi è l’attenuante che in Italia quello ha sempre valso poco, meglio la pratica che la grammatica si sente dire spesso. Sì,  lo so che in Parlamento devono essere rappresentati tutti gli strati sociali, che una laurea non è garanzia imprescindibile di capacità politiche,  ma la pubblica istruzione forse esigerebbe qualcuna delle eccellenze pur presenti nel nostro paese,  o no? E noi insegnanti potremo continuare a consigliare lo studio,  il conseguimento di una laurea, ai nostri giovani,  se poi vengono messi all’angolo in ogni circostanza, con la scusa della rappresentatività?

Passi la questione ricorrente del titolo di studio,  ma un insegnante,  un accademico,  qualcuno che sappia di scuola non era disponibile?  Non credo fosse così.  La percezione comune è che il governo tenti di ricucire il rapporto,  fortemente deteriorato,  tra scuola e sindacati.  Quegli stessi che hanno osteggiato in ogni modo la legge 107, trovandone  inadeguate alcune risoluzioni e mobilitando in una forte protesta tutti i lavoratori. Se governo e sindacati della scuola troveranno un dialogo sarà bene per tutti,  certo, ma sarebbe preferibile tornare alla centralità della scuola come servizio ai bambini e alle famiglie, spoliticizzandola e magari evitando il corporativismo che ne blocca ogni istanza rinnovatrice.

Sindacato si, ma didattica soprattutto,  attenzione alle fasce deboli e alle aree di disagio, alla disabilità, ai bisogni educativi speciali.  Continua l’enorme fatica del mondo della scuola nel mettere insieme bisogni ed istanze diverse,  quelli dell’utenza e quelli dei lavoratori, di chi entra solo ora nel mondo del lavoro e diventa interessante soprattutto se aderisce ad una organizzazione sindacale (di questi giorni le prime iniziative a favore dei neo ammessi in ruolo hanno proprio fatto pensare alla ricerca di tessere nuove e nuovo ossigeno per i sindacati). Ma in tutto questo, la scuola vera cosa c’entra?

Marina Levo

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