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Paul Krugman e la sua “macro-media”

30 maggio 2015

Vermeer_van_Delft_011Da circa un anno, economisti, politologi di fama, managers di successo, nonché autorevoli editorialisti internazionali in campo economico e purtroppo solo alcuni sparuti politici, dialogano tra loro scambiandosi impressioni sul significato attuale della parola “capitalismo”. Costoro, argomentano se tale definizione, coniata agli albori del diciannovesimo secolo, sia ancora corrispondente, o meglio, tuttora equivalente, al sistema di relazioni economiche internazionali vigente. Ciò che induce uno “spicchio” dell’intellighenzia mondiale ad approfondire il tema in questione riguarda principalmente la supposta perdita della funzione sociale del capitalismo e conseguentemente la sua attuale incapacità di creare un benessere diffuso.

Dopo quasi mezzo secolo di smantellamento di quelle regole rooseveltiane che stabilivano i confini tra rendita e profitto, che limitavano il flussi di capitali, che incardinavano il mondo entro un sistema di cambi fissi siglato a Bretton Woods e che infine imponevano una “shared growth” in sostituzione del “laissez faire” tardo ottocentesco, il mondo occidentale – in particolare gli USA – alla resa dei conti si ritrova più diseguale di prima, maggiormente fragile, con un indice d’indebitamento complessivo oltre il 250% del proprio PIL e per giunta intrappolato in un impasse da cui né le Banche Centrali, né tanto meno i governi più accreditati, sono in grado di farlo uscire. Non si è mai verificato nella storia economica un divario così grande tra i prezzi dei titoli mobiliari (obbligazioni pubbliche e private, azioni) e l’indice medio dei salari reali. Così come è impensabile aspettarsi nel medio termine crescite globali sane senza sobbalzi traumatici quando negli USA – il faro del capitalismo internazionale – “nell’arco di quaranta anni tra il 1973 e il 2013 la produttività è cresciuta del 163%, mentre i salari reali sono aumentati solo del 19%”.[1]  Ad aggravare la condizione del capitale produttivo nei santuari dell’alta finanza si sta diffondendo una serpeggiante preoccupazione sulla presunta salubrità del mercato, anche se tali timori sono rigorosamente coperti da quella recente disciplina macroeconomica che Paul Krugman ha beffardamente battezzato con il nome di “macro-media”, la cui traduzione in termini prosaici non sarebbe molto distante dal famoso adagio: “tutto va bene, madama la marchesa”.

Quando personaggi celebrati come Larry Fink, CEO di BlackRock e Mohamed El-Erian CEO di Allianz, ex Pimco, ammettono di detenere, nel corso di questo turbolento periodo, gran parte del loro personale patrimonio mobiliare in cash o in short,[2] ebbene, a seguito di queste dichiarazioni l’unica cosa di cui ci si può consolare è che Krugman abbia ancora una volta avuto ragione.  Sennonché, la “macro-media” torna ogni piè sospinto a seconda delle convenienze politiche. Quando s’incolpano le collettività di essere troppo dormienti, ossia poco inclini al rischio (risk-adversion), o istituzioni pubbliche, verso le quali si obbietta la prevalente cultura dell’immobilismo anziché della “fair competition”, si affermano alcune verità, ma contemporaneamente si omette di dire che l’invadenza della finanza sull’economia reale causa danni dieci volte maggiori. La mancanza di regole che sono la causa dell’estrazione di valore, sia mediante l’adozione del “short termism” (il trading azionario e obbligazionario a brevissima scadenza) sia utilizzando l’artificio del “buy back” (l’acquisto di propri titoli azionari) – che, grazie a una selva di deroghe fiscali, ha come esclusivo scopo quello di far lievitare artificiosamente i prezzi delle azioni per gonfiare i portafogli del management – non favorisce certo innovazione e sviluppo. Anzi, come suggerisce Mrs Hillary Rodham Clinton – quasi sicuramente la prossima candidata democratica per le presidenziali americane del 2016 – “riduce la quota degli investimenti a favore dei lavoratori e delle comunità[3]. Come si può pensare di programmare sviluppo e innovazione che, per la loro intrinseca natura, possono essere raggiunti solo a medio termine, afferma sconsolato Joseph Stiglitz, quando nel decennio “dal 1990 al 2000 avvennero drastici cambiamenti. In quegli anni la finanza deregolamentata incentivò lo short termism tra le aziende [collocate in borsa]. La maggior parte della crescita che noi abbiamo visto negli anni 90 si rivelò instabile costruita su attività speculative: la bolla tecnologica e la bolla immobiliare.[4] In barba a ciò, la “macro-media” imperversa direbbe Krugman, tra i soloni domenicali, tra gli apologeti dei social network, perfino fra la pletora di celebrati CEO delle più importanti corporations. “Un paese non è una grande azienda. Le abitudini mentali che caratterizzano un grande leader aziendale non sono, in linea generale, quelle che caratterizzano un grande analista economico; un dirigente che ha guadagnato un miliardo di dollari non è quasi mai la persona giusta a cui chiedere consigli su un’economia da sei trilioni di dollari”.[5]  Infatti, quando Stiglitz negli anni novanta stemperava l’eccessivo ottimismo del management americano verso il libero accesso delle merci e dei capitali ai mercati mondiali, affermando che una globalizzazione senza regole avrebbe generato più guai che vantaggi al sistema economico statunitense con il rischio di contaminare l’intero pianeta, gli furono fatte spallucce. A quanto pare non si sbagliò, poiché oggi empiricamente possiamo constatare il precario stato di salute dell’economia USA che fu preda del cosiddetto “Washington  consensus”, di John Williamson, l’alfiere della teoria economica liberista dei Neocons repubblicani: un incremento della disuguaglianza sociale, una minore percentuale di persone attive rispetto agli anni 70, un alto debito pubblico, un ampio deficit commerciale e infine l’esplosione di due bolle speculative nel breve arco di otto anni. L’attuale ragionamento dell’economista laureato Nobel del mid-west è scientificamente “macroeconomico”, non fa una grinza e per giunta si rivela completamento alieno dalla “macro-media” di Krugman.

Pur possedendo tecnologia – ha sottolineato più volte Stiglitz – gli USA, a partire dagli anni 90, hanno “svenduto” la manifattura liquidando nel contempo le maestranze domestiche per importare un volume enorme di merci che, sebbene di progettazione americana, vennero prodotte a basso costo nei paesi emergenti (Cina) causando in questo modo ripetuti saldi negativi di conto corrente e di conto capitale della bilancia dei pagamenti. Il crescente deficit costrinse il Tesoro americano a indebitarsi all’estero vendendo a man bassa TBond, la cui forte domanda fece diminuire la rendita del decennale. Da lì, non ci volle molto perché i bassi tassi alimentassero una gigantesca bolla immobiliare a cui contribuirono anche le esotiche cartolarizzazioni sintetiche (ABS) garantite con leve iperboliche dai CDS. Queste furono successivamente trasformate in attività remunerative per essere vendute a quel casinò che corrisponde al vigente sistema bancario internazionale istituzionale e non (shadow banking), principalmente americano ed europeo. Poi, il crash e circa 1.500 miliardi di dollari (la prudente stima del The Economist) versati da USA, GB e Germania per salvare le loro istituzioni finanziarie “too big too fall”. Una montagna di denaro prelevato dalle “tasche degli ignari contribuenti” ai quali, nonostante il danno subito, paradossalmente ancora oggi si rimprovera di aver abusato ignominiosamente dei propri diritti di welfare, di essersi crogiolati in una “rigida” poltroneria lavorativa e di aver scaricato vergognosamente sugli incolpevoli giovani il peso della loro immeritata opulenza. Come se la colpa di ciò che accadde fosse d’addebitare esclusivamente alle loro precedenti elencate “malsane” abitudini. Cosicché, pari al gioco del cerino acceso, quelle enormi perdite subite dalle banche europee sui quei titoli cartolarizzati costituiti da crediti ormai destinati ad essere buttati nel più vicino “cassonetto” dei rifiuti dovettero essere coperte da ingenti quantità di denaro fresco, per cui, in rispettosa adesione al noto “assunto” economico “prendi i soldi e scappa” si liquidarono gran parte delle attività pubbliche dei PIGS. Proprio quegli Stati attraverso cui per anni le economie forti nord-europee lucrarono doppiamente, sia esportando la propria merce in cambio della promessa futura di pagarne l’acquisto mediante l’accensione di un debito comprensivo d’interessi, sia traendo profitto sulla remunerazione di quel debito assai più vantaggiosa di quella domestica in base al differenziale di rendimento dei titoli di stato. Ovviamente – qui stette la sagacia dell’affarista – furono operazioni stimate come “acceptable risk”, poiché svolte in assenza di rischio cambio. Somme enormi che vennero in alcuni casi ri-cartolarizzate e vendute a fondi speculativi, i quali non sono proprio in sintonia con il mondo del precariato e della disoccupazione giovanile. Il debito della Grecia – stigmatizzava Krugman nella rubrica settimanale a lui dedicata dal NYT – bisogna condonarlo, come fu fatto per la Germania negli anni 50.  Oggi la Germania non sarebbe tale se gli alleati non le avessero rimesso i suoi peccati. L’economista di New York ironicamente si chiedeva come mai gli elleni fossero giudicati “solvibili” fino quando i prestatori incassavano valanghe di denaro, per poi improvvisamente diventare perfidi scialacquatori quando gli stessi rischiarono di perderlo.

Insomma, nonostante Krugman abbia scritto uno dei più diffusi manuali universitari sull’economia internazionale[6], la “macro-media” continua a imperversare; nonostante Stiglitz si sforzi a perorare la causa della lotta alla disuguaglianza nell’emisfero occidentale creatasi a seguito dei processi di deregolamentazione e di cattiva gestione del fenomeno della globalizzazione[7] la “macro-media” la troviamo ogni santo giorno sulle bocche dei compiacenti politici; nonostante vi siano montagne di studi che convalidano le tesi dei due Nobel (citiamo forse uno dei più noti: “A brief history of middle-class economics: Productivity, participation, and inequality in the United States” di Jason Furman, la “macro-media” c’invade ogni sera mediante i noiosi dibattiti televisivi. Sennonché, qualche squarcio di luce solare in questo cielo plumbeo della “complacency” comincia a filtrare facendo sorgere il dubbio ad alcuni che una tale situazione non potrà ancora durare per molto tempo. Non ci si riferisce a Syriza o Podemos o alla composita pletora di Occupy Wall Street, sarebbe assai scontato e per nulla sorprendente prenderli come esempio critico, bensì a coloro che sistematicamente da anni hanno fatto ondeggiare il turibolo nei santuari del capitalismo. Uno di questi è il già citato Laurence Fink, CEO di BlackRock, una delle più potenti società internazionali di “asset management[8] “…..gli effetti del fenomeno del short termism sono preoccupanti in entrambi i casi, sia per coloro che cercano di risparmiare per obiettivi a lungo termine (pensionamento), sia per la nostra economia nel suo complesso, poiché tali pratiche sono svolte a spese dell’innovazione, delle qualifiche lavorative di alto profilo o dei costi del capitale necessari per sostenere una crescita di lungo termine.”  Lo stesso rimbrotto vale per Hillary Rodham Clinton e per la battagliera senatrice americana Elizabeth Herring Warren, anche se il caso più eclatante lo troviamo descritto sulle pagine del quotidiano tedesco Der Spiegel[9]. “Una nuova parola d’ordine è in circolazione in centri congressi del mondo. Questa può essere ascoltata al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, e in occasione della riunioni annuale del FMI. I banchieri la introducono nelle presentazioni; i politici la usano per fare colpo nei gruppi di discussione. La parola d’ordine è “inclusione” e si riferisce ad una caratteristica che le nazioni industrializzate occidentali sembrano essere sul punto di perdere: l’opportunità di consentire al maggior numero possibile di livelli sociali di beneficiare del progresso economico e di partecipare alla vita politica. Il termine si sta perfino usando nelle riunioni di carattere più esclusivo, come è avvenuto a Londra nel mese di maggio. Circa 250 persone facoltose e ancora più ricche, dal Presidente di Google, Eric Schmidt al CEO Unilever, Paul Polman, si sono riunite in un venerabile castello sul fiume Tamigi lamentando il fatto che nel capitalismo di oggi, c’è rimasto troppo poco per le classi di reddito più basse.

Che dire dopo questa ultima lapidaria frase? Stiamo finalmente uscendo dalla macro-media? Sebbene il commento finale meriterebbe una risposta politica molto articolata, sarebbe d’uopo in questo caso soffermarsi solo sulle valutazioni economiche. La questione – direbbe Stiglitz – è che così non va. Se non ci sarà un adeguamento dei salari alla produttività, i consumi rimarranno stagnanti. L’economista di Gary, che crede fortemente nel valore correttivo della politica, come del resto lo sottolinea nelle sue 100 pagine del pamphlet Rewriting the Rules of the American Economy http://www.rewritetherules.org/ preparato in vista della campagna delle primarie democratiche per la candidata Hillary Rodham Clinton, in un dibattito alla Harvard Book Store, in occasione della presentazione del suo libro The Great Divide, alla domanda posta da un noto editorialista economico americano se si ritenesse soddisfatto del suo contributo di economista per la causa nazionale, egli rispose dicendo che avrebbe voluto vivere abbastanza per vedere le sue idee trionfare, anche se nel corso di questi anni qualche appagamento lo ha già ottenuto. Paul Krugman, che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la politica e con il potere, rimane tuttora su posizione scettiche. In lui, a differenza del pacioso Stiglitz, prevale sempre una sorta di cinismo orwelliano con una punta di elitismo nietzschiano. In un famosa conferenza The 7 Days of Genius, in cui l’economista di Princeton si accompagnava a Thomas Piketty e lo stesso Stiglitz, fu il meno loquace dei suoi colleghi, per contro fu sempre pronto a far battute al vetriolo. Del resto Krugman si autodefinì in modo perfetto qualche anno fa scrivendo un articolo sulla sua rubrica del NYT che sollevò indignate proteste. Il testo recitava più o meno così: “quando ero piccolo guardavo gli adulti dal basso verso l’alto e rimanevo estasiato di quante cose sapessero; quando divenni adulto mi resi conto di essere circondato da una massa d’idioti”.

In base a ciò, ora è più facile intuire il significato del lemma “macro-media”.

[1] The State of Working America. 2012. “Cumulative change in total economy productivity and real hourly compensation of production/ nonsupervisory workers, 1948-2013.” Economic Policy Institute. Retrieved May 5, 2015 (http://www.stateofworkingamerica.org/chart/swa-wages-figure-4u-change-total-economy/).Authors’ analysis: Data are for production and non-supervisory workers, accounting for roughly 80 percent of all employees in the U.S. “Over the 40 years between 1973 and 2013, productivity grew 161 percent while compensation rose only 19 percent.”.
[2] http://pons.blogautore.repubblica.it/?s=campanelli&x=0&y=0
[3] http://www.nytimes.com/politics/first-draft/2015/05/12/report-by-clinton-adviser-proposes-rewriting-decades-of-economic-policy/ Mrs. Clinton has talked about the perils of “short termism,” when corporations participate in stock buybacks rather than investing in employees and communities. The report proposes closing performance-based tax loopholes for chief executive compensation and enacting a financial transaction tax to reduce short-term trading.
[4]http://www.rewritetherules.org/  The 1990s and 2000s brought other sweeping changes. In these years, the deregulated finance sector incentivized short-termism among corporations. Much of the growth we saw in the 1990s turned out to be unstable, built on asset bubbles—first the tech bubble, then the housing bubble.
[5] Paul Krugman, Un paese non è un’azienda, 2014 Garzanti editore
[6] International Economics by Paul Krugman with Maurice Obstfeld and Marc Melitz;  Pearson Edition 10th USA
[7] The Great Divide by Joseph Stiglitz; WW Norton USA
[8] Business Insider. 2015. “BlackRock CEO Larry Fink tells the world’s biggest business leaders to stop worrying about short-term results.”  “the effects of the short-termism phenomenon are troubling both to those seeking to save for long-term goals such as retirement and for our broader economy,” because they are at the expense of “innovation, skilled work forces, or essential capital expenditures necessary to sustain long-term growth”.
[9] http://www.spiegel.de/international/business/capitalism-in-crisis-amid-slow-growth-and-growing-inequality-a-998598.html A new buzzword is circulating in the world’s convention centers and auditoriums. It can be heard at the World Economic Forum in Davos, Switzerland, and at the annual meeting of the International Monetary Fund. Bankers sprinkle it into the presentations; politicians use it leave an impression on discussion panels. The buzzword is “inclusion” and it refers to a trait that Western industrialized nations seem to be on the verge of losing: the ability to allow as many layers of society as possible to benefit from economic advancement and participate in political life. The term is now even being used at meetings of a more exclusive character, as was the case in London in May. Some 250 wealthy and extremely wealthy individuals, from Google Chairman Eric Schmidt to Unilever CEO Paul Polman, gathered in a venerable castle on the Thames River to lament the fact that in today’s capitalism, there is too little left over for the lower income classes.
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