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Trump e il fallimento della sinistra liberal americana, Thomas Frank, (The Guardian UK)

16 novembre 2016

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Un nanosecondo successivo alla certificazione della vittoria di Donald Trump sono comparse su tutti i media qui da noi, le più svariate analisi politiche e sociali riguardanti questo straordinario quanto inatteso successo. Commentatori televisivi di supposta grande fama si tramutarono in abili prestigiatori della parola “torcendo” all’istante le loro precedenti affermazioni di fede clintoniana. D’incanto si è venuto a sapere che negli Stati Uniti vi è uno dei più elevati indici di disuguaglianza, che sotto le ceneri del sacro fuoco del capitalismo d’oltre oceano vi cova in certe zone del paese un malcontento crescente, alimentato da bassi salari, lavoro precario e povertà diffusa. Mi riferisco ovviamente ai “sapientoni liberal del giorno dopo”, soprattutto verso coloro che malgrado abbiano vissuto parte della loro vita nelle democrazie anglosassoni – condizione della quale non perdono mai l’occasione per vantarsene – o che professino di essere columnist dell’The Economist o del The New York Times, abbiano fallito miseramente sia nel vaticinare il responso sulla Brexit sia nel predire il risultato delle elezioni americane. Questo vi dice quanto l’informazione di casa nostra sia artatamente manipolata, assiepata alla causa del “pronosticato”, ma prima di tutto: fortemente “ideologica”. Poiché, se con grande sforzo intellettuale, a partire dalla fine degli anni 70, la sinistra occidentale si è liberata dall’ortodossia marxiana, nel decennio successivo questa si è volutamente incatenata all’interno del dorato “serraglio” liberal, ove tutti hanno diritto di esprimersi, purché le chiavi dei cancelli vengano tenute dai guardiani marginalisti. Ai keynesiani si concede qualche critica costruttiva, mentre per i pochi che rimangono ancora fedeli alla teoria classica (Riccardo, Marx, Sraffa) è riservato un apposito ghetto.  Si, perché l’uso di certi lemmi come “plusvalore”, “sfruttamento” sono considerati oramai desueti, se non addirittura sconvenienti da citare in pubblico per la raffinata pletora liberal. In alternativa, si preferisce disquisire fino alla noia sulla “step-child adoption” o su qualche “Act” governativo. Terminologie come “voluntary disclosure” stanno al “top” nell’ambito della discussione sulla politica fiscale, così come “flexibility” in quella inerente le relazione industriali. Per le “issues” più frivole il “must” se lo aggiudica la voce “organic food” [cibo bio], mentre in Inghilterra sorgono a centinaia altri tipi di “food”, le “food-bank” ove si recano migliaia di famiglie inglesi letteralmente prostrate dalla fame. Tuttavia, accanto a questo grande “circus” delle meraviglie e dalle aspettative radiose sopravvivono a stento alcuni intellettuali stelle e strisce dal pensiero “antiquato” come Joseph Stiglitz, Robert Reich[1], Barry Eichengreen[2], Thomas Frank[3] (nella foto) che all’ottimismo della volontà preferiscono ancora il pessimismo della ragione. Ecco, cosa scriveva l’eterodosso “esiliato” Thomas Frank, commentatore sui fatti americani per la testata inglese The Guardian, qualche giorno prima che avvenisse il diluvio Trump.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Reich[

2] https://en.wikipedia.org/wiki/Barry_Eichengreen

[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Thomas_Frank

 

titlepiece (1)

The Republicans and Democrats failed blue-collar America. The left behind are now having their say

Thomas Frank

As industry and the Democrats abandoned the working and middle classes, Republicans posed as their protectors. But can either Trump or Clinton really restore hope to the many Americans who think the country no longer works for them?

E’ tempo d’inversione di marcia in America, in quanto le persone precedentemente conosciute come la felice classe media si sono radunate in milioni per [sostenere] un miliardario repubblicano, il quale si è appassionato all’idea del declino nazionale.

Donald J. Trump è forse il minor da sempre qualificato candidato presidenziale scelto da uno dei nostri grandi partiti. E’ una star del reality che non ha mai presieduto una carica politica e ha solo una vaga comprensione di come funziona il governo degli Stati Uniti. Un magnate immobiliare che viaggia su di un jet privato e vive in un attico che è decorato, secondo alcune indiscrezioni, in stile Luigi XIV°.  Tuttavia, costui in qualche modo si è fatto l’interprete vocale di milioni [di nostri compatrioti] che stanno scivolando giù lungo la scala sociale. Una importante ragione del sorprendente successo di Trump deriva dal suo vergognoso e malcelato appello al sentimento razzista. Egli ha accusato gli immigrati messicani d’avere compiuto un’ondata di crimini, risultati in seguito non veri, e si è impegnato a mantenere una posizione dura con i profughi provenienti dalla Siria. Le sue idee sulle condizioni in cui vivono i neri americani sembrano direttamente scaturire dalle [immagini] degli anni 70. Per alcuni, i suoi atteggiamenti ripugnanti nei confronti delle donne sembrano anche essere un importante argomento da spacciare proprio nell’anno in cui [si presenta] il primo candidato presidenziale femminile.

Ma l’asso che ha determinato il successo di Trump sta nell’ira della gente di medie condizioni economiche che si vedono vittime di un sistema “truccato”, per usare il cliché dell’anno. Egli ha girato tanto il tavolo delle rimostranze di classe nel partito democratico quanto l’organizzazione tradizionale della sinistra americana. Come è potuto succedere?

Cominciamo con i democratici. Se si disegna un diagramma di Venn dei tre gruppi, la cui interazione definisce il partito democratico moderno (liberali, meritocratici e plutocrati), lo spazio in cui si intersecano le rette cadrebbe su di un’isola al largo sette miglia dalla costa del Massachusetts, chiamata Martha’s Vineyard. Un po’ più piccola della zona che delimita lo Staten Island, ma molte volte superiore di grandezza in termini d’opulenza. Martha Vineyard è una località la cui popolazione accresce ogni estate poiché accoglie il ritorno dei ricchi nelle loro ville di vacanza. E’ un luogo di yacht e di celebrità e di arbusti finemente cesellati; di palazzi sul lungomare e di professori dell’Ivy League con le loro spiagge private. I segni dello stile di vita “illuminati” sono tutti intorno a te: gli alimenti sono biologici, l’abbigliamento è di buon gusto, non si trova un mozzicone di sigaretta. A volte, la perversità del luogo è in grado di sbalordirvi. Mi sono ricordato di tutto ciò, nel momento in cui ho passeggiato attraverso una delle città storiche di Martha Vineyard tirate a lucido e mi sono imbattuto in un negozio che vendeva riproduzioni di vecchie magliette, cimeli sportivi e cose simili. Sulla parete esterna del negozio era appesa una poesia di Charles Bukowski, poiché, naturalmente, nulla va meglio con abiti di buon gusto che la poesia trasgressiva. Tratta dell’orrore della vita dei colletti blu, degli “uomini che ho conosciuto” che sono impiegati nelle fabbriche e che fanno il tipo di lavoro disumanizzante cui nessuno che passa da quelle parti mai  farà più.

Quando penso agli uomini che conobbi impiegati nelle fabbriche, penso spesso a un gruppo di lavoratori a cui venne impedito d’entrare in azienda per ordine della società a causa di una controversia di lavoro (locked-out) che incontrai a Decatur,[1] Illinois, nel 1994, durante i primi giorni dell’amministrazione di Bill Clinton. La loro città venne coinvolta in tre azioni industriali: ci furono scioperi alla Caterpillar e alla Firestone oltre a una serrata presso la Tate & Lyle nell’impianto di Stanley. Il contrasto crebbe sempre più d’intensità; la polizia divenne violenta; i lavoratori fecero causa comune l’uno con l’altro; la gente iniziò a considerare Decatur come una “zona di guerra”.

Ciò che volesse dire quella frase non era semplicemente che i poliziotti potessero essere cattivi, ma che il capitalismo aveva dichiarato guerra alla prosperità dei colletti blu. [Mi ricordo] cosa mi disse nel 1994 un lavoratore locked-out, dopo aver riflettuto sulle lotte industriali del passato: “ora è il nostro turno. E se noi non lottiamo, allora la classe media come la conosciamo in questo paese morirà. Ci saranno due classi, l’una  sarà molto molto povera, l’altra molto molto ricca “.

Ebbe ragione ad affermare ciò. In un articolo accademico sulle classi sociali pubblicato nel 1946, il sociologo Charles Wright Mills rilevò che le grandi imprese e suoi dirigenti a Decatur guadagnassero un po’ più di due volte di quanto ricevessero i salariati della città. Nel 2014, invece, l’amministratore delegato della Archer Daniels Midland, una società che oggi domina a Decatur, si stima che guadagni 261 volte la media salario dei lavoratori. Il CEO di Caterpillar, al centro di uno degli scioperi nella “zona di guerra”, raggiunge le 486 volte. Il prezzo delle azioni di Caterpillar, nel frattempo, si è all’incirca decuplicato rispetto a quello che fu al momento dello sciopero. Altri cambiamenti che travolsero quella città fin dai tempi della zona di guerra degli anni 90 ora sono tanto familiari, quanto terribili. Per prima cosa, da allora la popolazione di Decatur si è ridotta di circa il 12%. Nonostante questo deflusso di persone, nei primi mesi del 2015, quell’area aveva ancora il più alto tasso di disoccupazione dell’Illinois.

Nel 2015, sono tornato a Decatur per raggiungere i veterani della zona di guerra come Larry Solomon, che era stato il leader del sindacato locale United Automobile Workers presso lo stabilimento Caterpillar. Tornò in fabbrica dopo che lo sciopero terminò, ma si ritirò nel 1998. Quando incontrai Solomon nella sua ordinata casa di periferia, mi parlò in dettaglio delle molte volte in quei tempi ormai lontani in cui si confrontò con la gestione dell’impresa, avanzando tutte le rimostranze dei suoi compagni di lavoro nel corso degli anni. Inoltre Larry si ricordò di tutti gli insuperbiti funzionari della società e le sfide che dovette affrontare.

Pensate per un attimo: un operaio che si è ritirato abbastanza confortevolmente, pur avendo speso anni a confrontarsi con il suo datore di lavoro nei picchetti e ascoltando le lagnanze. Come è possibile tutto ciò? So che ci si aspetta che tutti noi dovremmo dimostrare null’altro che estrema considerazione per i creatori di posti di lavoro al giorno d’oggi, ma ascoltando Solomon, mi venne in mente che forse il suo atteggiamento fu proficuo. Forse fu proprio quel comportamento, ripetuto in ogni posto di lavoro in tutto il paese, rese possibile la prosperità della classe media, la quale una volta segnò l’America come nazione.

Solomon ricordò: “ci avevano promesso, tutto durante il tempo in cui abbiamo lavorato alla Caterpillar, che da pensionati, avremmo goduto di una pensione e di benefici completi senza alcun costo“. Egli parlò di un ciclo di negoziati contrattuali per sé e per i suoi colleghi che erano presenti nel 1960, durante il quale un funzionario si lamentava: “ci prendiamo già cura di voi dalla culla alla tomba. Cosa si può volere di più?

Oggi, quel  vecchio contratto sociale non esiste più, almeno, quella parte che assicurò l’assistenza sanitaria e la pensione per gli operai. Ora, come Solomon nota, le aziende hanno la facoltà di dire: “vogliamo la vostra vita, e quando la vostra esistenza dedicata al lavoro sarà finita, allora addio. Vi ringraziamo per [averci dedicato] il vostro tempo, ma non siamo responsabili per voi dopo che ve ne sarete andati “.

Mike Griffin fu un altro attivista sindacale senza peli sulla lingua, quando venne coinvolto durante il lockout alla Tate & Lyle. Quando ci siamo incontrati l’anno scorso, abbiamo parlato della situazione nelle quali le giovani generazioni si trovano ad affrontare a Decatur. Sono persone le cui componenti di base che contraddistinguono la vita della classe media stanno diventando sempre più per loro fuori portata. Anche se non possono sempre capirlo dal punto di vista politico, Griffin mi disse, che i lavoratori possono sicuramente constatare come sono fottuti. “Una delle cose che essi capiscono è che hanno ottenuto un posto di lavoro di merda con salari di merda e nessun beneficio e nessuna assicurazione sanitaria“.

“E loro capiscono”, aggiunse Griffin, “che stanno lavorando presso due o tre posti di lavoro solo per sbarcare il lunario, molti di loro non possono possedere alcunché, e capiscono quando vedono  mamma e papà costretti ad andare in pensioni od obbligati ad abbandonare il loro lavoro, [Questi giovani] ora stanno lavorando a Hardee o McDonald per far quadrare i conti, in modo che possano andare in pensione in povertà. La gente lo capisce e se ne rende conto.”

Quelle parole terribili sono un onesto e accurato resoconto della situazione affrontata da una vasta parte della popolazione in America. Una popolazione che è stata cresciuta in attesa di godersi la vita in quello che è spesso è detto il paese più ricco del mondo. In realtà, per questi lavoratori se le cose si sono svelate in modo così scadenti la colpa non è attribuibile a Barack Obama o a Bill Clinton. Come tutti sanno, ciò è dovuto ai repubblicani che hanno introdotto nel mondo l’era neoliberista. Quel tagliare le tasse ai ricchi, in una sorta di convinzione religiosa; quel grande daffare per liberare Wall Street e deregolamentare tutto il resto; quel dichiarare guerra eterna allo stato sociale [è stata la reale causa].

Ma la storia funziona in modo strano. Un’altra cosa che i repubblicani fecero, a partire dal fine degli anni ’60, fu quella di presentarsi come il partito delle persone comuni dall’animo semplice, ciò che Richard Nixon (e ora Donald Trump) chiamò “la maggioranza silenziosa”. Entrambi hanno seminato la guerra tra destra e sinistra come una sorta di lotta di classe rovesciata, in cui l’umile, il laborioso, i cittadini timorati di Dio avrebbero scelto di allinearsi con il partito di Herbert Hoover [P. Repubblicano]. E così i repubblicani distrussero i sindacati e tagliarono le tasse ai ricchi anche se elogiarono i cittadini dai colletti blu per il loro patriottismo e per i loro “valori famigliari”. La classe operaia, la cosiddetta “Reagan Democrats” lasciò la sua appartenenza politica per sostenere un uomo che eseguì enormi favori per i ricchi e che fece più di chiunque per introdurre il mondo nel suo corso moderno accelerandone la disuguaglianza.

Tutto in quei decenni sembrava essere un problema di classe, tutto, tranne le questioni di economia e di distribuzione, dove l’ortodossia del libero mercato prevalse. Nel 2004, tornai nel mio stato del Kansas a chiedere il motivo per cui si era spostato così decisamente a destra fin dai tempi di Dwight Eisenhower, ed ebbi la risposta: scoprii che furono le guerre culturali: l’aborto, il controllo delle armi, l’oscenità, l’istruzione e così via.

E al di sotto d’ognuna di queste questioni relative alla guerra culturale giaceva l’insulto bruciante di snobismo. Una “élite liberale”, sembrava, che stesse sempre cospirando contro i valori della gente comune, dicendo loro cosa fare e come farlo, senza alcuna preoccupazione per quello che effettivamente credessero. La cosa migliore delle guerre culturali fu che queste permisero ai repubblicani di concedere molto poco alla loro crescente base di operaia; le guerre erano impossibili da vincere quasi per definizione, una questione di intrattenimento piuttosto che di una politica in senso tradizionale. Quelli che ottennero guadagni tangibili da questa forma di populismo furono i clienti del partito tra l’élite del business.

Nei decenni che sto descrivendo, i repubblicani perfezionarono anche la loro sgradevole arte del nascosto appello al razzismo che li ha aiutati a vincere in molti degli stati del sud e [a raccogliere] un sacco di voti bianchi in altri luoghi, il cui eco si sente così distintamente nella campagna Trump. Tra quell’odiosa strategia e l’estensione verso la classe operaia che sto descrivendo, i repubblicani godettero anni di successo elettorale. Nella parte superiore della struttura del partito capeggiavano gli interessi che servivano – le grandi imprese, i più ricchi – e in fondo ci fu la sua massa elettorale, che sembrava crescere più proletaria più frustrata che mai rispetto agli anni passati.

Questa miscela di populismo culturale e l’ortodossia del libero mercato non fu stabile. Fare favori ai ricchi e nel mentre incoraggiare le infruttuose lamentele della cultura di base di classe tra i lavoratori divenne una contraddizione difficile da sostenere, un delicato equilibrio che poteva sussistere finché l’economia desse buoni risultati e il prezzo della disuguaglianza rimanesse sopportabile .

La crisi finanziaria del 2008 e la recessione persistente frantumò l’intera faccenda. Nel 2016, i salari operai hanno continuato a ristagnare e la disuguaglianza a peggiorare, la base del partito repubblicano aveva perso il suo appetito per le inutili crociate culturali: [i lavoratori] chiesero qualcosa di reale. Infatti, Donald Trump rispetto ai 17 candidati repubblicani alla presidenza di quest’anno, ha offerto esattamente questo. Si scagliò contro un establishment politico marcio che non ha fatto nulla per i lavoratori; ha promesso di difendere la sicurezza sociale e di rinegoziare le offerte commerciali che sono ampiamente colpevoli per la deindustrializzazione del Midwest. Usò anche come capro espiatorio i musulmani e gli immigrati clandestini, accusandoli falsamente per qualsiasi tipo di reato. E lo ha fatto tutto con toni molto bruschi, con un modo di parlare egocentrico che in qualche modo ha catturato l’immaginazione di questo infelice periodo. Anche il suo grottesco e ampolloso stile sembrava confermare il suo appello; alla convention repubblicana nel mese di luglio, l’ho sentito descriversi come un “colletto blu miliardario “.

Da un certo punto di vista, l’ascesa di Trump ha semplicemente segnato l’evoluzione del populismo repubblicano. E’ sempre stata una forma di intrattenimento, e Trump è un intrattenitore accattivante. I tradizionali leader repubblicani, tuttavia, considerano Trump come un paria, grazie alla sua ingiuriosa posizione sul commercio, sulla sicurezza sociale e sulla regolamentazione bancaria. Questi leader lo hanno abbandonato in massa, mentre lui ha promesso trasformare i repubblicani in un “partito dei lavoratori”.

Ma ciò che ha reso anche possibile il Trumpism nel corso del periodo che ho descritto è la contemporanea evoluzione dei Democratici, il partito dei lavoratori tradizionali. Questi dall’essere il partito di Decatur [si sono trasformati] nel partito di Martha Vineyard e lo hanno fatto in modo più o meno allo stesso tempo in cui i repubblicani stavano affilando la loro immagine mortale di “élite liberale”. In questo modo l’inversione fu completa e la scelta peggiore sta cadendo su di noi. Siamo invitati a scegliere tra un demagogo populista e una monarchica liberale, una donna il cui ogni [singolo] avanzamento sul percorso della campagna elettorale è stato pianificato e discusso e smussato e arrangiato da potenti manipolatori. Il denaro di Wall Street è con i democratici questa volta, e così come lo è la Silicon Valley, e così come lo sono i media, e così come lo è Washington, e così, a volte sembra, come lo sia la virtù stessa. Hillary Clinton appare davanti a noi tutta in bianco, la beneficiaria di una sorta di santificazione dei sotterfugi.

Se vi è ancora qualche speranza rimasta nel sistema americano, questa giace con una generazione di giovani elettori, che sono enormemente frustrati verso le scelte offerte dalla politica dei due partiti. All’inizio di quest’anno, molte migliaia di loro si sono arruolati nella avventurosa crociata del senatore Bernie Sanders del Vermont, che descrive sé stesso come un “socialista democratico”, e ora, a quanto pare, si sentono delusi nei confronti di una donna che lo ha sconfitto e verso la quale il Democratic Party ha prodotto notevoli sforzi affinché si convincessero di ritornare nuovamente all’ovile.

Come il popolo dei colletti blu di Decatur, questi giovani sanno tutto sul nostro predatorio capitalismo moderno, sanno che sono destinati a faticare in qualche “lavoretto” nelle loro fatiscenti città deindustrializzate e lentamente pagare i 30 o 40.000 dollari che hanno preso in prestito per studiare la scienza tecnologica, l’ingegneria e la matematica presso le università di stato. Essi vanno perdonati se non riescono vedere la promessa nella restaurazione Clintoniana, o in qualche Luigi XIV° in salsa moderna, o perfino nell’ “American way of life”.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Decatur_(Illinois)

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/nov/06/republicans-and-democrats-fail-blue-collar-america

 

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