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La tragedia greca: ultimo atto? The Guardian (UK)

25 aprile 2016

Flag_of_Greece.svgA una prima lettura dell’articolo che segue sul caso Grecia, firmato da uno dei più brillanti e autorevoli “adviser” che sovraintende la gestione di miliardi di dollari in investimenti finanziari globali, Mohamed El-Erian, si fa fatica a credere che dal “santuario” del capitalismo finanziario internazionale si perori la causa della riduzione del debito ellenico. Ma dopo un’attenta rilettura del testo si è portati a essere meno stupiti e più riflessivi sulle ragioni della sua tesi. Ciò che apparentemente colpisce è il tono critico da parte dell’autore nei confronti della collegialità politica europea, non così dissimile dalle considerazioni pervicacemente sostenute da Yanis Varoufakis nel corso delle riunioni ECOFIN svolte nel primo semestre dello scorso anno. Molti ricordano che a causa della sua strenua opposizione alla “teologia tedesca” sull’austerità, l’ex ministro delle finanze greco fu obbligato a dimettersi e successivamente trattato alla pari di uno stravagante guastafeste. La risposta a questa insolita condivisione sulle soluzioni da adottare per sanare l’enorme debito ellenico è adamantina: ristrutturarlo. Entrambi, in quanto brillanti studiosi dei flussi finanziari globali, sono d’accordo, sebbene militino su barricate opposte. Ma c’è di più. L’ex CEO di PIMCO (ora in Allianz) newyorkese, ma di chiare origini egiziane, viene accreditato come una delle “voci” più ascoltate dall’establishment economico finanziario americano e in particolare dal Presidente Obama. Che cosa unisce la comunanza di vedute tra Varoufakis e El-Rian? Due personaggi così dissimili per cultura politica e comportamenti privati. Il primo, al tempo, sperava di salvare la Grecia dall’indigenza veicolata attraverso l’austerità teutonica; il secondo, attualmente, si augura di salvare il sistema finanziario internazionale dalla testardaggine europea a trazione tedesca. Diciamo la sincera verità: BREXIT e GREXIT sono due mine vaganti che non fanno dormire sonni tranquilli a molti operatori del settore. Se si verificasse una sola delle due evenienze sarebbe molto preoccupante; nel caso che accadessero entrambe, sarebbe un disastro. Gli americani, ma non solo, sono consapevoli del pericolo, in quanto ne temono le conseguenze. A proposito di ciò, si noti con quanta enfasi – forse troppa – il Presidente Obama abbia cercato di convincere i “leavers” britannici a desistere dal loro progetto. Se a giugno non si raggiungesse un accordo sul pesante debito greco – ossia di fatto l’applicazione di una riduzione o di una estensione sine die – i contraccolpi sul mercato dei cambi sarebbero automatici, favorendo un apprezzamento deciso del dollaro su molte valute internazionali. L’enorme aumento dell’indebitamento globale – si stima da 15 a 18 volte dal 2009 ad oggi[1] e il corrente basso prezzo delle materie prime, il tutto accompagnato da una rivalutazione della moneta statunitense, andrebbe a comporre una miscela esplosiva che porterebbe molti paesi emergenti, le cui imprese si sono indebitate sconsideratamente per lungo tempo grazie ai lauti profitti ricavati dalle risorse di base (petrolio), a chiedere l’intervento del FMI per evitare il default. A questo “combinato-disposto” si accoppierebbe, aggravando una situazione già compromessa, la necessità da parte della FED – per il momento congelata – di alzare i tassi per prevenire una probabile recrudescenza dell’inflazione domestica nel secondo semestre del 2016, rendendo ancora più oneroso il servizio del debito per quei paesi sotto stress finanziario. A una crisi di carattere economico-finanziaria internazionale seguirebbe l’immediata instabilità politica su molti fronti, e in particolare nel continente africano, con le conseguenza che a tutt’oggi stiamo già verificando (emigrazione di massa).

 A questo punto ci si chiede: saranno in grado Angela  Merkel e Wolfgang Schäuble di dimostrare alla comunità internazionale un elevato senso di responsabilità mettendo da parte i loro egoismi mercantilisti?

 

titlepiece (1)Time for debt reduction in Greece

Mohamed El-Erian

Kicking the can down the road with an ‘extend and pretend’ approach to high debt simply makes matters worse. And it seldom works in the long run

Friday 22 April 2016 14.20 BST

mohamed-el-erianAncora una volta, la Grecia è in un punto di svolta. Con i suoi saldi di cassa posti sotto pressione, sembra improbabile che sia in grado di soddisfare la cascata di pagamenti inerenti al debito in scadenza nei prossimi mesi. Eppure, un altro giro di controverse e di protratte discussioni con i creditori è in corso da cui potrebbe scaturire l’ennesima soluzione a breve termine. Senonché, prendere a calci un barattolo lungo la strada non è certo l’unica opzione dei negoziatori. Infatti, questo è l’approccio sbagliato.

Quando ci si trova di fronte a gravi problemi in materia di debiti, un paese ha cinque manovre di base a sua disposizione. Si può, in primo luogo, disfarsi delle riserve monetarie e della ricchezza che ha accumulato durante i tempi migliori e, in secondo luogo, prendere in prestito esternamente per soddisfare i pagamenti a breve termine. In terzo luogo, si può implementare contemporaneamente, o di lì a poco, quelle misure di austerità nazionali (come aumentare le tasse o tagliare la spesa) che liberano le risorse per effettuare i pagamenti del debito.

In quarto luogo, un paese a corto di liquidi, può anche mettere in atto strategie per stimolare la crescita economica, generando reddito aggiuntivo, il quale può poi essere utilizzato in parte per saldare i debiti. Se tutto questo non funziona, si può perseguire una quinta opzione: consentire alle forze di mercato di applicare la maggior parte della correzione, o mediante un ampio aggiustamento dei prezzi (tra cui il tasso di cambio) o forzare un default.

La maggior parte degli economisti concordano sul mix ideale e la sequenza di tali manovre. Un cosiddetto “beautiful de-leveraging” comporta una combinazione di riforme interne, il finanziamento e l’uso giudizioso del meccanismo dei prezzi di mercato.

Ma ciò che sembra buono in teoria si è rivelato di difficile attuazione nella pratica. Per prima cosa, i politici sono più propensi a continuare la crescente dipendenza del loro paese dai finanziamenti, aumentando così il rischio di aggiustamenti disordinati di mercato, piuttosto che attuare delle difficili riforme strutturali e ardui aggiustamenti fiscali. Per questo motivo, molti paesi hanno patito dolorose situazioni caotiche che forse hanno aggravato evitabili cadute della produzione, causando in questo modo alti tassi di disoccupazione, e, nei casi peggiori, erodendo la crescita potenziale.

In ogni caso, se un paese è già troppo profondamente indebitato, si può scoprire che in nessun modo una reale correzione e una quantità di finanziamento sia sufficiente. Ci riferisce alla maledizione di quello che gli economisti chiamano “eccesso di debito”. In queste circostanze, la dipendenza dalla austerità per liberare risorse interne per il servizio del debito soffoca la crescita economica. Quindi, le riforme dal lato dell’offerta pro-crescita non possono portare risultati abbastanza veloci per compensare questo effetto.

I creditori esteri, da parte loro, esitano di fronte alla prospettiva di fornire il finanziamento al Paese che ha bisogno rimettersi in careggiata, e spesso riguardo a quelli che disposero il finanziamento in precedenza non sono disposti ad accettare perdite. Questo lascia una sola vera opzione: una correzione disordinata del mercato.

Poiché, tale correzione non è molto più attraente per i creditori di quanto lo sia per i debitori, entrambe le parti s’impegnano in incontri estenuanti, le cui trattative prolungate in assenza di verità, si svolgono nella speranza che qualche soluzione magica alla fine emerga. Naturalmente non è così. Al contrario, durante il tempo che sprecano, il debito incrementa di valore al punto che non solo indebolisce le prospettive a breve termine del debitore, ma anche scoraggia gli afflussi di nuovi capitali e d’investimenti che sono fondamentali per la crescita futura.

Questo, in estrema sintesi, è la storia della Grecia. Evitando un’azione decisiva per affrontare l’eccesso di debito, il paese e i suoi creditori hanno contribuito a una situazione che è deludente per tutti. I partner europei della Grecia non hanno nulla di concreto da mostrare per i miliardi di euro che hanno prestato al paese. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea, che hanno assecondato l’approccio estensione e finzione, hanno posto la loro credibilità a rischio.

Ma i grandi perdenti sono stati i cittadini greci, che hanno sofferto a causa di uno dei programmi di austerità più gravi della storia, e costoro non sono ancora in grado di vedere la luce alla fine del tunnel. In effetti, il rapporto del  debito-PIL ellenico è oggi notevolmente più alto di quanto fosse al tempo in cui la Grecia compì i suoi primi sforzi nel varcare la soglia dell’austerità. Per giunta, la disoccupazione giovanile di lunga durata è rimasta a livelli estremamente elevati per un lungo periodo di tempo in modo allarmante.

Il triste scenario della crescita greca nel corso degli ultimi otto anni è in netto contrasto con l’andamento degli altri membri della zona euro, i quali hanno dovuto affrontare la pressione di esorbitanti pagamenti. L’Irlanda e il Portogallo, non essendo scivolati così in basso come la Grecia, sono rimbalzati verso una crescita positiva. Anche Cipro, che ha eseguito meglio [i compiti], evitando in questo modo il collasso economico, negli ultimi due anni ha ripreso a crescere, mentre la Grecia è ricaduta in recessione.

La performance del economia greca, se paragonata con quella dell’Islanda, è relativamente debole, un paese che, mancando l’appoggio esterno che invece la Grecia ricevette, sopportò una violenta correzione del mercato. Benché, il paese nordico dovette per un paio d’anni affrontare una contrazione economica sostanzialmente simile, la crescita è ripresa robusta, e ora supera di gran lunga quella della Grecia.

Poiché, la Grecia e i suoi creditori (ora prestatori principalmente sovrani e istituzioni multilaterali) decisero in che modo affrontare l’incombente crisi di liquidità del paese, essi dovrebbero riconoscere queste differenze e imparare dagli errori conseguenti al loro passato approccio. Più a lungo negano la realtà, maggiore il danno sarà, e di conseguenza più costerà per ripararlo.

Dare un calcio il barattolo lungo la strada è politicamente più facile che trovare soluzioni globali e durature. Ma funziona raramente. La Grecia può superare i suoi problemi economici solo se modifica il suo approccio. In particolare, la Grecia e i suoi creditori devono accettare un programma credibile di riduzione del debito atto a sostenere le riforme interne necessarie per rinvigorire i motori della crescita ellenica, in modo d’allineare i propri obblighi interni con le sue capacità. Un tale incominciamento, favorito dal Fondo Monetario Internazionale, aumenterebbe considerevolmente le future prospettive di crescita di questa nazione sotto stress.

Se la chiara logica economica in qualche modo non prevede una motivazione sufficiente per i partner europei della Grecia al fine di sostenere la riduzione del debito, si provveda per un paese che si trova a gestire un ruolo di primo piano nella storica crisi dei rifugiati dell’Europa. Dopo otto lunghi anni, è il momento di dare alla nazione ellenica l’aiuto di cui ha bisogno, nella forma di un vero e proprio round di crescita orientato alla riduzione del debito.

  • Mohamed El-Erian is chief economic adviser at Allianz and chairman of US President Barack Obama’s Global Development Council.

http://www.theguardian.com/business/2016/apr/22/time-debt-reduction-greece-mohamed-el-erian

[1] http://www.economist.com/news/special-report/21696792-commodity-boom-may-be-over-and-barriers-doing-business-are-everywhere-africas

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