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Joseph Stiglitz e le lacrime di coccodrillo del nostro Premier

18 settembre 2016

lacrime-di-coccodrillo

Sin dalla sua nomina a Palazzo Chigi quello scaltro imbonitore di Rignano sull’Arno, dopo averci venduto pozioni miracolose sul nostro radioso futuro in Europa, comincia oggi a intuire, purtroppo con colpevole ritardo, che il meccanismo di convergenza fra gli Stati membri euro su cui si basa la politica macroeconomica della UE – di chiara ispirazione neoliberista (Patto di Stabilità, ecc.) – non potrà mai funzionare correttamente in un’area valutaria unica così disomogeneamente costituita. Anziché propinarci le sue soluzioni mirabolanti (Job Act e altre amenità titolate in inglese) sarebbe bastato che si fosse informato sulla tesi redatta nei primi anni 60 dal premio Nobel Robert Mundell sulle aree valutarie ottimali. In tal caso, il giovane rottamatore avrebbe avuto l’opportunità di svegliare la sonnacchiosa socialdemocrazia continentale coinvolgendola in una battaglia verso una vera riforma dell’architettura europea. Forse, così facendo si sarebbe anche guadagnato i galloni di statista e la stima di molti italiani oggi assai delusi dagli inconcludenti attori di Bruxelles.

Il paradigma che comprende il vincolo dei cambi fissi (euro), concordato con una certa sufficienza nel trattato di Maastricht, poggiava sulla vana illusione che un paese sottoposto a stress, un’eventuale svalutazione interna dei prezzi (lavoro) dovesse necessariamente compensare il corrispondente deficit della bilancia dei pagamenti (conto capitale e conto finanziario), aumentando le esportazioni e diminuendo di conseguenza le importazioni, in modo tale che si pervenisse in tempi rapidi al riequilibrio del saldo. D’incanto, confidando sulle virtù tautologiche del mercato, secondo il citato dettato neoliberista, sarebbe stato felicemente risolto lo stato di momentanea crisi, malgrado le arcinote differenze strutturali di tipo politico, economico e sociale dei paesi partecipanti e per di più in mancanza di un corollario funzionante di istituzioni comuni.

Soltanto ora il nostro neo-futurista Premier, dopo averci propalato a iosa belle speranze e irretitoci con facili annunci, si accorge – temendo la sconfitta nel referendum confermativo – dello scorretto pluriennale surplus tedesco che arreca danno al resto del gruppo (nel 2014 il 6,7% rispetto al PIL)[1]. Si tratta di una cifra colossale pari al doppio di quello cinese (ovviamente sempre in rapporto al PIL), la quale da tempo si combina strategicamente – sempre all’insaputa del nostro telegenico commediante – con la consapevole decisione del governo di Berlino di congelare l’aumento dei prezzi dei beni domestici e di bloccare la spesa per gli investimenti pubblici, impedendo che il saldo delle bilance commerciali degli altri partners dell’area valutaria comune venga in questo modo azzerato. La decisione d’introdurre un draconiano Patto di Stabilità fu perseguita caparbiamente dai tedeschi, a discapito della generosità o dell’ingenuità di alcuni firmatari del famoso protocollo, con uno scopo ben preciso: quello di mantenere un’egemonia politica della Germania e dei suoi graditi “cespugli” nei confronti degli altri paesi dell’area valutaria euro ritenuti a loro dire poco affidabili. Si trattò nientemeno che l’accettazione della versione economica post-moderna del famoso tallone militare teutonico, che nel corso del 900 ahimè, per ben due volte, ne abbiamo fatto una tragica esperienza.

Ci è stata spacciata fino a ieri dal boss del clan fiorentino la sublime Germania come un modello di virtù “economica” da imitare anche nel nostro paese. Ora, rileviamo un po’ esterrefatti la sua subitanea conversione, accompagnata da piagnucolose rimostranze, avvenuta al termine del meeting in terra slovacca, verso coloro che da sempre criticano il feticismo dell’ideologia tedesca. Quello che gli economisti keynesiani chiamano con il nome di “austerity”.  Ebbene, questo radicale mutamento ci è apparso tanto ridicolo e patetico, sia nella forma sia nella sostanza, quanto lo sono le funamboliche sparate di quel noto comico genovese, che taluni indicano come “garante” di un certo “Movimento”.

Ulteriormente arlecchinesche ci risuonano a ben quattro anni di distanza le miracolose parole “Whatever it takes” pronunciate dall’oracolo della BCE, a confronto con la ben più prosaica formula interrogativa che circola oggigiorno negli ambienti economici finanziari: “What we do now? (Cosa facciamo ora?)”. Ciò significa che dopo quasi un lustro di stagnazione economica continentale, nonostante un allentamento quantitativo in gran spolvero (QE da 80 BL mensili) e tassi negativi dei Bund tedeschi, nulla è cambiato in meglio. Per non dire in peggio. Qualcuno sommessamente, in tempi non sospetti osservava Robert Skidelsky, che un’attenta rilettura di JM Keynes (liquidity trap) sarebbe stata utile per non cadere nell’illusoria euforia monetarista, la quale puntualmente si è avverata e parallelamente non ha fatto altro che alimentare una irrazionale crescita dei valori finanziari, senza risolvere il problema della convergenza fra gli Stati membri. Ci manca solo l’adozione del bislacco “helicopter money” per celebrare, oramai in ritardo, ma pur sempre di grande attualità, la tesi teorizzata negli anni 60 da un geniale economista, purtroppo prematuramente scomparso, che porta il nome di Hyman Minsky, secondo cui oggidì stiamo assistendo sempre più frequentemente a brevi quanto improvvisi cicli di crisi e rinascita dell’economia dei beni causati da un eccessivo potere finanziario e dalle decisioni di istituzione prive di rappresentanza democratica come le Banche Centrali.

A tutti coloro che per sincera convinzione o per solita piaggeria hanno sostenuto in passato i frizzi e i lazzi in materia di politica economica del nostro super eroe toscano, consigliamo di leggere l’ultima opera del premio Nobel Joseph StiglitzThe Euro and its threat to the future of Europe, Penguin Books, London UK”. Ovviamente, per chi difetta in inglese, acquistatela quando verrà pubblicata l’edizione tradotta in italiano, ammesso che lo si faccia in tempi brevi. Quasi sicuramente non prima del referendum e ciò è opportunamente intuibile per evidenti ragioni di politica domestica. Ebbene, nel consultarla vi renderete conto che le amare “lacrime di coccodrillo”, versate dal nostro Premier – un tempo loquace, oggi un po’ meno – all’indomani del vertice di Bratislava, sono ampiamente giustificate dai probabili eventi non certo rassicuranti che accadranno qui da noi in un prossimo futuro.

[1] World Bank data

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