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Le pensioni greche – The Economist

30 giugno 2015

GhirlandaioTutto sommato la decisione di Alexis Tsipras di ricorrere al consultazione popolare può essere considerate la soluzione migliore a seguito dell’irrigidimento dello schieramento liberal-conservatore europeo che ha rifiutato in blocco la proposta greca che verteva principalmente sulla ristrutturazione del debito e l’idea iniziale di Varoufakis di sostituirlo con i titoli cosiddetti “eterni” e con quelli legati alla crescita. Intorno al tavolo delle trattativa si sono scontrate due teorie economiche opposte e inconciliabili. Qualora il popolo greco scegliesse di bocciare il diktat europeo, per Syriza sarebbe una grande vittoria, mentre per la troika una sconfitta senza precedenti che inciderà in modo profondo sul futuro della politica economica del vecchio continente; in caso contrario Syriza sopravvivrà, benché costretta a cedere il passo a un governo più compiacente alle disposizioni di Bruxelles. Una strategia politica intelligente, poiché nel caso in cui le “medicine” della troika non dovessero nuovamente funzionare – e purtroppo sono molti a pensarlo – Syriza potrebbe riprendere vigore anziché scomparire dalla scena politica come è accaduto nel nostro paese al Prof Mario Monti e all’allegra pattuglia di suoi estimatori, al tempo dimostratasi  del tutto subalterna all’imposizione del decalogo neoliberista. E’ altresì possibile che per Alexis Tsipras – data la sua giovane età – la guerra sia appena iniziata e che valga la pena un sacrificio alle Termopili per vincere un giorno a Platea, salvo che un “barbaro” per un secolo assai peccaminoso non conceda anche alla povera Grecia di rimettere i suoi peccati.

Per dare un’idea di quanto fosse stato impossibile giungere a un compromesso, si pubblica dal settimanale The Economist un commento relativo all’avvenuto scontro sulle notorie “pensioni greche”, fortemente ridimensionate dai governi ellenici nel corso degli ultimi quattro anni, ma non in modo sufficientemente tale da soddisfare il rigore propugnato dalla troika. Sebbene con la solita moderazione, la nota pubblicazione britannica fa capire quanto fosse “ideologico” il confronto tra i due contendenti, fermi su orientamenti di politica economica completamente divergenti.

 

the-economist-logoGreek pensions

Why they are a flashpoint

Jun 18th 2015,  LONDON

Le pensioni greche sono state un motivo di acrimonia sin dal primo salvataggio avvenuto cinque anni fa. In particolare i tedeschi, a cui si stava per  chiedere di andare in pensione più tardi, si sono indignati di dover contribuire alla irresponsabilità dei greci, che in gran parte ritiravano la  pensione non ancora sessantenni. Tuttavia, da allora ci sono state due grandi riforme che posposero il diritto all’età pensionabile a partire da 60 anni per le donne e 65 per gli uomini fino a 67 [per entrambi i generi], tagliando altresì le prestazioni. Allora perché il sistema pensionistico greco è ancora un tale argomento di contesa?

Uno dei motivi fu la catastrofica partenza. Come George Symeonidis, un membro del consiglio dell’Autorità ellenica attuariale, disse all’inizio di quest’anno, “le riforme non sono finite, e non è possibile riformare un sistema in quattro anni, di cui nulla venne effettivamente cambiato per decenni.” Nel periodo antecedente al primo bail-out del maggio 2010 il sistema si stava incamminando verso il disastro, con una spesa pensionistica tra le più alte in Europa stimata al 13,5% del PIL nel 2009 e proiettata a raggiungere quasi il 25% del PIL entro il 2050.

In parte questo riflette un trattamento in termini di benefici particolarmente generoso che ha prodotto il più alto “tasso di sostituzione” (di guadagno prima del pensionamento) per le pensioni pubbliche tra il club dei 30 paesi dell’OCSE, in sostanza i principali paesi ricchi prima della crisi dell’euro nel 2008. Il sistema di base richiedeva solo 35 anni di contributi, anziché i 40 generalmente necessari nei sistemi pensionistici per ottenere una pensione completa. Il diritto al pensionamento poteva essere ottenuto molto prima che in altri paesi, da parte di quei lavoratori che avessero contribuirono per 37 anni, essendo costoro legittimati a godere dell’assegno completo non avendo ancora compiuti i sessant’anni.

Infatti, coloro che hanno lavorato in occupazioni faticose per 25 anni e hanno contributo complessivamente per 35 anni potevano andare in pensione già nel loro 55°anno d’età. Nel 2006, più di un terzo dei nuovi pensionati facenti parte del principale fondo del settore privato del paese (IKA) apparteneva a queste categorie, che paradossalmente includevano tutt’altro che mansioni usuranti, come ad esempio il parrucchiere. Inoltre – dal momento che una relativa generosa pensione minima era disponibile per chiunque con i contributi versati per almeno 15 anni a cui veniva aggiunto a un pagamento complementare a garanzia del reddito minimo – ebbe senso per molti smettere di contribuire una volta raggiunta la soglia di 15 anni, entrando poi nell’economia del mercato nero.

Le riforme del luglio 2010 e novembre 2012 fecero molto per mettere il sistema pensionistico in una condizione sostenibile nel lungo termine. Nella prima riforma, l’età pensionabile per le donne fu elevata da 60 a 65 anni entro la fine del 2013. Successivamente, a decorrere dallo stesso anno, fu nuovamente posposta per gli uomini e per le donne a 67. Più importante, l’età minima di pensionamento fu aumentata da 62 per gli uomini e le donne e il numero di contributi che danno diritto a una prestazione completa salì da 35 a 40 anni. Le pensioni concesse prima dei 67 anni, senza la quota contributiva completa furono ridotte in termini di valore. Le aliquote di rendimento (il tasso in base al quale i diritti pensionistici si accumulano ogni anno) furono tagliati e i benefici si stabilirono sugli avanzamenti di carriera anziché sulle retribuzioni finali. Ciò abbassò il tasso di sostituzione del nuovo sistema dal 96% al 54% per i pensionati con un reddito medio. La lista dei lavori usuranti, che fu considerata in modo più favorevole, venne ridotta e i lavoratori titolati del diritto non potettero andare in pensione prima dei 62 anni.

Inoltre, nel corso della austerità, le prestazioni pensionistiche non furono risparmiate [dai tagli]. I due premi stagionali vennero eliminati, un taglio effettivo del 14% per i due terzi dei pensionati nel principale fondo del settore privato che godettero della pensione minima. Il salasso per i pensionati benestanti fu molto più elevato, con una riduzione di oltre il 40%.

Eppure ci fu un buco cruciale nelle riforme: esse misero al riparo gran parte dei lavoratori anziani, in modo che costoro potessero andare in pensione complessivamente con le stesse condizioni di prima. A titolo di esempio, Platon Tinios, un esperto di pensioni al Pireo University, mette in evidenza la riforma che limita l’elenco dei lavori usuranti. Questa non include più i nuovi parrucchieri a partire dal 2012, ma tutti quelli con più di dieci anni di lavoro conservarono il diritto di andare in pensione con cinque anni in anticipo ai sensi della precedente norma. Le nuove aliquote di rendimento applicate agli anni decorrono a partire dal 2011; per il passato valgono ancora i benefici della precedente formula più generosa (anche se i vantaggi risultanti sono poi sottoposti ai tagli applicati alle pensioni in pagamento). Secondo il professor Tinios, “la stragrande maggioranza di coloro che intendono andare in pensione in questo decennio sono esentati” (protetti) dalle riforme.

Il risultato si è tramutato in un’ondata di prepensionamenti, in quanto le persone approfittano delle vecchie regole in un momento di forte disoccupazione. Questa situazione spinse verso l’alto la spesa, mentre i contributi precipitarono lasciando il sistema pensionistico sempre più affidato agli enormi trasferimenti prelevati dai contribuenti: ora vale il 9% del PIL. La spesa pensionistica balzò a un insostenibile 17,5% del PIL nel 2012 (anche se questo dato sovrastima il peso perché l’economia si è contratta). Non aiuta la situazione il fatto che la Grecia abbia la terza popolazione più anziana nel 28 membri dell’Unione europea, in base alla quota di persone di ultra sessantacinquenni sulla popolazione complessiva, appena dietro l’Italia e la Germania.

I creditori della Grecia ora vogliono le riforme che consentiranno di ottenere un risparmio annuo di 1% del PIL entro il 2016. Oltre ad aumentare i contributi sanitari pagati dai pensionati (dal 4% al 6% in media), le loro proposte sarebbero quelle di reprimere il pensionamento anticipato a partire dalla metà di quest’anno riducendo le sovvenzioni implicite per le pensioni liquidate prima dei 67 anni.  Un particolare argomento della contesa riguarda il fatto che i creditori vogliono eliminare gradualmente entro la fine del 2016, il pagamento complementare (a garanzia del reddito minimo) per le basse pensioni introdotte nel 1996 (per un risparmio di circa lo 0,4% del PIL), benché essi sostengano un provvedimento che garantisca un reddito minimo per tutta la popolazione.

La dispute tra i creditori e il governo greco per le pensioni sembra appartenere al “narcisismo delle piccole differenze“. Eppure straordinariamente, questa disputa, concettualmente, potrebbe spingere la Grecia fuori dalla zona euro, anche se, come sottolinea il professor Tinios, i pensionati più poveri sarebbero le prime vittime dell’impennata dell’inflazione che ne deriverebbero da una “Grexit”.

http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2015/06/greek-pensions

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