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Chi l’ha fatta l’aspetti: il caso USA versus Germania

3 ottobre 2015

Volkswagen DSNon ho mai pensato che nel quadro delle relazioni economiche internazionali vi sia un “grande manovratore” che ordisca trame oscure a svantaggio di altri. Tuttavia, il caso Volskwagen, che erompe a seguito di una serie di comportamenti arroganti da parte dell’establishment economico e politico tedesco, i cui effetti hanno più volte innervosito l’esecutivo americano, fa sorgere qualche dubbio sul fatto che tale “inciampo” non sia stato solo una semplice coincidenza. Sarebbe veramente ingenuo pensare che le autorità degli Stati Uniti non conoscessero da tempo il “mal funzionamento” dei motori della casa di Wolfsburg e quindi che la US Environmental Protection Agency (EPA), “sollecitata” dall’ICCT  (International Council on Clean Trasportation)una ONG ecologista internazionale super specializzata, abbia disvelato per puro caso l’orripilante inganno. Sul piano delle relazioni economiche gli americani non hanno mai nascosto la propria insofferenza per l’ostinazione tedesca a sostegno di una politica d’austerity europea che, a parer loro, continuerebbe a non favorire la completa ripresa mondiale, nonché quella stelle e strisce; inoltre da tempo sono in ballo i colloqui relativi al trattato di libero scambio USA/UE , il quale non decolla per le continue puntigliosità tedesche (ma non solo). Sul piano del business internazionale il colosso americano General Electric (GE) si è molto lamentato per la politica spregiudicata della Siemens in Cina; non parliamo poi della figura barbina fatta della Deutsche Bank (multa di 2,5  miliardi di $ per lo scandalo LIBOR). Ma ciò che forse irritò maggiormente Washington sono alcune decisioni assunte dal governo tedesco sul piano politico. Considerata la bulimia affaristica di tipo espansionistico di una Germania tesa a primeggiare a tutti costi nella classifica del surplus mondiale non è affatto escluso che alcuni segmenti del potere economico tedesco, con altolocate complicità, abbiano concorso ad accendere il “pagliericcio” ucraino facendo scatenare in questo modo l’ira della Russia per poi, impauriti dalla reazione di Putin, correre a rifugiarsi sotto l’ala protettiva americana sancita con il fragile compromesso di Minsk. Non dobbiamo mai dimenticarci che gli statunitensi, nonostante le reciproche fin stucchevoli dichiarazioni di fraterna alleanza con la Germania, non smisero mai di “sorvegliare” nascostamente le mosse del governo di Berlino e persino il cellulare della Cancelliera Merkel (vedi scandalo delle intercettazioni). Sennonché, a mio modesto giudizio, ciò che ha fatto traboccare l’acqua dal vaso fu il l’umiliante trattamento dei tedeschi inferto ai greci. Ho sempre ritenuto che il rapporto che lega tuttora Yanis Varoufakis con il potente Larry Summers e l’influente James Kenneth Galbraith non sia solo il cenacolo privato composto da tre illustri economisti, bensì un filo rosso di una diplomazia parallela che si dipana da Piazza Sintagma alla White House. Wolfgang Schäuble con la sua improvvida arroganza non solo mortificò una Grecia strategicamente importante per gli USA nel Mediterraneo orientale a discapito di un sempre più infido e ambiguo Erdogan, ma facendo ciò lo scontroso ministro delle finanze tedesco, forse, inconsapevolmente offese pure gli americani che, sebbene non in maniera diretta, parteggiarono per una soluzione più clemente per gli elleni (vedi la discussione sulla riduzione del debito). Oggi, con la stessa “inconsapevolezza”, gli USA colpiscono il cuore pulsante della pregiata industria manifatturiera tedesca che, secondo la BBC, deve necessariamente promuovere un cospicuo aumento di capitale per non rischiare di portare i libri in tribunale. C’è un vecchio detto che tutti noi conosciamo: chi l’ha fatta l’aspetti. Non basta il tardivo ripensamento del Der Spiegel.

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Time for German Industry to Abandon Its Arrogance

 E’ tempo per l’industria tedesca di abbandonare la sua arroganza

Un commento di Armin Mahler

L’arroganza e la compiacenza sono diffusi nell’industria tedesca, da cui la Volkswagen è diventata solo l’esempio più recente. Affinché l’economia della Germania rimanga in buona salute, sono necessari  dei cambiamenti fondamentali.

Il miglior commento sullo scandalo Volkswagen è stato fatto per gentile concessione dall’ex CEO Martin Winterkorn, ben prima che la settimana scorsa rassegnasse le dimissioni. Egli affermò che “l’arroganza e la compiacenza sono le cose peggiori che a noi potrebbero accadere“. La citazione non viene tratta dal suo recente messaggio video, dove tentò di scusarsi per l’auto-distruzione della società. Piuttosto, è riportata da un’intervista rilasciata esattamente un anno fa allo Spiegel. Martin Winterkorn intendeva semplicemente descriverla come un pericolo ipotetico. Non era ancora al corrente che il peggio fosse già avvenuto da tempo.

Tra i capitani d’industria della Germania è molto diffusa una credenza inerente la loro invincibilità. Quando si tratta di raggiungere gli obiettivi preventivamente impostati per se stessi, essi ricorrono a qualsiasi mezzo necessario [per soddisfarli]. Nel caso della Volkswagen, fu evidenziata la volontà di superare la Toyota come la più grande casa automobilistica del mondo. Nel caso di Deutsche Bank, la causa fu d’addebitare alla sua bulimica finalità di ottenere un ritorno del 25 % del proprio capitale azionario. Il perseguimento di questo obiettivo l’ha resa colpevole di quasi tutte quelle trasgressioni del settore finanziario che alla fine generarono la crisi. In seguito, la banca cercò di cambiare radicalmente la sua cultura aziendale, una mutazione che però fallì miseramente. Oggi, la Deutsche Bank non è che l’ombra di sé stessa.

La Volkswagen è ora di fronte a un destino simile: un duro colpo per l’intera economia tedesca da cui servirà tempo per recuperare. Negli ultimi anni l’industria tedesca ha già perso molto del suo splendore, sebbene ciò è passato in gran parte inosservato dal grande pubblico, e sole poche grandi aziende stanno ancora “giocando nei grandi campionati”. Lufthansa sta faticando per resistere all’assalto da parte delle compagnie a basso costo, mentre i giganti energetici E.on e RWE stanno lottando per la loro stessa sopravvivenza.

Ogni caso è diverso in sé, ma ci sono alcune somiglianze, come ad esempio l’incapacità di adattarsi a condizioni mutevoli e all’assenza d’attenzione verso le dinamiche politiche e sociali. RWE e E.on rifiutarono di accettare la diminuzione del sostegno da parte della pubblica opinione verso l’energia nucleare, e in base a ciò investirono troppo poco nelle fonti rinnovabili, appuntando invece le loro speranze sul sostegno politico. La Volkswagen rispose al varo di  più stringenti standard d’emissioni gassose barando sulle verifiche invece di sviluppare motori a basse emissioni. Inoltre, i lobbisti dell’industria fecero in modo che i requisiti legali non fossero troppo severi.

I giganti dell’energia la fecero franca fino a quando la Cancelliera Merkel improvvisamente decise di allontanarsi dal nucleare verso le fonti rinnovabili a seguito del disastro di Fukushima. La sveglia per le case automobilistiche sta arrivando solo ora perché la US Environmental Protection Agency (EPA) ha rivelato l’inganno della Volkswagen.

C’è solo una possibile lezione da trarre: queste aziende devono affrontare la realtà. Esse devono abbandonare la loro idea sbagliata che la realtà può essere modellata in base alle loro esigenze. Gli intrallazzi con i politici, con cui sono abituati a intrattenersi, devono cessare. Questo significa anche: che devono dare un addio alla loro arroganza.

I rivali guadagnando terreno

Il tutto può apparire ingenuo? Forse. Ma è l’unica soluzione. Non è un caso, anzi è altamente simbolico che nella stessa settimana in cui è scoppiato lo scandalo Volkswagen anche l’Apple abbia guadagnato i titoli di testa sui giornali. Secondo il The Wall Street Journal, la società con sede in California, ha in programma di lanciare la propria auto entro il 2019. Inoltre, Google sta sviluppando un auto senza conducente. Il produttore automobilistico statunitense Tesla ha già dimostrato quanto un nuovo arrivato può compromettere un mercato.

Questi rivali americani  godono di fondi pressoché infiniti – forse  ancora più importante – [posseggono] il software e il know-how. Più di ogni altra cosa, l’automobile del futuro sarà un computer su quattro ruote. Sarà l’industria automobilistica tedesca ancora in grado di giocare un ruolo di primo piano nel mercato di domani? O sarà ridotta a fornire le principali società di Internet? Questa domanda fu formulata ancora prima del fiasco Volkswagen, e la risposta, allo stato attuale, è più incerta che mai.

Come faranno i produttori tedeschi a sopravvivere alla concorrenza quando ora vi sono seri dubbi sia sulle loro competenze di base sia sull’affidabilità della ingegneria tedesca, che a loro piace strombazzare all’estero. Che la loro attendibilità si sia evaporata e la reputazione rovinata non danneggerà solo la Volkswagen [é evidente], ma ciò farà pagare il suo pedaggio su tutto il settore e in realtà  su tutta l’industria tedesca.

Sarà anche il grande pubblico a pagarne il pedaggio, la cui identità è così strettamente legata alla forza dell’economia e la solidità dei prodotti manufatti in Germania. I tedeschi non si considerano come una nazione d’ingannatori. Altri potrebbero esserlo, primi fra tutti i Greci – secondo  l’opinione popolare – su cui i tedeschi piace guardarli con superiorità.

Anche lì, però: è ora di dire addio all’arroganza.

http://www.spiegel.de/international/business/vw-scandal-shows-german-companies-are-no-longer-big-league-a-1055098.html

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