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In difesa di Yanis Varoufakis

2 agosto 2015

spartan-helmet-illustration-of-an-ancient-greek-warrior-helmet-spartan-helmet-trojan-helmet-or-gladi-Stock-VectorE’ proprio vero che le sorprese non mancano mai quando ci si trova all’interno del “labirinto” greco. Che Yanis Varoufakis godesse della stima di quella pletora di fastidiosi economisti anglosassoni, alcuni dei quali laureati Nobel o ex ministri del Tesoro USA, questo lo si sapeva da tempo, ma che a sua difesa scendesse in campo nientemeno che uno tra i più esperti gestori finanziari internazionali, nessuno mai l’avrebbe pronosticato. Che cosa avrebbe spinto Mohamed A. El-Erian, attuale Chief Economic Adviser dell’Allianz e per tanti anni CEO and co-Chief Investment Officer della PIMCO, il grande colosso americano specializzato nella gestione dei titoli obbligazionari, a intervenire in difesa di questo scapestrato economista ateniese? Due sono le argomentazioni di fondo: con la prima El-Erian c’invita a riflettere sull’assunto di Varoufakis secondo cui la disciplina macroeconomica non è più una semplice “opinione”, sempre che si prendano in esame le precedenti evidenze empiriche, evitando, come è prassi per taluni, di pontificare su insensate argomentazioni di tipo moralistico (la “macro-media” di Krugman); la seconda concerne il  fatto che, nonostante la retorica pan-europeista, prima o poi gli sbagli e con essi i debiti qualcuno sarà costretto a pagarli. E qui casca l’asino. E chi sarebbe quel “qualcuno” se non il cittadino europeo residente nell’euro zona? El-Erian non lo dice esplicitamente, ma quando afferma – in accordo con il “2° pentimento dell’IMF – che necessariamente si dovrà procedere per una “ristrutturazione” del debito (alias taglio) se si desidera che la Grecia rimanga in Europa, il costo di tale operazione sarà addebitato – sebbene in misura proporzionale alle quote di garanzia sottoscritte dai singoli Stati verso l’ESM – alla collettività europea. Riguardo alla stessa questione, ma questa volta senza infingimenti “macro-mediatici”, il The Economist, è più esplicito[1]. Ecco perché i politici europei alla sola ventilata – e purtroppo ineludibile – ipotesi di “riformulazione” del debito immediatamente vengono colti da una crisi di panico, afferma con franchezza l’autorevole settimanale economico britannico.  Il fatto è che se ciò accadesse pioverebbe sul bagnato per il già vessato cittadino europeo, poiché costui  fu costretto fin da subito a onorare con i propri risparmi le perdite di bilancio per colpa del “moral hazard” del sistema bancario internazionale, poi sopportare stoicamente l’incauto calcolo sui moltiplicatori recessivi (1° pentimento dell’IMF), che causò nei paesi periferici una devastante contrazione del PIL e conseguentemente un aggravio esponenziale del debito, ed ora, con elevata probabilità, anche i postumi nefasti di questo. Secondo voi avrebbe ragione il The Economist, il quale sostiene che quando si attuano delle politiche macroeconomiche senza aver consultato l’opinione dei cittadini si rischia di deprezzare il valore della democrazia e con ciò, nel caso specifico, la stessa sopravvivenza della UE?

In Defense of Varoufakis

By Mohamed A. El-Erian,

London UK. Dare a lui la colpa per il rinnovato crollo dell’economia greca e accusarlo di aver complottato illegalmente l’uscita della Grecia dalla zona euro, è diventato un modo attraente per denigrare Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle finanze del paese ellenico. Considerato che non l’ho mai incontrato o parlato con lui, credo che sia sempre criticato più di quanto non meriti (e sempre di più). Nel fare ciò, l’attenzione viene deviata lontano dalle questioni che sono centrali per la capacità della Grecia di recuperare e prosperare, sia che rimanga nella zona euro sia che decida di andarsene.

Ecco perché è importante prendere nota riguardo all’idee che Varoufakis continua a sposare. I Greci e altri possono biasimarlo per aver condotto, mentre era in carica, il suo impegno con troppo poca delicatezza politica. Ma il nocciolo di quell’agenda era – e rimane – in gran parte corretta.

A seguito di un’impressionante vittoria elettorale del suo partito Syriza nel mese di gennaio, il primo ministro della Grecia, Alexis Tsipras, nominò Varoufakis a guidare le delicate trattative con i creditori del paese. Il suo mandato era quello di riformularne il rapporto partendo da due importanti considerazioni: rendere i suoi termini più suscettibili alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro; e ripristinare in modo equilibrato e dignitoso il trattamento che venne destinato alla Grecia dai suoi partner europei e dal Fondo Monetario Internazionale.

Tali obiettivi riflettono ciò che fu da parte della Grecia un’esperienza frustrante e deludente, la quale venne sottoposta ad [accettare] due precedenti pacchetti di salvataggio amministrati dalle “istituzioni” (la Commissione europea, la Banca centrale europea, e il FMI). Nel perseguirli, Varoufakis si sentì autorizzato dalla magnitudo della vittoria elettorale di Syriza, e altresì obbligato dalla logica economica, a premere su tre questioni riguardo alle quali molti economisti credono che debbano essere affrontate qualora si voglia ritornare a una crescita sostenuta: una più intelligente e minor austerità; [una serie] di riforme strutturali che meglio soddisfino gli obiettivi sociali; e la riduzione del debito.

Questi problemi rimangono pertinenti ancora oggi, sebbene Varoufakis sia fuori dal governo, come lo erano quando egli ne fu instancabilmente il sostenitore nel corso delle visite nelle capitali europee e nei tesi negoziati notturni a Bruxelles. In effetti, molti osservatori stimano l’accordo inerente il terzo programma di salvataggio che la Grecia raggiunse con i suoi creditori – appena una settimana dopo le dimissioni Varoufakis – semplicemente più o meno simile ai precedenti. Nella migliore delle ipotesi, l’accordo porterà a una tregua che rischia di rivelarsi in entrambi i casi di breve durata e di poco conto.

In parte, la critica su Varoufakis riflette meno la sostanza delle sue proposte rispetto al modo in cui affrontò i suoi interlocutori. Evitando la dualità tradizionale composta da esplicite discussioni private e da sobri commenti pubblici, egli sostenne in modo franco e aggressivo le sue ragioni senza mezzi termini, e lo fece in modo sempre più personale.

Questo approccio, che lo si debba considerare ingenuo o belligerante, innegabilmente sconvolse e fece arrabbiare i politici europei. Invece di modificare un quadro politico, che per cinque anni si dimostrò incapace nel raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, questi si sono arroccati, ricorrendo alla fine all’equivalente economico conosciuto [in politica] come la diplomazia delle cannoniere. Costoro fecero chiaramente capire al capo di Varoufakis, Tsipras, che il futuro dei negoziati sarebbe dipeso dal fatto che lui mettesse da parte il suo non convenzionale ministro – che in effetti fece, prima assegnando a qualcun altro la conduzione delle trattative e poi nominando un nuovo ministro delle finanze.

Ora che è fuori dai giochi, Varoufakis viene incolpato di molto di più di quanto non sia riuscito adattare il suo approccio alla realtà politica. Alcuni sostengono che egli è responsabile per il rinnovato crollo dell’economia greca, per la chiusura senza precedenti del sistema bancario, e per l’imposizione di un opprimente controllo sui capitali. Altri chiedono indagini penali, in relazione al lavoro che lo condusse a prefigurare un piano B (secondo cui la Grecia avrebbe introdotto un nuovo sistema di pagamenti sia in parallelo o in alternativa all’euro) inteso come equivalente al tradimento.

Ma, che lo si ami o lo si detesti (e, a quanto pare, poche sono le persone che l’hanno incontrato si sentono indifferenti a questi sentimenti), Varoufakis non è mai stato l’arbitro del destino della Grecia. Sì, egli avrebbe dovuto adottare uno stile più conciliante e mostrare maggiore apprezzamento per le norme che stabiliscono le modalità dei negoziati europei; e, sì, a torto sopravvalutò il potere contrattuale della Grecia, supponendo che forzando la minaccia di una Grexit, egli avrebbe obbligato i partner europei a riconsiderare le loro posizioni profondamente radicate. Ma, rispetto alla situazione macro, questi sono da considerarsi come problemi minori.

Varoufakis non aveva alcun controllo sul caos economico che Syriza ereditò quando salì al potere, tra cui un tasso di disoccupazione che si aggirava intorno al 25% e di disoccupazione giovanile di lunga durata che oltrepassava il 50%. Non poteva influenzare in alcun modo significativo le narrazioni nazionali che avevano affondato radici profonde in altri paesi europei e quindi minare la capacità di tali paesi di adattarsi alla realtà. Non poteva replicare all’opinione, diffusa in alcuni dei politici dell’area valutaria, secondo cui il successo di Syriza avrebbe potuto incoraggiare e rafforzare altri partiti non tradizionali in tutta Europa.

Inoltre, sarebbe stato irresponsabile per Varoufakis non lavorare a porte chiuse su un piano B. Dopo tutto, il destino della Grecia nell’eurozona in gran parte era – e tuttora rimane – nelle mani di altri (in particolare della Germania, della BCE e del FMI). Ed è ancora da stabilire se Varoufakis infranse le leggi in base alle quali lui e i suoi colleghi lavorassero per un  piano di emergenza.

Quando le cose si fecero serie, Varoufakis affrontò la difficile scelta o di forzare la mano, pur sapendo che sarebbe fallita, o cercando di ruotare verso un nuovo approccio. Egli coraggiosamente optò per quest’ultimo. Mentre il suo stile sfacciato minò i risultati, sarebbe una vera tragedia che venissero tralasciate le sue argomentazioni (che furono condivise da molti altri).

Se la Grecia è conscia di avere qualche possibilità realistica di ripresa economica a lungo termine e soddisfare le legittime aspirazioni dei suoi cittadini, i politici devono rivedere il programma di austerità imposto alla nazione ellenica, e accoppiarlo con riforme in direzione della crescita con una maggiore giustizia sociale e inoltre garantendole la riduzione del debito aggiuntivo. E se la Grecia deve restare nella zona euro (direi in questo caso “ancora un grosso se”, anche dopo l’ultimo accordo), essa non solo deve guadagnarsi la stima dei suoi pari; ma da loro deve essere trattata con maggiore rispetto.

http://www.project-syndicate.org/columnist/mohamed-a–el-erian#TvdrttylfJXFh7Ev.99

[1]The Economist By passing the voters http://www.economist.com/news/finance-and-economics/21659728-technocratic-solutions-may-come-back-haunt-politicians-bypassing-voters

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