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Roberto Saviano su Liberation: appuntamento al prossimo attentato.

25 gennaio 2015

Tradurre dal francese il nostro Saviano è stato un piacere.

Saviano (super piccola)Appuntamento a quando il sangue sarà ancora versato e si sarà di nuovo tutti solidali. L’attenzione, la prossimità, tutto si andrà temperando. Tutto si dissolverà, poi ci si darà appuntamento alla prossima strage. Ci si abbraccerà e si avrà la convinzione che la libertà d’espressione debba essere difesa ad ogni costo, perchè è il fondamento di tutti i diritti. Dal Parlamento europeo, dai capi di stato, da Matteo Renzi, Angela Merkel, Francois Hollande e David Cameron, mi aspetto che organizzino, un mese dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, un consiglio europeo dedicato a coloro che pagano ed hanno pagato un pesante prezzo in difesa della libertà d’espressione, coloro che vivono sotto protezione, che hanno subito delle minacce e delle aggressioni, che sono stati vittime di ricatti e violenze di ogni genere. Che l’Europa si riunisca ed ascolti quelli che, nel nome della cultura, dell’arte e dell’informazione, rischiano la loro vita. Che l’Europa capisca che i suoi fondamenti sono nell’esercizio di queste libertà, come la nostra stessa vita. Sono stato colpito dalla frase profetica di Charb: ” Non ho paura di rappresaglie. Non ho figli, moglie, auto nè credito. E’ un po’ pomposo quello che sto dicendo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Si direbbe la professione di fede di un combattente volontario, di uno che sa che ciascuna delle proprie scelte può costare cara alle persone intorno a sè. Charb era un vignettista, dirigeva Charlie Hebdo, ma le sue parole sono quelle di un uomo che parte per il fronte, di un medico in missione nel pieno di una epidemia.

E’ con il ricatto e la paura che si distrugge la libertà d’espressione. Non sono d’accordo con chi afferma che ora il messaggio di Charlie sia arrivato ovunque e che essi abbiano dunque vinto. E’ una visione romantica, troppo facile. No. No: la loro vita era più preziosa di questo, riaffermare dei diritti non giustifica il fatto che l’abbiano sacrificata. I rischi erano stati sottovalutati. Charb non beneficiava di una reale protezione della polizia, solo di un aiutante e di una guardia del corpo armata. Era successa la stessa cosa per Salman Rushdie, al quale venivano ripetute queste parole, che conosco anch’io molto bene:” deponi un mazzo di fiori sulla tomba dell’ayatollah Khomeiny, perchè senza di lui non saresti diventato così celebre”. Di fronte a situazioni di minaccia, non c’è quasi mai una vera solidarietà, piuttosto il sospetto che colui che ne è oggetto, abbia trovato un buon modo per far parlare di sè. La libertà d’espressione non è un diritto acquisito per la stampa e per i tribunali: è un dato di fatto, un principio più forte che tutti i testi giuridici. E’ la sostanza che fa il mondo occidentale libero, malgrado le sue contraddizioni ed i suoi contrasti. E’ l’orizzonte verso il quale sono in marcia milioni di uomini.  Scrivere può essere pericoloso, è evidente. Ma quando chi scrive ne trae un profitto economico, quando si apprende che i suoi testi sono commerciali, allora, inspiegabilmente, si ritiene che meriti un po’ meno di essere protetto, che la sua sicurezza non è così importante, che in fondo fa tutto questo solo per interesse personale. E si conclude dicendo: se l’è un po’ cercata, no? Anche Wolinki ed i suoi compagni hanno subito accuse simili.

Un po’ dappertutto si sentono a mezza voce delle critiche contro le vignette satiriche di Charlie Hebdo, si dice che i vignettisti esasperavano le caricature per aumentare le vendite e ristabilire economicamente il giornale: un umorismo greve, senza mezze misure, a volte indelicato, questo salta subito agli occhi. Ma è pur vero che la blasfemia è un diritto, quando sorgono alcune questioni di principio, questo stesso diritto diventa inviolabile. Ricordiamo che diversi giornali, i quali hanno criticato i presunti eccessi di Charlie Hebdo, pubblicano ogni genere di pettegolezzo e violano, senza alcun pudore, la privacy, come mai ha fatto Charlie. Non bisognerebbe mai tacere o praticare forme di autocensura, per timore di finire vittima di ricatti, minacciati, venire assassinati, questo è indiscutibile.L’Europa di oggi dimentica di difendere la libertà di espressione. Questo oblio non significa che abbia rinunciato a questo diritto, ma che l’ha messo in secondo piano,che si mostra inerte, fino al momento in cui qualcuno lo ha sotterrato con un mucchio di proiettili. Il problema non si pone solo di fronte al terrorismo islamico, ma anche di fronte alla mafia: i governi esitano. i tribunali valutano le minacce come delitti peripatetici, condannando solo quando il sangue è stato già versato. Io mi chiedo: quanti giornalisti sono morti l’anno scorso? 66, e 178 sono stati arrestati. In Turchia 23 giornalisti sono in carcere per avere criticato il governo in carica. Io mi chiedo: come si può così facilmente dimenticare che in Messico ci si fa uccidere per un tweet, che in Arabia Saudita, Raif Badawi è stato condannato a 1000 colpi di frusta ( i primi 50 ricevuti in questi giorni) perchè aveva aperto un forum di siscussione su Islam e democrazia? Dimenticare che in Italia dozzine di persone vivono sotto protezione, che in Danimarca si è già tentato di assassinare Kurt Westergaard, autore di caricature su Maometto? Ci si è già dimenticati , in Messico, di Maria del Rosario Fuentes Rubio, eliminata a causa di una campagna su Twitter ed i tantissimi studenti che avevano partecipato ad una manifestazione? Basta che tutto questo non sia successo a Parigi o a Berlino, per dimenticarcene? Certamente, ” Noi siamo Charlie Hebdo” nel nome di una istintiva solidarietà, quella pulsione che Kant , descriveva come come la capacità immediata di percepire prima della razionalità, come se questa capacità di discernimento fosse innata in noi. Ma si tratta sovente di una forma di adesione collettiva che compare solo dopo che il sangue è stato versato.

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