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Beppe Fenoglio e il Bormida.

21 gennaio 2015

Beppe_Fenoglio_croppedManuela Arami e Paola Scola su La Stampa scrivono sul fiume rinato, anche il mio fiume, che Fenoglio vide al peggio nel 1963, prima di morire per un cancro ai polmoni . Gente combattiva quella della Val Bormida, inquinata, ribelle, ora pronta ad una nuova vita. Speriamo che la nuova vita possa avere una boccata d’ossigeno anche dal Progetto aree interne, alla candidatura dell’area per investimenti mirati alla riqualificazione del territorio. 

Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo». Beppe Fenoglio, in «Un giorno di fuoco», descriveva così lo scempio della Val Bormida, una striscia tra Piemonte e Liguria devastata dalla “fabbrica dei veleni”. Era il 1963. L’Acna, Azienda coloranti nazionali e affini. A lungo sinonimo di lavoro per il versante ligure, di tragedia ambientale per quello piemontese. Fino a oggi. Perché, dopo una travagliata fase di bonifica, ora le acque del Bormida possono di nuovo essere utilizzate per irrigare i campi e pescare.

La rinascita

Il fiume biologicamente morto è un ricordo: dopo gli ultimi esami di Regione, Arpa e Asl, da inizio anno a Saliceto (Cuneo), il paese più contaminato, il sindaco Enrico Pregliasco ha revocato l’ordinanza del ’90. Dal 1° febbraio si potrà pescare. Nasceranno aree «No Kill» per il ripopolamento naturale. «Un evento storico – dicono Bruno Bruna e Ginetto Pellerino, di Rinascita Valle Bormida -, che si aggiunge al rifiorire delle aziende agricole e al ritorno di turisti». Ilvo Barbiero, Val Bormida Viva: «Per tutelare l’irrigazione, il percolato dovrà risultare pari a zero» intorno al sarcofago in cui sono stati “tombati” (si dice così) i rifiuti pericolosi.

Una storia che inizia nel 1882, con la fabbrica di dinamite e i residui sversati nel fiume. Il pretore di Mondovì – è il 1909 – vieta l’utilizzo dei pozzi a Saliceto, Camerana e Monesiglio. L’acqua scorre o ristagna gialla e nera, schiumosa. La fabbrica viene convertita alla produzione di coloranti chimici: dal 1929 è Acna e cambia spesso proprietà.

La storia

Per danni da inquinamento, nel 1938 i contadini si rivolgono al giudice che, dopo 24 anni, dà loro torto. Si apre la stagione delle proteste. Nel ’70 il sindaco di Acqui denuncia ignoti per «avvelenamento delle acque destinate al consumo umano». La Val Bormida collassa. «Odore d’Acna»: per evitarlo, ai viaggiatori sul treno To-Sv viene consigliato di «rialzare i finestrini». Gli scarti industriali finiscono interrati. La commissione parlamentare sui rifiuti, nel 2000, ipotizzerà che 800 mila tonnellate di fanghi siano state smaltite nella discarica di Pianura, a Napoli. Negli Anni ’80 Rinascita della Val Bormida e le altre realtà mobilitano l’intera area. Anche contro il «ReSol», l’inceneritore per il recupero dei solfati progettato sul sito aziendale, per il pericolo di diossina. Nel ’96 il ministro Ronchi lo blocca. L’Acna chiude nel ’99. È l’altrettanto difficile stagione della bonifica, anche dei reflui stoccati nei «lagoons» e della vigilanza sul «sarcofago», che tomba 3 milioni di metri cubi di inquinanti. La fabbrica è anche stata sinonimo di morte, di tumori alla vescica. Oggi, oltre ai risarcimenti, la rinascita diventa reale: e la val Bormida ha prati coltivati e noccioleti.

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