Skip to content

Joschka Fischer: una sepoltura greca per l’austerità tedesca

1 febbraio 2015

Joschka Fischer picQuesto breve articolo di Joschka Fischer, che fu ministro degli esteri e vice cancelliere dal 1998 al 2005 nel governo di Gerhard Schröder, fortemente critico nei confronti dell’attuale posizione tedesca sul destino dell’Europa, nasconde tra le righe una considerazioni di fondo che condivido nella sua interezza: l’eventuale “salvezza” dell’Europa – e quindi dell’euro – sarà storicamente imputabile a due persone, benché d’orientamento politico opposto, Mario Draghi, con la sua coraggiosa politica monetaria e Alexīs Tsipras, con la sua ferrea determinazione a sfidare la stolta dottrina dell’austerità, intesa come strumento dell’attuale tentativo egemonico tedesco. Passano in secondo ordine i governi, alcuni a presunta guida socialdemocratica, di quei paesi che, per la loro autorevolezza storica, avrebbero potuto porre un limite al ricorrente disegno di comando della Germania sullo scacchiere politico europeo: una Francia confusa e tremebonda, una Spagna ossequiente e infine un’Italia tanto chiassosa quanto irrilevante.

Buona lettura

 A Greek Burial for German Austerity

BERLINO – Non molto tempo fa, i politici e i giornalisti tedeschi con sicumera dichiararono che la crisi dell’euro era finita; la Germania e l’Unione europea, credettero, di avere superato la tempesta. Oggi, sappiamo che questo era solo un altro errore in una crisi in atto in cui erano coinvolti. L’ultima svista, come la maggior parte di quelle precedenti, derivava da un augurabile desiderio, che, ancora una volta, alla Grecia si debba imputare la rottura dell’incantesimo.

Ancor prima della schiacciante vittoria del partito di sinistra Syriza nelle recenti elezioni generali in Grecia, era ovvio che, lungi dall’essere finita, la crisi minacciava di peggiorare. L’austerità: la politica di uscire da [una crisi] imputabile a un deficit della domanda, semplicemente non funziona. In un’economia che si contrae, il rapporto debito-PIL aumenta anziché diminuire, e i paesi in crisi a causa della montante recessione europea si trovano ora ad affrontare una depressione a cui segue una disoccupazione di massa, un livello allarmante di povertà, e una scarsa speranza [di riuscita].

Gli avvisi che si sarebbe generata una grave reazione politica furono inascoltati. Il governo della Cancelliera Angela Merkel, pervaso dal tedesco radicato tabù inerente inflazione, ostinatamente insistette sul fatto che il sacrificio derivante dall’austerità era essenziale per la ripresa economica; l’Unione europea non ha avuto altra scelta che acconsentire. Ora, che gli elettori della Grecia hanno cacciato dal loro paese un élite consumata  e corrotta a favore di un partito che ha promesso di porre fine all’austerità, è arrivato il contraccolpo.

Ma, benché la vittoria di Syriza potrebbe segnare l’inizio del prossimo capitolo della crisi dell’euro, l’Europa si trova di fronte a un rischio politico e forse anche di fatto più grave [del precedente]. L’abbandono inaspettato della Banca Nazionale Svizzera del cambio fisso euro/franco il 15 gennaio, sebbene non costituisca alcun pericolo finanziario immediato, è stato un enorme colpo psicologico, che riflette e mette in evidenza una massiccia perdita di fiducia. L’euro, come dimostra la mossa della BNS, rimane più fragile che mai. La successiva decisione da parte della Banca Centrale Europea di acquistare più di 1 € trilione (1140 miliardi dollari) in obbligazioni dei governi della zona euro, anche se corretto e necessario, ha oscurato ulteriormente la fiducia.

L’esito delle elezioni greche era prevedibile da più di un anno. Se i negoziati tra la “troika” (la Commissione Europea, la BCE e il Fondo Monetario Internazionale) e il nuovo governo greco avranno successo, il risultato sancirà un compromesso orientato a salvare la faccia per entrambe le parti; se, diversamente, non si raggiungerà un accordo, per la Grecia sarà default.

Anche se nessuno può dire che cosa significherebbe un default greco per l’euro, rappresenterebbe certamente un rischio per la sopravvivenza della valuta. Così come sicuramente, il mega-disastro che potrebbe derivare da una rottura della zona euro, non risparmierebbe la Germania. Un compromesso potrebbe comportare di fatto un allentamento dell’austerità, che si traduce in notevoli rischi domestici per la Merkel (anche se lo sarebbe di meno rispetto a un fallimento dell’euro). Ma, considerata la sua immensa popolarità in patria, compresa quella nel suo stesso partito, la Merkel sta sottovalutando le opzioni a sua disposizione. Poteva fare molto di più, se solo si fosse fidata.

Alla fine, lei può avere un’altra scelta. Dato l’impatto del risultato elettorale greco sugli sviluppi politici in Spagna, Italia e Francia, dove il sentimento anti-austerity è parimenti in crescita, la pressione politica sul Eurogruppo dei ministri delle Finanze della zona euro – sia da destra e sinistra – aumenterà  in modo significativo. Non ci vuole un profeta per prevedere che l’ultimo capitolo della crisi dell’euro lascerà, con la politica dell’austerità, la Germania a brandelli – a meno che la Merkel si voglia assumere davvero l’enorme rischio di lasciare fallire l’euro.

Non vi è alcuna indicazione che lei lo faccia. Quindi, a prescindere da quale lato – la troika o il nuovo governo greco – agiscano per primi, nei prossimi negoziati, l’elezione in Grecia ha già prodotto una sconfitta inequivocabile per la Merkel e la sua strategia basata sull’austerità per sostenere l’euro. La riduzione del debito in simultanea con le riforme strutturali, ora lo sappiamo, sovraccaricherà qualsiasi governo democraticamente eletto, perché tasserà eccessivamente i suoi elettori. Per giunta, senza crescita, non ci saranno riforme strutturali, qualsiasi esse siano.

Questa è la lezione della Grecia per l’Europa. La questione ora non è se il governo tedesco l’accetterà, bensì quando. Ci vorrà una debacle simile per i conservatori in Spagna nelle prossime elezioni per costringere Merkel a venire a patti con la realtà?

Null’altro che la crescita deciderà il futuro dell’euro. Anche la Germania, la più grande economia europea, si trova di fronte a un enorme bisogno d’investimenti in infrastrutture. Se il suo governo si arrende al cospetto del “nuovo debito zero“, come [se fosse] il Santo Graal, e se invece avesse investito nella modernizzazione dei trasporti del Paese, nelle infrastrutture locali, e nella digitalizzazione per le famiglie e per l’industria, l’euro – e l’Europa – avrebbero ricevuto una possente spinta. Inoltre, un programma pubblico di massicci investimenti può essere finanziato a tassi d’interesse eccezionalmente bassi (e, per la Germania, in teoria anche negativi).

La coesione della zona euro e il successo delle sue necessarie riforme strutturali – e quindi la sua sopravvivenza – ora dipende se è in grado di superare il suo deficit di crescita. La Germania ha margini di manovra fiscale. La Merkel dovrebbe far buon uso del messaggio “elettorale” della Grecia, prima che sia troppo tardi.

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: