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Slavoj Žižek: Syriza, la Grecia e il suo impredicibile futuro

22 agosto 2015

zizekDal momento in cui Alexis Tsipras firmò l’accordo con la UE a Bruxelles, gli intellettuali di sinistra europei si sono divisi: alcuni hanno sostenuto che il leader di Syriza abbia tradito il messaggio referendario; altri invece sono concordi nell’affermare che grazie all’accettazione delle condizioni imposte, la Grecia finalmente può avviarsi verso un superamento dell’impasse economico. Il commento di Slavoj Žižek, il noto filosofo lacaniano https://it.wikipedia.org/wiki/Slavoj_%C5%BDi%C5%BEek , comparso sulle pagine del settimanale britannico di fede labourista, New Statesman, è molto più articolato, sebbene riconosca a Tsipras di aver agito con coraggio e con lucido realismo. L’intellettuale sloveno si rifà alla teoria dell’impredicibilità degli effetti causati da un evento (Badiou), che in questo caso, sinceramente, a me appare la più pertinente.

Slavoj Žižek: Thanks to the EU’s villainy, Greece is now under financial occupation

A response to some of my critics.

by Slavoj Zizek [2] Published 17 August, 2015

10155066_10152314326739645_666304716_nQuando nel mio breve saggio sulla Grecia dopo il referendum “Il coraggio della disperazione[1] venne ripubblicato da “In These Times”, il suo titolo fu cambiato in “Come Alexis Tsipras e Syriza superò in astuzia Angela Merkel e gli eurocrati“. Benché, in effetti penso che accettando i termini della UE non sia stata una semplice sconfitta, io sono lontano da un tale punto di vista così ottimista. L’inversione del NO al referendum per il SI di Bruxelles fu una vera e propria scossa devastante, una catastrofe dolorosa e sconvolgente. Più precisamente, si trattò  di un’apocalisse in entrambi le accezioni del termine, quella usuale (catastrofe) e quella originaria letterale (divulgazione, rivelazione): l’antagonismo di base, lo stallo di una situazione fu chiaramente messo in luce.

Molti commentatori di sinistra (Habermas incluso) sbagliano quando leggono il conflitto tra l’Unione Europea e la Grecia come il conflitto tra tecnocrazia e politica: il trattamento della Grecia da parete della UE non è tecnocratico ma politico allo stato puro. Una politica che va persino contro gli interessi economici (come è stato chiaramente indicato dal FMI, un vero rappresentante dell’algida razionalità economica, che dichiarò il piano di salvataggio come impraticabile). Semmai, fu la Grecia che stava dalla parte della razionalità economica, mentre la UE perorava per una passione politico-ideologica. Dopo che la borsa e le  banche greche riaprirono, ci fu una enorme fuga di capitali e la caduta delle quotazioni, che non fu principalmente un segno di sfiducia nei confronti del governo Syriza, bensì una diffidenza nelle misure imposte dalla UE: un chiaro messaggio brutale che (come siamo abituati a mettere in termini animistici) il capitale di oggi non crede nel piano di salvataggio della UE. (e, per inciso, la maggior parte dei soldi erogati alla Grecia va alle banche private occidentali, il che significa che la Germania e le altre superpotenze europee stanno spendendo i soldi dei contribuenti per salvare le proprie banche che fecero l’errore di concedere prestiti in sofferenza. Per non parlare del fatto che la Germania beneficiò enormemente dalla fuga dei capitali ellenici dalla Grecia alla Germania.)

Quando Varoufakis giustificò il suo voto contro le misure imposte da Bruxelles, le paragonò a quelle dell’ingiusto trattato di Versailles che fu foriero di una nuova guerra. Anche se il suo parallelo è corretto, io preferirei confrontarlo con il trattato di Brest-Litovsk tra la Russia sovietica e la Germania all’inizio del 1918, in cui, per la costernazione di molti dei suoi partigiani, il governo bolscevico cedette alle oltraggiose richieste della Germania: è vero, [i russi] si ritirarono, ma questo diede loro un attimo di respiro per fortificare il loro potere e aspettare. Lo stesso vale per la Grecia di oggi: non siamo alla fine, il ritiro greco non è l’ultima parola per il semplice motivo che la crisi colpirà di nuovo, in un paio di anni, se non prima, e non solo in Grecia. Il compito del governo di Syriza è trovarsi pronto per quel momento, per occupare pazientemente le posizioni e pianificare le opzioni del caso. Mantenere il potere politico in queste impossibili condizioni fornisce comunque uno spazio minimo per preparare il terreno in vista d’azioni future e per rendere politicamente cosciente la cittadinanza.

Qui sta il paradosso della situazione: anche se il piano di salvataggio non funziona, non bisogna farsi saltare i nervi e uscire, ma seguirlo fino alla prossima esplosione. Perché? A causa dell’evidente non preparazione della Grecia per la Grexit. Non c’era nessun piano B che illustrasse come fare questa operazione molto difficile e complessa. Fino ad ora, il governo Syriza ha operato senza realmente avere il controllo dell’apparato statale con i suoi 2 milioni di dipendenti: la polizia e la magistratura sono per lo più appartenenti alla destra politica e l’amministrazione è parte integrante della corrotta macchina clientelare, ecc. Ed è proprio su questo vasto apparato statale che si dovrà contare, nel caso in cui si dovrà fare un gigantesco lavoro per la Grexit.  Dobbiamo anche tenere in mente che la Grexit era il piano del nemico (ci sono anche voci che Schauble abbia offerto 50 miliardi di € affinché la Grecia abbandonasse la zona euro). Ciò che fa del governo Syriza un elemento di disturbo sta proprio nel fatto che è il governo di un paese all’interno della zona euro[2]: ​​”la veemenza con la quale si è scagliata l’opposizione è dovuta proprio all’esistenza della Grecia nella zona euro. A chi interesserebbe, chi giungesse al potere in un piccolo paese con la dracma come moneta nazionale?

Quale spazio di manovra avrebbe il governo Syriza quando si ridurrebbe a emanare la politica del suo nemico? Dovrebbe dimettersi e indire nuove elezioni, piuttosto che mettere in atto una politica che contrasti direttamente il proprio programma? Tale mossa è fin troppo facile, è in ultima analisi, una nuova versione di quello che Hegel chiama “anima candida”. Come Etienne Balibar afferma[3], Syriza necessita più di tutto guadagnare tempo, mentre le potenze europee stanno facendo tutto il possibile per sottrarglielo: si cerca di spingere Syriza in un angolo, costringendola a una decisione veloce: o la capitolazione totale (step down) o la Grexit. Tempo per che cosa? Non solo per prepararsi per la prossima crisi. Dobbiamo sempre tenere a mente che il compito fondamentale del governo Syriza non prevede né l’uscita dall’euro né  regolare i conti con l’Unione Europea, ma, soprattutto, la riorganizzazione radicale della Grecia nel lungo termine delle istituzioni sociali e politiche corrotte[4]: ​​”l’eccezionale problema di Syriza – che non sarebbe stato affrontato da qualsiasi altro partito politico al governo – fu quello di modificare le strutture istituzionali interne in presenza di un’aggressione istituzionale esterna” (come la Germania stessa fece agli inizi del 1800 sotto l’occupazione francese).

Il problema che ora la Grecia sta affrontando è quello che attiene “il modo di governare della sinistra“:[5] la dura realtà di ciò che significa per la sinistra radicale governare nel mondo del capitale globale. Tra quali opzioni può scegliere il governo? Le ovvie candidature – la semplice social-democratizzazione, il socialismo di Stato, il ritiro dallo Stato e la dipendenza dai movimenti sociali – non sono ovviamente sufficienti. La vera novità del governo Syriza è che si tratta di un “evento”, un fatto nuovo in materia di governabilità: è la prima volta che una sinistra radicale occidentale (non il vecchio modello comunista) conquisti il potere statale. L’intera retorica, tanto amata dalla New Left, di agire a distanza dallo Stato, deve essere abbandonata: ci si deve eroicamente assumere la piena responsabilità per il benessere di tutto il popolo e lasciarsi alle spalle il “critico” atteggiamento di fondo della Sinistra, secondo cui necessiti trovare una perversa soddisfazione per fornire sofisticate spiegazioni del perché le cose dovettero prendere una strada sbagliata.

La scelta che il governo Syriza stava affrontando è una di quelle veramente difficili, che dovrebbe essere condotta con brutale pragmatismo, non è un’importante scelta di principio tra il vero agire e il tradimento opportunista. Le accuse rivolte al governo Syriza di “tradimento” sono fatte per evitare la vera grande domanda: come affrontare il capitale nella sua odierna struttura? Come governare, come amministrare uno Stato “con il popolo“? E’ fin troppo facile dire [6]che Syriza non è semplicemente un partito di governo, ma possiede le sue radici nella mobilitazione popolare e nei movimenti sociali: Syriza “è una composita, contraddittoria coalizione di sinistra di pensiero e di pratica internamente antagonista, molto dipendente dalla capacità dei variegati movimenti sociali, completamente decentralizzata e guidata dall’attivismo di reti di solidarietà in un ampio raggio d’azione attraverso le classiche linee di conflitto, tra cui la mobilitazione per la multiformità di genere e sessuale, le questioni relative all’immigrazione, i movimenti antiglobalizzazione, la difesa dei diritti civili  e umani, ecc.” Tuttavia, la domanda rimane: come questo affidamento sull’autorganizzazione popolare influenzerebbe la conduzione di un governo?

Nella sua “La Grecia è stata tradita”, Tariq Ali ha scritto[7]: “All’inizio del mese si festeggiava il  ‘No’ voto. Erano pronti a fare più sacrifici, a rischiare la vita al di fuori della zona euro. Syriza voltò le spalle nei loro confronti. Il giorno 12 Luglio 2015, quando Tsipras accettò le condizione poste dalla UE, diventerà un’infame data come quella del 21 aprile 1967. I carrarmati sono stati sostituiti dalle banche, come Varoufakis affermò dopo che fu nominato ministro delle finanze.” Considero questo parallelo tra il 2015 e il 1967 convincente, ma allo stesso tempo profondamente ingannevole. Sì, carrarmati fa rima con banche [thanks-banks], il che significa: la Grecia è de facto sotto un’occupazione finanziaria, con una sovranità fortemente ridotta, infatti tutte le proposte del governo devono essere approvate dalla “troika” prima di essere presentate al Parlamento, non solo per ciò che riguarda le decisioni finanziarie, ma anche i dati sono sotto il controllo estero (Varoufakis non ebbe accesso ai dati del suo ministero – ora è accusato di tradimento per aver tentato di farlo), e, per aggiungere la beffa al danno, nella misura in cui il governo democraticamente eletto obbedisce a queste regole, fornisce volontariamente una maschera democratica a questo dettame finanziario. (Quanto alle recenti accuse di tradimento contro Varoufakis, essi mostrano l’oscenità allo stato puro: mentre per quanto riguarda i miliardi scomparsi negli ultimi decenni, e le artificiose relazioni finanziarie redatte dallo Stato, l’unica persona incriminata fu il giornalista che rese noti i nomi dei proprietari dei conti bancari esteri illegali. Nonostante ciò, Varoufakis venne immediatamente accusato sulla base di ridicoli pretesti. Se c’è un eroe autentico in tutta la storia crisi greca, quello è proprio Varoufakis).

E’ il caso di rischiare la Grexit? Qui, stiamo affrontando la tentation événementielle, la tentazione evenemenziale – la tentazione, in una situazione difficile, per compiere il gesto folle, di fare l’impossibile, di correre il rischio e uscirne a qualunque costo, con la logica di fondo che “le cose non possono essere peggiori di quelle che sono già ora”. Il problema è che certamente le cose potrebbero rivelarsi più infauste, fino ad esplodere in una piena crisi sociale e umanitaria. La domanda chiave è: ci fu davvero una possibilità oggettiva in virtù di un proprio atto emancipatore di trarre dal NO referendario tutte le conseguenze politico-economiche? Quando Badiou parla di un Evento emancipatore, egli sottolinea sempre che un avvenimento non è un Evento di per sé – lo diventa solo con un effetto retroattivo, attraverso le sue conseguenze, mediante il duro e paziente “work of love” di coloro che combattono per questo, a cui praticano fedeltà. Quindi, si dovrebbe abbandonare (“decostruire”, perfino), il tema della contrapposizione tra il corso “normale” dei fatti e lo “stato di eccezione” caratterizzato dalla fedeltà a un Evento che interrompe il funzionamento “normale” delle cose. Nella routine giornaliera, la vita va solo avanti per inerzia, poiché noi siamo immersi nelle nostre preoccupazioni e nei nostri rituali quotidiani, Poi succede qualcosa, il cosiddetto “Risveglio Evenemenziale”, che è una versione laica del miracolo (un’insorgenza sociale emancipatrice, un incontro traumatico d’amore…); se optiamo per la lealtà a questo Evento, tutta la nostra vita cambia, noi siamo impegnati nel “work of love” e lo sforzo d’inscrivere l’Evento nella nostra realtà; ad un certo punto, poi, la sequenza evenemenziale si esaurisce e si ritorna al normale flusso delle cose … Ma cosa succede se il vero potere di un Evento deve essere misurato con precisione in funzione della sua scomparsa, cioè quando l’Evento si elimina con il suo effetto, oggettivandosi nella vita “normale”? Prendiamo un Evento socio-politico: che cosa ne resta delle sue conseguenze, quando la sua energia estatica è esaurita e le cose tornano alla “normalità” – come è differente questa “normalità” da quella pre-evenemenziale?

Quindi, tornando alla Grecia, è facile contare sul gesto eroico di promettere sangue, sudore e lacrime, continuando a ripetere il mantra che la politica autentica significa che non si dovrebbe rimanere entro i confini del possibile, bensì rischiare l’impossibile – ma ciò cosa implicherebbe nel caso della Grexit? In primo luogo, non dimentichiamo che il referendum non era né per [l’abbandono] dell’Euro (75% dei greci preferiscono rimanere in Euro), né tantomeno per andarsene o meno dall’Europa. La domanda era: “Vuoi che questa situazione continui o no?” Il che significa che il risultato può anche non essere letto come un segno che il popolo greco sia pronto a sopportare sacrifici e ulteriori sofferenze per affermare la propria sovranità. Il NO è stato un NO alla loro continua situazione, che era di austerità, povertà, ecc. E’ stata una richiesta per una vita migliore, non una disponibilità per una maggiore sofferenza e sacrificio. (In generale, il motivo di “disponibilità per immense sofferenze” è estremamente problematico.) In secondo luogo, nel caso della Grexit, lo Stato ellenico non sarebbe altro che costretto ad applicare una serie di misure (la nazionalizzazione delle banche, le tasse più alte, ecc.), che sono semplicemente un revival della vecchia politica economica dello Stato socialista basata sui criteri della sovranità nazionale? Nulla contro tale politica, ma funzionerebbe, tenendo conto delle condizioni specifiche della Grecia di oggi, con il suo apparato statale inefficiente e come parte di un’economia globale? Qui riporto i tre punti principali del piano anti-austerity ricavati dalla Piattaforma di Sinistra[8], che elenca una serie di misure “assolutamente gestibili”:

  1. La riorganizzazione radicale del sistema bancario, la sua nazionalizzazione sotto il controllo sociale e il suo ri-orientamento verso la crescita.
  2. Il rifiuto completo dell’austerità fiscale (avanzi primari e bilanci equilibrati) al fine di affrontare in modo efficace la crisi umanitaria, coprire i bisogni sociali, ricostruire lo stato sociale, e far sì che l’economia esca dal circolo vizioso della recessione.
  3. L’applicazione iniziali delle procedure che portino all’uscita dall’euro e alla cancellazione della maggior parte del debito. Ci sono scelte assolutamente gestibili, che possono portare ad un nuovo modello economico orientato verso la produzione, la crescita, e la variazione del bilancio sociale verso forze che vadano a beneficio della classe operaia e del popolo.

Più due ulteriori specifiche:

L’elaborazione di un piano di sviluppo basato sugli investimenti pubblici, che però possa permettere anche paralleli investimenti privati. La Grecia necessita di una nuova e produttiva relazione tra il settore pubblico e quello privato al fine d’avviare un percorso di sviluppo sostenibile. La realizzazione di questo progetto sarà possibile una volta che la liquidità verrà ristabilita e congiunta con il risparmio nazionale.

E’ difficile vedere in tutto questo qualcosa in più che la solita serie di misure d’interventismo statale: il ritorno alla valuta nazionale, la stampa di denaro, il finanziamento di grandi opere pubbliche, il sostegno all’industria nazionale … Tali misure, se opportunamente calibrate, potrebbero funzionare – ma funzionerebbero nella Grecia di oggi, con un enorme debito estero sulle spalle di singoli  individui e d’imprese (che non può essere cancellato), con un’economia completamente integrata e dipendente dall’Europa occidentale, che fa affidamento sulle importazioni di prodotti alimentari, industriali e medicali? In altre parole, dove, in quale altro posto, la Grecia si collocherebbe? Alla stregua di quel “ fuori” che accomuna la Bielorussia e Cuba? Come Paul Krugman ha scritto di recente, si deve ammettere che nessuno conosce veramente quelle che sarebbero le conseguenze della Grexit – è un territorio inesplorato. Ma una cosa è comunque chiara[9]: “Grexit è un appellativo per [indicare] niente altro che una politica d’indipendenza nazionale“, quindi non c’è da stupirsi che alcuni partigiani della Piattaforma di Sinistra ricorrano perfino all’assai problematica e (per me) totalmente inaccettabile auto caratterizzazione di “populismo nazionale“. (Per inciso, si devono respingere entrambi i miti ottimistici, sia quello della Piattaforma di Sinistra, secondo cui c’è un modo chiaro e razionale per compiere la Grexit e quindi portare nuova prosperità, sia come il mito opposto (sostenuto, tra gli altri, da Jeffrey Frankel) che, rispettando fedelmente il piano di salvataggio, Tsipras può diventare un nuovo Lula[10].)

Quindi la scelta ora non è semplicemente la “Grexit o la capitolazione“: il governo Syriza si trova in una situazione paradossale, obbligato a fare ciò a cui si oppose. Persistere in una situazione così difficile e non lasciare il campo è il vero coraggio. Il nemico del governo Syriza non è ora primariamente la Piattaforma di Sinistra, ma coloro che prendono “sinceramente” la sconfitta e la voglia di giocare la carta europea. Il vero miracolo della situazione, e una delle poche fonti di modesta speranza, risiede nel fatto che, a dispetto della capitolazione di Bruxelles, sembra che circa il 70% degli elettori greci sostengano ancora il governo Syriza – la spiegazione sta nel fatto che la maggioranza percepisce che il governo Syriza sta agendo propriamente in una situazione impossibile.

In questo caso non esiste una chiara risposta a priori, qualsiasi decisione può essere retroattivamente giustificata solo da sue conseguenze. Vi è il rischio che la capitolazione di Syriza si rivelerà essere proprio un dato di fatto e null’altro di più, consentendo la piena reintegrazione della Grecia nell’UE come umile membro in bancarotta, allo stesso modo il rischio che la Grexit si trasformi in una catastrofe di larga scala. Ciò che si dovrebbe temere non è solo la prospettiva di una ulteriore sofferenza del popolo greco, quanto la prospettiva di un altro fiasco che screditi la sinistra negli anni a venire, mentre i sopravvissuti partigiani di sinistra sosterranno come la loro sconfitta dimostri ancora una volta la perfidia del sistema capitalista …

http://www.newstatesman.com/politics/2015/08/slavoj-zizek-thanks-eu-s-villainy-greece-now-under-financial-occupation

[1] http://www.newstatesman.com/world-affairs/2015/07/slavoj-i-ek-greece-courage-hopelessness

[2] https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/stathis-gourgouris/syriza-problem-radical-democracy-and-left-governmentality-in-g

[3] http://www.versobooks.com/blogs/1885-syriza-wins-time-and-space-by-etienne-balibar-and-sandro-mezzadra

[4] https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/stathis-gourgouris/syriza-problem-radical-democracy-and-left-governmentality-in-g

[5] https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/stathis-gourgouris/syriza-problem-radical-democracy-and-left-governmentality-in-g

[6] https://www.opendemocracy.net/can-europe-make-it/stathis-gourgouris/syriza-problem-radical-democracy-and-left-governmentality-in-g

[7] http://www.lrb.co.uk/v37/n15/tariq-ali/diary

[8] https://www.jacobinmag.com/2015/07/tsipras-euro-debt-default-grexit

[9] https://www.jacobinmag.com/2015/07/tsipras-euro-debt-default-grexit

[10] http://www.project-syndicate.org/commentary/kim-dae-jung-lula-da-tsipras-by-jeffrey-frankel-2015-07

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