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Processo a Schettino visto da Le Monde.

26 gennaio 2015

Philippe Ridet, corrispondente da Roma per il quotidiano francese Le Monde, ci offre la prospettiva transalpina sulla vicenda del Costa Concordia, direi con un pensiero perfettamente sovrapponibile alle versioni nostrane.

naufragio-costa-concordia-foto-del-disastroNove anni per ” naufragio da imprudenza”, quattordici anni per “omicidio involontario di trentadue persone”, tre anni per “abbandono della nave”, sono ventisei anni di carcere, ai quali si aggiungono tre mesi per “false dichiarazioni alle autorità marittime”….E’ la pena richiesta, lunedì 26 gennaio, dal procuratore del tribunale di Grosseto, dove è giudicato Francesco Schettino, capitano della Costa Concordia, la nave che, nella notte tra il 13 ed il 14 gennaio 2012, in seguito ad una manovra avventurosa, è affondata al largo del porto dell’Isola del Giglio. I giudici ne hanno richiesto l’arresto per “rischio di fuga”, oltre che il divieto di comandare ancora una nave. Prima della requisitoria, uno dei magistrati ha tracciato il ritratto di colui che l’Italia chiama ” il capitan vigliacco”. ” Schettino concentra su di sè l’immagine dell’ottimista imprudente, dell’idiota intelligente, ciò che fa di lui un idiota imprudente”. “Che Dio abbia pietà di lui, a noi non è consentito”, ha aggiunto un altro procuratore. Il verdetto sarà reso noto nel mese di febbraio.

L’assenza di circostanze attenuanti prova come l’accusa non abbia creduto ad una parola della difesa di Schettino. Si è presentato come un capitano esperto, vittima della mediocrità del suo equipaggio. La manovra fatale dell'”inchino”, che consiste nell’avvicinarsi quanto più possibile alle coste per far ammirare il paesaggio ai passeggeri, sarebbe stata “senza danni” se avessero eseguito scrupolosamente i suoi ordini. Ora il processo ha dimostrato che non avrebbe smesso di dare ordini imprudenti al timoniere e che avrebbe solo saltuariamente consultato gli strumenti di bordo, fino al momento dello scontro con uno scoglio. ” Un errore magistrale” hanno affermato i giudici. ” con trenta secondi in più, la catastrofe sarebbe stata evitata” ha perorato il capitano. ” L’equipaggio credeva di essere su un Concorde, non sulla Concordia”, ha ancora dichiarato sabato, in un nuovo tentativo di minimizzare le sue responsabilità. ” Io sono pronto ad assumerne una parte, ma solo una parte”, ha precisato. Negando l’evidenza dei fatti, assicurando che senza la sua decisione di fare scivolare la nave il più vicino possibile alla costa, il bilancio sarebbe stato ancora più pesante, questo personaggio sbruffone, è sembrato voler confermare la sua immagine di uomo più detestato della Penisola. Un uomo pronto a raggiungere la terraferma nella sua scialuppa, mentre diversi passeggeri cercavano ancora di salvarsi dallo scafo della nave. “Non ha cercato di salvare delle vite. E’ restato su uno scoglio a guardare affondare la sua nave”, accusano i magistrati. “Popolo di poeti e naviganti” come è scritto sul frontone del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, gli Italiani non hanno apprezzato che ci si prenda gioco di loro. Tanto meno i giudici.

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