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Come il Benelux bloccò le leggi contro i paradisi fiscali europei. (Der Spiegel DE)

17 novembre 2015

epa04998135 Jean-Claude Juncker , President of the European Commission, waits for his speech in the key debate about the Conclusions of the European Council meeting in the European Parliament in Strasbourg, France, 27 October 2015. EPA/Patrick Seeger +++(c) dpa - Bildfunk+++

epa04998135 Jean-Claude Juncker , President of the European Commission, waits for his speech in the key debate about the Conclusions of the European Council meeting in the European Parliament in Strasbourg, France, 27 October 2015. EPA/Patrick Seeger +++(c) dpa – Bildfunk+++

Vi ricordate la “calda” estate greca? Le pesanti accuse rivolte agli elleni d’aver truccato in passato i bilanci dello Stato? Rammentate i continui rimbrotti di Jeroen Dijsselbloem, in qualità di Responsabile dell’Eurogruppo, verso Yanis Varoufakis attribuendogli la colpa di essere inadatto a rappresentare il suo popolo in un consesso europeo? Dopo i tragici fatti di Parigi alcuni osservatori sostengono che l’Europa come dimensione politica potrebbe crescere a condizione che introietti quei principi che nacquero con la rivoluzione francese: libertè, fraternitè et egalitè. Fino a ora pare che delle tre sia stata più attraente la “libertè” ovviamente a discapito del vicino. Tuttavia, la speranza che si comprenda l’importanza degli altri due elementi della triade non deve farci recedere dalla nostra lotta. Credo, che allo stato attuale. abbia sempre più ragione Paul Krugman con la sua “macromedia”: ti rendo edotto ciò che m’interessa, ma contemporaneamente faccio di tutto per nasconderti ciò che mi danneggia. Onore al settimanale tedesco Der Spiegel per la sua pervicacia campagna informativa che ha condotto nel corso di questi ultimi tre anni nei confronti di chi da tempo ha scientemente violato il principio di comune solidarietà europea. L’articolo è un po’ lungo (long read), ma vale la pena di leggerlo per capire di quanta “Grecia” vi sia stata, e corra ancora, nell’Unione Europea.

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How the Benelux Blocked Anti-Tax Haven Laws

By Markus BeckerPeter Müller and Christoph Pauly

I documenti dell’Unione Europea interni visti da SPIEGEL mostrano chiaramente come il governo del Lussemburgo, sotto la guida di Jean-Claude Juncker, cercò di utilizzare le agevolazioni fiscali per attirare le imprese nel paese. I parlamentari europei ne vogliono sapere di più.

Jean-Claude Juncker non ha mai sofferto di una mancanza di fiducia nei riguardi di sé stesso. Poco prima che i 20 maggiori paesi industriali del mondo s’incontrassero per un vertice del G20 a Antalya in Turchia, il capo della Commissione Europea stava già distribuendo le lodi a se stesso. L’Unione Europea ha “mostrato leadership“, così Juncker scrisse ai partecipanti, e ora spetta a loro di seguire l’esempio dell’Europa per quanto riguarda la questione della “dannosa concorrenza fiscale“.

Questo, scritto da Juncker a tutti, è stato vergato dallo stesso uomo che per anni ha trasformato il Lussemburgo in un paradiso fiscale internazionale e che ora presenta se stesso come colui che guida lo sforzo per porre fine agli imbroglioni fiscali posizionati nei livelli di comando delle conglomerate multinazionali.

Ma difficilmente passa giorno in cui il Presidente della Commissione Europea, il braccio esecutivo dell’Unione Europea, non sia perseguitato dal suo passato come Primo ministro di un Granducato dal suo business accomodante. Prima della fine di questo mese, il Parlamento Europeo sta cercando di approvare un testo di un rapporto che denuncia tutte le sospette intese dell’autorità fiscale del Lussemburgo sottoscritte nel corso degli anni con multinazionali come Amazon e Fiat: stipule di accordi che servivano a ridurre le loro imposte sulle società fino quasi al nulla.

A seguito del rapporto conclusivo del Comitato Speciale del Parlamento in materia di Regolamenti fiscali, tuttavia, non si prevede di assegnare la colpa politica verso quella che è stata ribattezzata la vicenda LuxLeaks. La ragione di ciò è che, oltre al Consiglio Europeo, il corpo potente che include i leader degli Stati membri dell’UE, la Commissione di Juncker ha sempre ripetutamente rifiutato di fornire ai membri del parlamento l’accesso ai file importanti, comprese le trascrizioni delle riunioni riservate degli esperti dei Ministeri delle finanze dei 28 Stati membri, che abitualmente indagavano sulle norme fiscali comunitarie per le grandi aziende.

I giornalisti dello SPIEGEL furono in grado di visualizzare le diverse centinaia di pagine di questi e altri documenti dall’European Council’s Code of Conduct Group (Business Taxation) e del Gruppo di lavoro del Consiglio Europeo sulle questioni fiscali. Il tutto, dimostra quanto le parole rispetto alle azioni notevolmente divergano quando si tratta di politiche fiscali europee: soprattutto per quanto riguarda la lunga permanenza [al governo] del leader del Lussemburgo, il quale è stato anche una figura chiave nelle politiche finanziarie europee per anni.

Privilegi fiscali di capitale importanza

Nei discorsi e nelle interviste, Juncker ha sempre sostenuto che il Lussemburgo in nessun modo si è arricchito “alle spese dei paesi vicini“, e soprattutto non incentivò l’evasione fiscale. Sennonché, nella quotidiana vita politica, il popolo di Juncker si batté per quel preciso tipo di vantaggio verso le imprese che il  loro capo pomposamente sta denunciando.

Al fine d’attrarre quanto più denaro possibile dalle imprese nel paese [Lux], i suoi funzionari s’ingegnarono nel creare modelli fiscali intesi come “strumenti finanziari ibridi” e, in particolare, i cosiddetti “patent boxes[1]“, che vennero introdotti [dalla UE] al fine di stimolare il progresso tecnologico. Gli esperti di politica finanziaria in Belgio, nei Paesi Bassi e in Lussemburgo trasformano i vantaggi fiscali in uno strumento che permise alle corporation di convogliare gli utili derivati dai brevetti o dalle licenze alle loro controllate nel Benelux, con lo scopo di pagare meno tasse. Sfruttando questo sistema, le controllate nazionali di grandi imprese locate in paesi con alti tassi d’imposta sulle società avrebbero pagato in gran quantità le imposte relative alle licenze di brevetto alle filiali in paesi la cui l’estrazione fiscale era più bassa. Il sistema garantì che il denaro ottenuto venisse pompato nelle casse del governo dei paesi del Benelux, ma contemporaneamente mise in una posizione di svantaggio gli altri paesi dell’Unione Europea, oltre [al danno procurato] alla maggior parte delle aziende di piccole e medie dimensioni, per le quali tale trattamento preferenziale non sarebbe stato neppure immaginabile.

I rappresentanti degli altri Stati membri della UE sapevano molto bene cosa stava succedendo. Il rappresentante tedesco nel Working Group on Tax Questions, per esempio, inviò un messaggio a Berlino nel marzo 2013, nel quale fece presente che ci furono ripetuti “dubbi sulla innocuità” di alcuni modelli fiscali, “i quali avevano per lo più a che fare con le autorizzazioni relative alle regole dei patent-box di LUX e NDL“, le sigle sono i riferimenti per il Lussemburgo e i Paesi Bassi. Ma nulla è stato fatto per anni. Ogni volta che il Working Group on Tax Questions proponeva modifiche, il Lussemburgo, il Belgio e i Paesi Bassi le respingevano con successo. Non c’è da meravigliarsi, poiché i rappresentanti dei paesi del Benelux coordinavano regolarmente in anticipo le loro decisioni nei loro pre-meeting.

L’ostruzionismo e le altre tattiche

Lavorando in stretta collaborazione, il Lussemburgo e i Paesi Bassi hanno sempre rifiutato di rivelare informazioni sulle decisioni fiscali per le grandi aziende a partire dal 2010, addirittura per i quattro anni antecedenti allo scandalo LuxLeaks. Le nuove rivelazioni sono molto delicate. Non è solo il Presidente della Commissione Europea Juncker, il cui passato come il leader del paradiso fiscale lussemburghese lo sta perseguitando, ma anche un altro uomo importante al vertice delle istituzioni europee che ora deve rispondere ad alcune domande scomode: il Ministro delle Finanze olandese Jeroen Dijsselbloem. Persino dopo la sua ascesa alla sua attuale posizione di capo dell’Eurogruppo, il suo paese continuò nel bloccare ogni richiesta di cambiamento.

Il quarantacinquenne Sven Giegold, ha passato anni cercando di far luce sul buio della modalità d’imposizione fiscale sulle imprese della UE. Come membro del Parlamento Europeo, nel partito dei Verdi, è abituato alla resistenza. Ma ciò che ha vissuto quando chiese di accedere per consultare le trascrizioni dai gruppi fiscali segreti fu del tutto per lui una nuova esperienza.

In primo luogo, il Consiglio Europeo fece ostruzionismo e quindi la Commissione Europea consegnò i documenti ove alcune delle sezioni importanti erano state corrette. Nonostante tutti i passaggi oscurati, a Giegold fu proibito di portare il suo cellulare in camera in uno degli edifici della Commissione a Bruxelles dove gli fu permesso di visualizzare alcuni dei documenti. I funzionari gli consentirono di prendere appunti con carta e penna, ma non gli permisero di  portarli via quando lasciò l’edificio.

I documenti visti dallo SPIEGEL rivelano ciò che le agenzie della UE avevano a lungo negato: in realtà un imbroglio su vasta scala con l’aiuto della legge fiscale. I documenti interni della UE mostrano come le aziende approfittarono dei patent-box per sottoscrivere semplicemente le loro licenze, i copyright, i brevetti o i diritti di marketing verso le loro filiali in Lussemburgo e L’Aia, permettendo loro d’incassare un “tesoro” di contratti fiscali per le imprese di quei paesi. Non importava se la ricerca avesse effettivamente avuto luogo in quelle nazioni, o in altre.

Quasi Zero Tasse

Le conseguenze furono che anche per i profitti nell’ordine di miliardi, l’imposta era vicino allo zero, come mostra una lista compilata dagli esperti europei. Il Belgio, che introdusse i patent-box nel 2007, l’aliquota dell’imposta sulle società decadde dal 33.99 % al 6,80%. In Lussemburgo, è sprofondata dal 29.22 % al 5,84 %.

Un’altra conseguenza fu che il trucco del patent-box incoraggiò le società a riciclare gli utili guadagnati in altri paesi attraverso il Lussemburgo e i Paesi Bassi, uno sviluppo che non sfuggì all’attenzione del gruppo di lavoro. “Laddove le basse aliquote fiscali sembrano influenzare il posto dove vengono registrati i brevetti,” si dice in un documento cartaceo della Commissione, non vi è alcuna prova che esse influenzino “la localizzazione delle attività di ricerca e sviluppo.”

Ma a quel dato di fatto non è mai stato dato seguito. Sebbene la maggior parte rappresentanti di Germania, Francia, Italia, Austria e Portogallo fossero critici riguardo al modello del patent-box, il Lussemburgo ebbe poco di cui preoccuparsi. Anche se l’istituzione preposta avesse raggiunto la conclusione secondo cui il regime fiscale del Lussemburgo era “potenzialmente dannoso” per i suoi vicini, i paesi del Benelux erano facilmente in grado di bloccare la risoluzione correlata. “NDL, LUX e BEL (Belgio) complessivamente s’opposero decisamente ad un’ulteriore discussione su questo argomento“, il frustrato membro del gruppo tedesco inviò un cablogramma a Berlino dopo la riunione dell’aprile 2012: “non siamo stati in grado di raggiungere un accordo.

Quando si tratta di questioni fiscali europee, non molto può essere fatto senza il consenso, una realtà che vale anche per il Code of Conduct Group. Il gruppo si riunisce da quattro a sei volte l’anno dal 1998 e per almeno l’ultimo mezzo decennio, nessun problema è stato così polemicamente discusso come quello relativo al patent-box. Ma nulla è stato fatto. Nell’Unione Europea, il codice degli adempimenti fiscali non è trattato diversamente dai limiti di età per i filmati del cinema: ed è in gran parte su base volontaria.

Unendo le forze

Questa era la situazione nel mese di marzo 2013, quando gli esperti fiscali s’incontrarono per discutere sui possibili futuri orientamenti per affrontare le problematiche inerenti le pratiche fiscali. “Una tassazione può essere dannosa”, si legge in una dichiarazione preparata prima della riunione,se la sua intenzione non è quella di servire gli obiettivi economici di uno Stato membro, per esempio quello di stimolare l’economia o l’innovazione.” E’ davvero una bella frase banale: gli sgravi fiscali hanno senso solo quando il paese offre loro anche benefici.

Ma i paesi del Benelux capirono immediatamente che la condanna prese direttamente di mira i loro patent-box e come al solito unirono le forze nel tentativo di farla rimuovere. Sarebbe meglio, chiesero, se il ​​Codice di Condotta del Gruppo non fosse più focalizzato sulle pratiche dannose che erano già state attuate. “BEL, NDL, LUX chiesero che alcune non ancora valutate, come regimi, potenzialmente dannosi potessero essere giudicate solo attraverso una revisione formale“, il membro del gruppo tedesco riferì a Berlino: questo è come permettere ai criminali di decidere come e quando i loro delitti cadano in prescrizione.

Dijisselbloem

Il momento dell’incontro fu delicato per un altro motivo: nel marzo 2013, Dijsselbloem non era più solo il Ministro delle Finanze dei Paesi Bassi. In quel momento, era già stato nominato capo dell’Eurogruppo, il gruppo di ministri delle finanze dell’UE che coordina la politica fiscale e la finanza con gli Stati membri della moneta comune. E’ l’Eurogruppo l’istituzione che incoraggia a prendere decisioni importanti sui  pacchetti di aiuti per la Grecia e altri Stati membri della zona euro. Ma quando si trattò dei patent-box, i Paesi Bassi non erano innanzitutto preoccupati per l’integrità della moneta comune, bensì per i propri interessi nazionali che vennero posti in primo piano. Infatti, ciò può essere riassunto dalla risposta olandese alla proposta di compromesso presentata dalla Germania e dal Regno Unito. Sebbene il tentativo d’accordo sia stato approvato dagli esperti fiscali dell’OCSE, i Paesi Bassi formularono una “riserva di natura politica“. Il resto del gruppo deliberò che le modifiche alle esistenti linee guida dei patent-boxdovessero essere introdotte entro la metà del 2015.”

Stallo tattico

Finora, però, quasi nulla è accaduto. Il Lussemburgo ha proseguito i suoi sforzi per bloccare le eventuali modifiche. Dopo che gli esperti provenienti da tutti gli Stati membri, e a seguito di anni di dibattito, costoro finalmente riuscirono a giungere a una valutazione cautamente critica sul modello fiscale di sconto, ma il “LUX chiese una valutazione scritta dai servizi giuridici del Consiglio“. Un diplomatico tedesco presso la UE scrisse nel giugno 2014: la mossa era chiaramente una tattica di stallo.

La situazione non è cambiata per anni. Ma il presidente della Commissione Juncker agisce come se gli sforzi d’ostruzione dei suoi connazionali negli organi decisionali europei non abbiano nulla a che fare con lui. Al contrario: il politico conservatore proclama sobriamente l’innocenza del suo paese. “Non ho creato un sistema d’evasione fiscale in Lussemburgo che danneggia gli altri paesi europei“. Egli, recentemente nel corso di una seduta della Commissione del Parlamento Europeo che investiga sulle pratiche fiscali lussemburghesi, affermò che: “non esiste un sistema Juncker.”

Eppure, è strano che il Presidente della Commissione sottolinei con un tono molto diverso rispetto a quando lodò il successo delle sue politiche fiscali a casa sua, come fece in un discorso al parlamento del Lussemburgo nel mese di ottobre del 2005. Il fatto che il Lussemburgo sia stato in grado di attrarre grandi aziende come AOL e Amazon per il paese è stato molto importante, disse, grazie al “contesto fiscale vantaggioso” che “abbiamo costruito qui in Lussemburgo nel corso degli anni e decenni.” Un anno prima, affermò chiaramente in un’intervista che questi successi non accaddero semplicemente perché “caduti dal cielo“, ma furono il risultato di un duro lavoro. “AOL  fu il risultato di più di 200 ore di trattative“, osservò Juncker. In risposta a una osservazione critica sul fatto che AOL contribuisse solo per il gettito fiscale senza portare lavoro egli rispose che: “l’uno per cento del prodotto nazionale lordo, sotto forma di tasse lo prendo, anche senza lavoro.”

I partner di Juncker – quelli che sono del mondo degli affari, non gli altri rappresentanti dei governi europei – sono stati altrettanto esuberanti. I consulenti generalmente molto compiti di Ernst & Young, per esempio, con entusiasmo consigliarono il modello Lussemburgo agli investitori provenienti dalla Russia e dagli Stati Uniti. Il paese dispone di “funzionari comprensivi“, inoltre costoro  elogiarono una “squadra di governo che è coinvolta in uno  stretto rapporto con le aziende.

Comportarsi come un ‘Business Partner’

A dire il vero, finora non vi è alcuna prova che Juncker promise sgravi fiscali alle singole imprese. Egli disse al Comitato del Parlamento Europeo di non aver mai incontrato personalmente le società di consulenza. Questo può essere vero. Ma l’ex responsabile delle questioni fiscali di Amazon, lo scorso dicembre, testimoniò che Juncker negli incontri personali tra i due, si era offerto di aiutare la nota impresa di online commerce per la creazione di una residenza fiscale in Lussemburgo. Egli disse che il governo lussemburghese si sarebbe comportato come un “business partner“.

La credibilità di Juncker è stato scossa, in parte perché le accuse non riguardano solo il diritto tributario. Lo chiamano in causa anche per l’immagine che Juncker da anni ritrae di se stesso, di ciò che è il  modello europeo. Ora, egli è accusato di essere l’artefice di un modello di business che si basa sul principio estremamente non europeo di diritto fiscale, ossia di deviare i flussi dai paesi vicini verso le casse del Lussemburgo. In quanto Presidente della Commissione, esige quasi ogni giorno la solidarietà della UE quando si parla di crisi dei rifugiati. Ma come fa a essere credibile dopo anni di promozione di politiche che possono essere descritte con precisione con il termine “dumping fiscale?

La domanda per quanto riguarda la responsabilità deve essere riesaminata“, dice il rappresentante dei Verdi Giegold. “La Commissione speciale del Parlamento Europeo deve continuare le sue indagini.” Il Comitato prevede di concludere i suoi lavori alla fine di novembre, in conformità con i desideri dei potenti alleati di Juncker, come il conservatore Manfred Weber, Capo del gruppo del Partito Popolare Europeo del Parlamento europeo, e il Presidente del Parlamento Martin Schulz, un socialdemocratico. Ora, però, la pressione per continuare l’inchiesta è in crescita.

In Lussemburgo, nel frattempo, i successori di Juncker stanno facendo quello che possono per assolvere il paese dalla sua immagine di paradiso fiscale. Di recente, il governo lussemburghese ha aperto un grande campus universitario nella capitale per consentire finalmente alle aziende di fare ciò che esse hanno a lungo sostenuto di voler fare: eseguire ricerche.

 

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[1]http://progesa.com/patent-box/?gclid=CjwKEAiApYGyBRC-g_jIstuduV8SJABCEzhZTFscfdJtX8-gFnYBoraflDMrgjrk9mBPWQ7pNf_x_BoCJjDw_wcB

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