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La genesi dell’attuale terrorismo islamico: le sue origini e le responsabilità storiche

19 gennaio 2015

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Gran parte della società occidentale è stata colta di sorpresa a seguito delle atrocità parigine. Pochi, tra politici, intellettuali e giornalisti sono stati consci dell’imminente pericolo, a differenza dei molti che, chi per malafede, chi per totale ignoranza ha giudicando il terrorismo islamico e la successiva comparsa dell’IS con strumenti approssimativi, traendone altrettante conclusioni frettolose. Gli studiosi  più preparati e diligenti, da tempo hanno compreso la vera radice storica e ideologica di questo fenomeno culminato con l’attacco alle torri gemelle, puntando inesorabilmente il dito verso l’Arabia Saudita. Ma, essendo questo paese formalmente alleato con l’occidente, nonché il primo esportatore di petrolio, le cancellerie e i media occidentali hanno sempre accuratamente evitato di mettere in discussione la sua “moderna” versione conservatrice dell’Islam assai diversa dalle prescrizioni originali. Karen Amstrong, inglese, tra le più autorevoli scholar in storia delle religioni, 45 gg prima che accadessero i tragici fatti in Francia, denunciò sulle pagine del New Statesman l’imminente pericolo, spiegandone scrupolosamente le sue radici religiose e le conseguenze che ne potrebbero derivare. L’autrice  britannica, vincitrice del prestigioso TED prize, ribaltando la vulgata comune che giudica il fenomeno dell’IS e il collegato terrorismo islamico alla pari di un residuo medioevale, lo definisce come un attivo agente all’interno della crisi che sta vivendo la modernità.

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Wahhabism to ISIS: how Saudi Arabia exported the main source of global terrorism [1]

Sebbene l’IS sia senza dubbio un movimento islamico, non è né tipico né tanto meno si rifà al lontano passato, in quanto le sue radici sono nel wahhabismo, una forma di Islam praticata in Arabia Saudita che si sviluppò solo a partire dal 18° secolo.

Karen Armstrong Pubblicato 27 Novembre 2014  http://en.wikipedia.org/wiki/Karen_Armstrong https://www.ted.com/speakers/karen_armstrong

Rilevato che il cosiddetto Stato islamico (IS) distrugge gli Stati nazionali istituiti dagli europei quasi un secolo fa, la sua oscena ferocia sembra incarnare quella violenza che molti la credono insita in generale nella religione e in particolare nell’islam. Inoltre, si ha l’impressione che l’ideologia neoconservatrice, che ispirò la guerra in Iraq, fosse illusoria, in quanto si ritenne che lo Stato nazionale liberale fosse una conseguenza inevitabile della modernità e che, una volta caduta la dittatura di Saddam, l’Iraq non poteva altro che diventare una democrazia in stile occidentale. Invece, l’IS, che è nato dalla guerra in Iraq e che persegue l’intenzione di ripristinare l’autocrazia premoderna del califfato dà l’impressione di un ritorno alla barbarie. Il 16 novembre, i militanti diffusero un video che mostrava la decapitazione di un quinto ostaggio occidentale, l’operatore umanitario americano Peter Kassig, così come avvenne per diversi soldati siriani catturati. Alcuni vedranno nel feroce irredentismo del gruppo la prova della cronica incapacità dell’Islam di abbracciare i valori moderni.

Eppure, anche se l’IS è certamente un movimento islamico, questo non è né tipico, né si rifà a un lontano passato, perché le sue radici sono nel wahhabismo, una forma di Islam praticata in Arabia Saudita che si è sviluppata solo nel 18° secolo. Nel luglio 2013 il Parlamento Europeo identificò il wahhabismo come la principale fonte di terrorismo globale, e tuttavia il Gran Mufti dell’Arabia Saudita, condannando l’IS nel modo più assoluto, ha insistito sul fatto che “le idee di estremismo, il radicalismo e il terrorismo non appartengono all’Islam in alcun modo“. Altri membri della classe dirigente saudita, invece, sembrano volgere un occhio più benevolo verso il movimento, plaudendo la sua ferma opposizione allo Schiismo, la sua pietà salafita e la sua aderenza alle pratiche originali dell’Islam. Questa contraddizione è un valido avviso sull’impossibilità di fare generalizzazioni accurate su qualsiasi tradizione religiosa. Nella sua breve storia, il wahhabismo ha sviluppato almeno due forme distinte, ognuna delle quali ha concepito una completamente diversa presa di posizione sulla violenza.

Nel corso del 18° secolo, parallelamente alla perdita di controllo dei territori periferici da parte delle potenze imperiali musulmane, i movimenti revivalisti sorsero in molte parti del mondo islamico. In Occidente nello stesso tempo, noi stavamo cominciando a separare la Chiesa dallo Stato, ma questo ideale laico era così radicale e rivoluzionario pari all’innovazione dell’economia commerciale che in Europa si stava contemporaneamente elaborando. Nessuna cultura considerava la religione come un’attività puramente privata, separata da occupazioni mondane come la politica, mentre per i musulmani la frammentazione politica della loro società era anche un problema religioso. Poiché il Corano aveva dato loro una missione sacra – per costruire una economia giusta in cui ognuno fosse trattato con equità e rispetto – il benessere politico della umma (comunità) era sempre una questione di sacra importanza. Se i poveri erano oppressi, i miserabili sfruttati e le istituzioni statali corrotte, i musulmani si sentivano in dovere di fare ogni sforzo per riportare giustizia nella società.

Così i riformatori del 18° secolo erano convinti che se i musulmani fossero stati in grado di riconquistare il potere perduto e il prestigio, avrebbero dovuto rifarsi ai fondamenti della loro fede, assicurandosi che Dio – piuttosto che il materialismo o l’ambizione mondana – fosse la cuspide dell’ordine politico. Non c’era niente di militante in questo “fondamentalismo”; piuttosto, fu un tentativo proveniente dal basso per riorientare la società e ciò non implicò la jihad. Uno dei più influenti di questi revivalisti era Muhammad Ibn Abd al-Wahhab (1703-1791), un erudito di Najd in Arabia centrale, i cui insegnamenti ancora oggi ispirano i riformatori musulmani e gli estremisti. Egli era particolarmente preoccupato per il culto popolare dei santi e dei rituali idolatrici sulle loro tombe, che, secondo lui, attribuivano potere divino a puri mortali. Insistette sul fatto che ogni singolo uomo e donna avrebbe dovuto anziché [l’adorazione agli idoli] concentrarsi sullo studio del Corano e sulle “tradizioni” (hadith), sulla pratica abituale (Sunnah) del Profeta e dei suoi compagni. Come Lutero, Ibn Abd al-Wahhab voleva tornare ai primi insegnamenti della sua fede ed espellere tutta la successiva pletora di credenze medievali. Quindi, si oppose al Sufismo e allo Shiismo, intese come innovazioni eretiche (Bidah), esortando tutti i musulmani a rifiutare l’esegesi acquisita nel corso dei secoli dagli ulema (studiosi) ed interpretare i testi per conto loro.

Questo, naturalmente, rese furibondo il clero e impaurì i governanti locali, i quali credevano che interferire con queste devozioni popolari avrebbe causato tensioni sociali. Alla fine, comunque, Ibn Abd al-Wahhab trovò un protettore in Muhammad Ibn Saud, un capo di Najd, che adottò le sue idee. Ma ben presto tra i due si crearono contrasti, perché Ibn Abd al-Wahhab rifiutò di approvare le campagne militari di Ibn Saud mirate al saccheggio e alla [conquista] del territorio, insistendo sul fatto che la jihad non poteva essere condotta per profitto personale, ma era lecita solo [per difendersi] quando la umma fosse attaccata militarmente. Egli vietò anche l’usanza araba di uccidere i prigionieri di guerra, la deliberata distruzione della proprietà e il massacro dei civili, tra cui le donne e i bambini. Né mai affermò che coloro che cadono in battaglia debbano diventare martiri ricompensati con un posto elevato in cielo, perché il desiderio di tale auto-esaltazione era incompatibile con la jihad. Due forme di wahhabismo stavano emergendo: la prima, nella quale Ibn Saud era felice di far rispettare l’islam wahhabita con la spada per migliorare la sua posizione politica, la seconda, ove Ibn Abd al-Wahhab insisteva sul fatto che l’educazione, lo studio e il dibattito erano gli unici mezzi legittimi per diffondere la vera fede.

Eppure, anche se la Scrittura era così centrale nell’ideologia di Ibn Abd al-Wahhab, insistendo che solo la sua versione dell’Islam avesse validità, egli aveva distorto il messaggio coranico. Il Corano fermamente dichiara che “non  ci deve essere alcuna costrizione nelle cose di fede” (2:256), stabilendo che i musulmani devono credere nelle rivelazioni di tutti i grandi profeti (3:84) e che il pluralismo religioso era la volontà di Dio (5:48). Infatti, i musulmani erano stati tradizionalmente prudenti riguardo al takfir, ossia la pratica di dichiarare un fratello musulmano non credente (kafir). Fino a quel momento il Sufismo, che aveva sviluppato un eccezionale apprezzamento per le altre tradizioni religiose, era stata la forma più popolare dell’Islam e aveva svolto un ruolo importante sia nella vita sociale e sia in quella religiosa. “Non lodare la propria fede in modo così esclusivo da rinnegare tutto il resto,” esortò il grande mistico Ibn al-Arabi (d.1240). “Il Dio onnisciente e onnipresente non può essere confinato in una qualsiasi religione.” Era comune per un Sufi dichiararsi né ebreo, né cristiano, né perfino musulmano, perché una volta che intravedi  il divino, tralasci queste distinzioni umane.

Nonostante il suo rifiuto per altre forme dell’Islam, Ibn Abd al-Wahhab si astenne dal takfir, sostenendo che solo Dio potesse leggere il cuore, ma dopo la sua morte i wahhabiti misero questa inibizione da parte e il generoso pluralismo del Sufismo divenne sempre più sospetto nel mondo musulmano. Dopo la sua morte, anche, il Wahhabismo diventò più violento, pari a uno strumento di terrore di Stato. Mentre si cercava di stabilire un regno indipendente, Abd al-Aziz Ibn Muhammad, il figlio e successore di Ibn Saud, utilizzò il takfîr per giustificare il massacro delle popolazioni resistenti. Nel 1801, il suo esercito saccheggiò la città santa sciita di Karbala in quel [territorio] che oggi è l’Iraq, saccheggiando la tomba di Imam Husain, e massacrando migliaia di sciiti, tra cui donne e bambini; nel 1803, terrorizzata e in preda al panico, la città santa della Mecca si arrese al leader saudita.

Alla fine, nel 1815, gli Ottomani spedirono Muhammad Ali Pasha, governatore d’Egitto, per schiacciare le forze wahhabite e distruggere la loro capitale. Ma il wahhabismo diventò ancora una volta una forza politica e questo accadde durante la prima guerra mondiale, quando il capo saudita – un altro Abd al-Aziz – fece un nuovo passo verso la statualità e cominciò a ritagliarsi un grande regno per sé stesso in Medio Oriente con il suo devoto esercito beduino, conosciuto come la Ikhwan, la “Fratellanza”.

Nella Ikhwan vediamo le radici dell’IS. Disgregare le tribù e fare loro perdere la dipendenza dalla vita nomade, che fu considerata incompatibile con l’Islam divenne lo scopo prioritario. Il clero wahhabita aveva insediato i beduini nelle oasi, dove conducendo una vita sedentaria costoro impararono a praticare l’agricoltura e l’artigianato, venendo altresì indottrinati all’islam wahhabita. Una volta che le tradizionali scorrerie ghazu furono sostituite (in genere si concludevano con la rapina di bestiame) con la jihad, questi combattenti beduini diventarono più violenti ed esagerati, coprendosi il volto in presenza di europei o arabi non sauditi e combattendo con lance e spade perché disprezzavano le armi non utilizzate dal Profeta. Nelle antiche scorrerie ghazu, i beduini contenevano al minimo il numero di perdite e non attaccavano i non combattenti. Diversamente, gli Ikhwan regolarmente massacravano gli “apostati”, gli abitanti inermi a migliaia, non avevano nessuna remora nel macellare donne e bambini, e abitudinariamente sgozzano tutti i prigionieri di sesso maschile.

Nel 1915, Abd al-Aziz pianificò di conquistare lo Hijaz (una zona a ovest dell’attuale Arabia Saudita che comprende le città di Mecca e Medina), il Golfo Persico ad est di Najd, e il territorio che ora costituisce la Siria e la Giordania nel nord, sennonché nel corso del 1920 ridimensionò le sue ambizioni per acquisire prestigio diplomatico in qualità di Stato nazione dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. Gli Ikhwan, tuttavia, continuarono a saccheggiare i protettorati britannici dell’Iraq, della Transgiordania e del Kuwait, insistendo sul fatto che nessun limite poteva essere imposto alla [diffusione] della jihad. Relativamente [al processo] di modernizzazione, Bidah, gli Ikhwan attaccarono anche Abd al-Aziz in quanto permise l’uso dei telefoni, delle auto, del telegrafo, la [diffusione] della musica e del fumo – infatti ciò era sconosciuto ai tempi di Maometto – fino a quando finalmente Abd al-Aziz soffocò la loro ribellione nel 1930.

Dopo la sconfitta degli Ikhwan, il wahhabismo ufficiale del regno saudita abbandonò la jihad militante e divenne un movimento religioso conservatore, simile a quello originale al tempo di Ibn Abd al-Wahhab, tranne che per il takfîr che era ormai una pratica accettata, anzi, essenziale per la fede wahhabita. D’ora in poi ci sarebbero sempre state tensioni tra l’establishment saudita e i wahhabiti più radicali. Lo spirito degli Ikhwan e il loro sogno d’espansione territoriale non si estinse, infatti costoro riconquistarono nuovo terreno nel 1970, quando il regno divenne centrale per la politica estera occidentale nella regione [del MO]. Washington si compiacque per l’opposizione dei sauditi al nasserismo (l’ideologia socialista pan-araba del secondo presidente egiziano, Gamal Abdel Nasser) e all’influenza sovietica. Dopo la Rivoluzione iraniana, [gli USA] diedero un tacito sostegno al progetto saudita di contrastare il radicalismo sciita mediante il Wahhabising in tutto il mondo musulmano.

L’impennata del prezzo del petrolio a seguito dell’embargo del 1973 – quando i produttori arabi tagliarono le forniture agli Stati Uniti per protestare contro il sostegno militare degli americani a Israele – diede al regno tutti i petrodollari necessari per esportare la sua forma peculiare d’Islam. La vecchia [concezione] militare della jihad per diffondere la fede fu allora sostituita da un’offensiva culturale. La The Saudi Muslim World League aprì uffici in ogni regione abitata da musulmani, e il ministero saudita della religione stampò e distribuì traduzioni wahhabite del Corano, testi dottrinali wahhabiti e gli scritti di pensatori moderni, (Sayyids Abul – A’la Maududi e Qutb) coerenti con le loro posizioni conservatrici, alle comunità musulmane di tutto il Medio Oriente, Africa, Indonesia, Stati Uniti e in Europa. In tutti questi luoghi, finanziarono la costruzione di moschee in stile saudita dirette da predicatori wahhabiti e istituirono madrasse, le quali fornirono istruzione gratuita ai poveri, ovviamente, d’ispirazione wahhabita. Allo stesso tempo, i giovani dei paesi musulmani più poveri, come l’Egitto e il Pakistan, che trovarono lavoro nel Golfo per sostenere le loro famiglie, associarono il loro relativo benessere con il wahhabismo. Ritornati nel loro paese d’origine, costoro esportarono il modello religioso e di vita sociale saudita, vivendo in nuovi quartieri con moschee wahhabite  e centri commerciali che prevedono la segregazione dei sessi. Dato che i sauditi chiesero conformità religiosa in cambio della loro munificenza, il rifiuto wahhabita verso tutte le altre forme di Islam e altre religioni s’imporrebbe tanto profondamente in Bradford, in Inghilterra, e Buffalo, New York, quanto in Pakistan, Giordania o Siria: ovunque minando gravemente il pluralismo tradizionale dell’Islam.

Un’intera generazione di musulmani, di conseguenza, è cresciuta con una un’immagine anticonformista dell’Islam che s’identificava con l’intolleranza e con una sua visione negativa delle altre fedi. Una ortodossia che pur non essendo necessariamente estremista, tuttavia costituiva terreno di coltura del radicalismo. Mentre in passato, la colta esegesi degli ulema, che i wahhabiti respinsero, tenne le interpretazioni estremistiche della Scrittura sotto controllo; ora i liberi pensatori non qualificati, come Osama Bin Laden erano liberi di sviluppare letture decisamente poco ortodosse del Corano. Per prevenire la diffusione del radicalismo, i sauditi cercarono di deviare le attenzioni delle giovani generazioni dai problemi interni del regno nel corso degli anni 80, incoraggiando un sentimento pan-islamista, di cui il wahhabita ulema non approvava.

Mentre gli islamici in paesi come l’Egitto hanno combattuto la tirannia e la corruzione nel proprio paese, gli islamici sauditi si focalizzarono sulla umiliazione e l’oppressione dei musulmani in tutto il mondo. Nelle loro confortevoli case la televisione diffuse immagini della sofferenza musulmano in Palestina o in Libano. Inoltre, il governo incoraggiò i giovani ad aderire al flusso costante di reclute che dal mondo arabo si unirono nella jihad afghana contro l’Unione Sovietica. La reazione di questi militanti potrebbe fare luce sulla motivazione di coloro che aderiscono oggi alla jihad in Siria e in Iraq.

Un sondaggio sui maschi sauditi, che partirono volontari per l’Afghanistan e che in seguito combatterono in Bosnia e in Cecenia o furono addestrati nei campi di al-Qaeda, scoprì che la maggior parte di essi non erano motivati dall’odio verso l’occidente, ma dal desiderio di aiutare i loro fratelli e sorelle musulmani: più o meno nello stesso modo in cui gli uomini di tutta Europa lasciarono la propria casa nel 1938 per combattere i fascisti in Spagna, e come gli ebrei di tutta la diaspora si affrettarono a [raggiungere] Israele all’inizio della guerra dei sei giorni nel 1967. Il benessere della umma era sempre stata una preoccupazione politica e spirituale nell’Islam, quindi la situazione disperata dei loro fratelli musulmani toccò in modo profondo la loro identità religiosa. Questa enfasi pan-islamista fu anche al centro della propaganda di Bin Laden, e i video sui martiri sauditi che presero parte alle atrocità del 9/11 mostrano quanto [questi volontari] fossero influenzati non tanto dal wahhabismo quanto dal dolore e dall’umiliazione della umma nel suo complesso.

Come gli Ikhwan, l’IS rappresenta una ribellione contro il wahhabismo ufficiale della moderna Arabia Saudita. Le sue spade, i volti coperti e le spietate esecuzioni, il tutto ricorda l’originale Fratellanza. Ma è improbabile che le orde dell’IS consistano interamente d’irriducibili jihadisti. Un numero consistente [di affiliati] sono probabilmente laici che risentono dello status quo in Iraq: baathisti facenti parte del regime di Saddam Hussein e di ex soldati provenienti dallo smembramento del suo esercito. Questo spiegherebbe la forte performance dell’IS contro le forze militari professionali. Con ogni probabilità, poche delle giovani reclute sono motivate sia dal wahhabismo o sia dai più [profondi] ideali tradizionali musulmani. Nel 2008, l’Unità detta della Scienza del Comportamento del MI5 notò che, “lungi dall’essere fanatici religiosi, un gran numero di coloro che sono coinvolti nel terrorismo non praticano regolarmente la loro fede. Molti mancano d’alfabetizzazione religiosa e potrebbero. . . essere considerati come novizi religiosi”. Una parte significativa di coloro che furono condannati per reati di terrorismo dopo gli attentati del 9/11 furono non-osservanti, o [semplicemente] autodidatti, o, come l’attentatore nel recente attacco al parlamento canadese, convertita all’Islam. Costoro, pretendono di agire in nome dell’Islam, come se un principiante senza talento suonasse una sonata di Beethoven producendo solo cacofonia. Due jihadisti wannabe [aspiranti] che partirono da Birmingham per la Siria lo scorso maggio avevano ordinato da Amazon “l’Islam per principianti”.

Sarebbe un errore considerare l’IS come un ritorno al passato; come il filosofo britannico John Gray ha sostenuto, l’IS è un movimento assolutamente moderno che è diventato un efficiente business [dotato di capacità] di auto-finanziamento, con un patrimonio stimato in 2 miliardi di dollari. Il suoi saccheggi, il furto di lingotti d’oro dalle banche, i rapimenti, l’estrazione del petrolio nei territori conquistati e le estorsione hanno reso questo gruppo jihadista il più ricco del mondo. Non c’è nulla di casuale o d’irrazionale circa la violenza dell’IS. I video delle esecuzioni sono attentamente e strategicamente pianificati per ispirare terrore, scoraggiare il dissenso e seminare il caos nella stragrande popolazione.

L’uccisione di massa è un fenomeno assolutamente moderno. Durante la Rivoluzione francese, che portò alla nascita del primo stato laico in Europa, i giacobini pubblicamente decapitarono circa 17.000 uomini, donne e bambini. Nella prima guerra mondiale, i Giovani Turchi massacrarono oltre un milione di armeni, tra cui donne, bambini e anziani, per “purificare” la nazione turca. Come i bolscevichi sovietici, i Khmer Rouge e le Guardie Rosse cinesi tutti utilizzarono sistematicamente il terrorismo per eliminare la corruzione, allo stesso modo, l’IS utilizza la violenza per realizzare un unico e ben delimitato obiettivo che sarebbe impossibile senza tale massacro. Come tale, questa è un’altra espressione del lato oscuro della modernità.

Nel 1922, come Mustafa Kemal Atatürk salendo al potere, completò forzatamente l’epurazione razziale [condotta] dai Giovani Turchi, deportando tutti i cristiani di lingua greca residenti in Turchia; nel 1925 dichiarò nullo il califfato che l’IS ha promesso di ripristinare. Il califfato era stato a lungo politicamente lettera morta, ma poiché simboleggiava l’unità della umma e del suo legame con il Profeta, i musulmani sunniti piansero la perdita come un trauma spirituale e culturale. Sennonché, il califfato progettato dall’IS non ha il sostegno internazionale tra gli ulema, ed è irriso in tutto il mondo musulmano. I limiti dello Stato nazionale stanno diventando sempre più evidenti nel nostro mondo; questo è particolarmente vero in Medio Oriente, che non ha la tradizione del nazionalismo, e dove le frontiere disegnate da invasori erano così arbitrarie che era pressoché impossibile creare uno spirito veramente nazionale. Anche qui, l’IS non si rifà semplicemente a un’epoca passata, ma, sebbene in modo inusuale, enuncia una preoccupazione moderna.

Lo Stato-nazione liberal-democratico sviluppato in Europa, in parte per servire la rivoluzione industriale fece degli ideali dell’Illuminismo [il perseguimento] di necessità pratiche a discapito delle sue nobili aspirazioni. Questa è la sua imperfezione, il suo tallone d’Achille, che è sempre stata l’incapacità di tollerare le minoranze etniche: una mancanza che [fu] responsabile di alcune delle peggiori atrocità del 20° secolo. In altre parti del mondo, dove la modernizzazione si sviluppò in modo diverso, gli altri sistemi politici possono essere più appropriati. Così lo Stato liberale non è una conseguenza inevitabile della modernità; il tentativo di produrre la democrazia in Iraq con i metodi coloniali d’invasione, sottomissione e d’occupazione poteva tradursi soltanto in una nascita innaturale, e così l’IS è emersa dalla distruzione che si è creata.

L’IS potrebbe essere andata oltre i propri limiti; le sue politiche potrebbero non essere sostenibili e inoltre deve affrontare la decisa opposizione dei sunniti e dei sciiti musulmani. È interessante notare che l’Arabia Saudita, con le sue imponenti risorse per la lotta al terrorismo, ha già ostacolato il tentativo dell’IS di lanciare una serie di attacchi nel regno saudita e può essere l’unica potenza regionale in grado di soffocarlo. La sparatoria in Canada del 22 ottobre, in cui un musulmano convertito uccise un soldato [a guardia] di un memoriale di guerra, indica che il contraccolpo in Occidente è iniziato; per affrontare realisticamente la nostra situazione, abbiamo bisogno di una comprensione consapevole del ruolo preciso e limitato dell’Islam nel conflitto, e di riconoscere che l’IS non è un ritorno a un passato atavico e primitivo, ma, in un certo senso, un prodotto della modernità

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