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Angus Deaton, il Nobel alla “povertà”

17 ottobre 2015

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Sinceramente non conosco molto bene i lavori di Angus Deaton, a parte qualche saggio che lessi tempo fa, tra cui uno brillante sulla “Teoria del ciclo vitale e del Consumo” in onore al nostro Franco Modigliani, che apprezzai sia per l’esaustività sia per la chiarezza espositiva. Sono a conoscenza che l’economista d’origine scozzese – da cui si evince la sua origine dal nome di battesimo Angus – è considerato uno dei maggiori esperti, se non il massimo, riguardo agli studi sulla Teoria della Povertà e del Sottosviluppo. Del resto, Deaton nacque in una famiglia molto umile e riuscì ad accedere a Cambridge grazie al suo precoce genio che gli permise di vincere una “scolarship” (borsa di studio). Oggi, Angus Deaton insegna a Princeton, ed è un collega assai apprezzato da Paul Krugman. L’articolo successivo, pubblicato sul sito di Social Europe, è uno stringato concentrato del pensiero del neo-Nobel scozzese sull’annosa questione della povertà e del sottosviluppo. Il testo vi sorprenderà.

Weak States, Poor Countries

by Angus Deaton on 13 October 2015

In Scozia, sono stato educato a pensare i poliziotti come alleati e per chiedere loro un aiuto quando ne avevo bisogno. Immaginate la mia sorpresa quando, a 19 anni durante la mia prima visita negli Stati Uniti, venni investito da un fiume di oscenità da un poliziotto di New York City che dirigeva il traffico in Times Square dopo che gli ebbi chiesto indicazioni per saper dove si trovasse l’ufficio postale più vicino. Nella mia successiva confusione, imbucai i documenti urgenti del mio datore di lavoro in un cestino per rifiuti che, a me, pareva che assomigliasse molto a una cassetta postale.

Gli europei tendono ad avere un rapporto più positivo verso le funzioni dei loro governi più di quanto lo facciano gli americani, per i quali l’impopolarità e i fallimenti delle loro [istituzioni] federali, statali, e dei politici locali sono considerati un luogo comune. Eppure, numerose istituzioni governative americane raccolgono tributi  e, in cambio, forniscono servizi, senza i quali [i cittadini] non potrebbero facilmente vivere la loro vita.

Gli americani, come molti cittadini dei paesi ricchi, danno per scontato il sistema giuridico e normativo, le scuole pubbliche, l’assistenza sanitaria, la sicurezza sociale per gli anziani, le strade, la difesa, la diplomazia, nonché gli ingenti investimenti da parte dello Stato nel campo della ricerca, in particolare nel settore della medicina. Certo, non tutti questi servizi sono buoni come dovrebbero essere, né sono tenuti in pari considerazione da tutti; ma la maggior parte delle persone pagano le tasse, e se il modo in cui il denaro viene speso infastidisse qualcuno, un vivace dibattito pubblico ne consegue e regolari elezioni permettono alle persone di cambiarne le priorità.

Tutto questo è così ovvio che non è nemmeno il caso di dirlo, almeno per coloro che vivono nei paesi ricchi con efficaci governi. Ma la maggior parte della popolazione mondiale non si trova in queste condizioni.

Nella gran parte dell’Africa e dell’Asia, gli Stati mancano della capacità di riscuotere le tasse o di fornire servizi. Il contratto tra governo e governati – imperfetto nei paesi ricchi – è spesso del tutto assente nei paesi poveri. Il poliziotto di New York fu poco più che maleducato (e indaffarato nel fornire un servizio); in gran parte del mondo, la polizia preda le persone che dovrebbero proteggere, angariandole con richieste di denaro o perseguitandole per conto di potenti protettori.

Anche in un paese a medio reddito come l’India, le case di cura, le scuole pubbliche devono affrontare un (impunito) massivo assenteismo. I medici privati ​​danno alla gente quello che (pensano) di volere – iniezioni, flebo e antibiotici – ma tali servizi non sono regolati dallo Stato, e molti dottori sono del tutto incompetenti.

In tutto il mondo in via di sviluppo, i bambini muoiono perché sono nati nel posto sbagliato e non per colpa di malattie esotiche o incurabili, ma a causa di banali patologie infantili che abbiamo conosciuto come trattarle da quasi un secolo. Senza uno Stato che sia in grado di fornire procedure per la cura della salute materna e infantile, questi bambini continueranno a morire.

Allo stesso modo, senza la capacità del governo, regole e imposizioni non vengono applicate correttamente, per cui le aziende si trovano in difficoltà a operare. Senza un corretto funzionamento del tribunale civile, non vi è alcuna garanzia che innovativi imprenditori possano rivendicare i frutti delle loro idee.

L’assenza della capacità [operativa] dello Stato – cioè, dei servizi e delle protezioni cui le persone dei paesi ricchi danno per scontato – è una delle principali cause di povertà e di privazione in tutto il mondo. Senza uno Stato efficace che operi con l’ausilio di cittadini attivi e coinvolti, ci sono poche possibilità per crescere, che è [la condizione] necessaria per abolire la povertà globale.

Purtroppo, i ricchi paesi del mondo attualmente stanno facendo peggiorare le cose. Gli aiuti esteri – i trasferimenti da paesi ricchi ai paesi poveri – hanno la loro importanza, in particolare per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, senza la quale molte delle persone, oggi viventi, diversamente sarebbero morte. Ma gli aiuti esteri minano anche lo sviluppo della capacità dello Stato in quei luoghi.

Ciò è più evidente nei paesi – soprattutto in Africa – verso i quali il governo riceve aiuti in modo diretto, i cui flussi sono grandi rispetto alla spesa fiscale (spesso più della metà del totale). Tali governi non necessitano di un contratto istituzionale con i loro cittadini, di nessun parlamento, e sono privi di un sistema esattoriale. Se sono responsabili nei confronto di qualcuno, è solo verso i donatori; ma anche questo non funziona, in pratica, perché i donatori, pressati dai propri cittadini (che giustamente vogliono aiutare i poveri), sono obbligati a sborsare denaro così come i governi dei paesi poveri hanno bisogno di riceverne, se non di più.

Che dire quando si bypassano i governi e si danno gli aiuti direttamente ai poveri? Certo, gli effetti immediati sono suscettibili ad essere migliori, soprattutto nei paesi in cui pochi degli aiuti dati da governo a governo realmente raggiungono i poveri. Sorprendentemente, basterebbe un piccola somma di denaro – circa 15 centesimi di dollaro al giorno da ogni adulto che risiede nella parte ricca del mondo – per portare tutti almeno fino a raggiungere il livello di povertà che è di un dollaro al giorno.

Tuttavia, questa non è una soluzione. I poveri hanno bisogno di un governo che li guidi verso una vita migliore; relegando le istituzioni governative [locali] fuori dal giro le cose potrebbero migliorare nel breve periodo, ma ciò lascerebbe irrisolto il problema di fondo. I paesi poveri non possono far conto per sempre sulla gestione dall’estero dei propri servizi sanitari. Gli aiuti minano ciò che le persone povere hanno più bisogno: un governo efficace che funzioni insieme a loro per l’oggi e per il domani.

Una cosa che possiamo fare è quella di allarmare i nostri governi affinché smettano di fare quelle cose che rendano più difficile per i paesi poveri smettere di essere poveri. Ridurre gli aiuti è una di queste, ma lo è anche limitare il traffico di armi. Si migliorino le politiche commerciali e di finanziamento da parte dei paesi ricchi; si fornisca consulenza tecnica che non sia legata ai semplici aiuti, bensì allo sviluppo di farmaci più efficaci per quelle malattie che non colpiscono le persone benestanti. Noi non possiamo aiutare i poveri, facendo in modo che i loro già deboli governi diventino ancora più deboli.

http://www.socialeurope.eu/2015/10/weak-states-poor-countries/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

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