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Spesa sanitaria: solo il pubblico è da deplorare?

24 ottobre 2014

Zombie PatentE’ ormai invalsa l’idea che tutto ciò che è identificato come “pubblico servizio” per la fruizione di beni sociali sia fonte di spreco e di corruzione; per contro, secondo la teorica liberale economica e politica, il privato per sua supposta natura, a pari condizioni d’offerta, garantirebbe, sia al margine sia nella totalità, una considerevole riduzione dei costi. Tale risparmio, a detta dei suoi sostenitori, potrebbe essere destinato a incrementare gli investimenti e quindi rimettere in circolo nuova ricchezza. Questa credenza, seppur smentita dall’analisi empirica dei fatti (vedi il noto caso dei subprime) è alimentata da ciò che in gergo economico si chiama “asimmetria informativa”. Questo concetto sta a significare che non tutta l’opinione pubblica è in grado di valutare obiettivamente i casi in questione. Il meccanismo mediante il quale si applica questo processo distorsivo è noto e studiato da tempo: un ben organizzato “squilibrio” tra il volume delle notizie in una direzione rispetto a un’altra, in funzione di un fine prestabilito, crea in molti la convinzione della giustezza di quel dato fine. 

Un’altra ricorrente fallacia è quella di sostenere che il libero mercato, per quanto concerne la fruizione dei servizi sociali, in virtù della presunta concorrenza, allochi le risorse in modo efficiente, altrimenti impossibile a farsi in una conduzione dettata dalla mano pubblica. Ovviamente, le posizioni estreme disegnano scenari che non si attagliano alle caratteristiche della natura umana, tanto più complessa di quanto le semplificazioni ideologiche vogliono far apparire. Alcuni suggeriscono che la competizione è vantaggiosa quando è inquadrata in una griglia di regole certe e condivise, entro cui i diritti dei singoli e delle collettività siano salvaguardati. Ma, come la storia economica c’insegna, il capitale, per sua intrinseca natura, si dimostra allergico alle regole al punto che frequentemente utilizza artifici semi-legali, espedienti e corruttele per aggirarle. Non sorprende che siano gli stessi che vengono addebitati al pubblico servizio, con una sola differenza: spesso questi sotterfugi sono ancor più onerosi al cittadino consumatore o utente fruitore di quanto lo siano i danni provocati dall’imperizia della pubblica offerta.

Parliamo di spesa sanitaria, leggiamo ciò che scrive il The Economist a proposito della conclamata perfettibilità del privato.

Buona lettura

fg

Zombie patent

Le compagnie farmaceutiche sono abili a estendere la durata dei brevetti a scapito dei consumatori   21 giugno 2014

the-economist-logoE’ difficile pensare a un settore in cui la concorrenza sia più importante di quello dei prodotti farmaceutici. Poiché i costi sanitari salgono a razzo, i tagli sui prezzi – spesso del 85% o addirittura di più – sono quelli che i farmaci generici offrono come un modo semplice per risparmiare. L’ibuprofene è un buon esempio. Nei primi anni 1980 il farmaco, che lenisce il dolore e le infiammazioni, era un costoso prodotto brevettato. Oggi, la Boots, un’industria farmaceutica britannica, vende 16 compresse di generico per 40 pence (68 centesimi $), a soli 2,5 pence per pillola. In America, il farmaco può essere acquistato in grande quantità per un soldo ciascuna. Infatti, la concorrenza dei generici è così dolorosa per le aziende farmaceutiche che queste hanno inventato una serie d’ingegnosi palliativi, sfruttando le leggi sui brevetti per far sì che si possano mantenere i prezzi elevati.

I brevetti creano monopoli a breve termine. L’accordo è semplice: l’inventore del farmaco conferisce la sua formula un valore pubblico e in cambio gli viene concessa una “corsia preferenziale” della durata fino a 20 anni rispetto alla libera concorrenza del mercato. Questo fornisce ai pionieri il tempo per recuperare i costi di ricerca e di sviluppo per i nuovi composti, i quali sono di vitale importanza per la creazione di un nuovo farmaco e che possono costare fino a 5 miliardi di dollari. Il brevetto, garantendo un rendimento soddisfacente, fa sì che le aziende abbiano sia i mezzi e sia l’incentivo per continuare ad innovare.

Quando il brevetto raggiunge la data di scadenza, il confortevole monopolio evapora, dando luogo a una concorrenza spietata. Gli operatori sul mercato hanno tre modi per difendersi. Nel primo caso il marketing è in grado di creare una domanda su una specifica marca commerciale, smorzando la tentazione di passare a prodotti di basso prezzo. L’ibuprofene ne è una testimonianza. [La molecola] fu sviluppata dai chimici della Boots nel 1960, il cui brevetto è venuto a scadere nel 1984. Tuttavia, l’azienda britannica un anno prima creò il Nurofen, un brand dell’ibuprofene. Il sapiente mix di confezionamento e pubblicità protesse i suoi profitti. Il marchio redditizio del Nurofen è stato venduto nel 2006; la Boots vende ancora il prodotto, che costa cinque volte di più rispetto al suo equivalente generico.

Una seconda strategia induce i clienti verso nuovi farmaci che sono ancora protetti da brevetto. Il caso dell’omeprazolo, un farmaco per ridurre l’acidità di stomaco che fu sviluppato dalla AstraZeneca nel 1980, ci mostra come funziona. Commercializzato come Losec in Gran Bretagna e Prilosec in America, diventò uno dei farmaci più venduti al mondo a metà degli anni 1990. Con il brevetto in procinto di scadere nel 2001, l’AstraZeneca dovette affrontare un calo dei profitti. Così la società ripensò il suo farmaco e lo adattò, creando un composto strettamente correlato al precedente dal nome esomeprazolo, che vendette come Nexium. Benché sia un chiaro derivato dal farmaco originale, questo venne considerato come nuovo a cui fu rilasciato un brevetto. Una grande campagna di marketing e di prezzi attraenti contribuirono a spostare la domanda dal Losec e verso Nexium. Con l’ausilio di questa strategia, le vendite tra il 2006 e il 2013 ammontarono a quasi 40 miliardi dollari.

Questa sorta di “follow on”  (derivazione) del brevetto è assai comune. In un nuova ricerca Sotiris Vandoros della London School of Economics  rileva ciò che accade quando i brevetti scadono in due importanti classi di farmaci: Gli ACE inibitori, usati per trattare la pressione sanguigna, e i proto pump, ossia gli inibitori della produzione di acido gastrico, come l’omeprazolo. Il ricercatore ha monitorato le vendite di questi farmaci dopo la scadenza dei brevetti in sei paesi europei tra il 1991 e il 2006, misurando il cambiamento sia verso i farmaci generici e sia verso i composti correlati, ma ancora brevettati. Le conclusioni del signor Vandoros sono preoccupanti. Quando scaddero i brevetti del ​​Captopril, uno tra i più noti ACE inibitori, le versioni generiche a basso costo si sono rese disponibili. Ma il volume totale delle vendite di tutte le versioni del farmaco calò piuttosto che salire mentre la domanda si spostò verso i prodotti brevettati più costosi. Altri farmaci hanno mostrato modelli simili, il che significa che la concorrenza dei generici non riusciva a tagliare i costi.

Ancor più preoccupante che tenere alla larga la concorrenza con l’astuzia del marketing o con l’espediente chimico è terza opzione adottata dalle aziende farmaceutiche: pagano i produttori di farmaci generici per non competere. Dai primi anni 2000 gli accordi cosiddetti “pagare per il ritardo” sono diventati più comuni. Una società con un brevetto che sta per scadere strappa un affare: paga una tassa ai concorrenti potenziali per non competere, conservando così il suo monopolio. Un accordo pay-for-delay tra AstraZeneca e tre grandi produttori di generici ha contribuito a proteggere Nexium dalla concorrenza tra il 2008 e il maggio 2014.

I costi economici di queste tre strategie variano enormemente. Il marketing è un modo decente per competere. I puristi forse vorrebbero che le imprese cercassero di superarsi a vicenda, dedicando più soldi per la genuina ricerca e gli economisti forse si lamenterebbero dell’irrazionalità di chi acquista farmaci di marca a dieci volte il prezzo di un identico generico. Ma nonostante i cavilli, il mercato funziona: c’è una scelta, tra cui l’opzione a basso costo.

Dare alla concorrenza un colpo di adrenalina

Farmaci di “follow-on” (di derivazione) sono una zona grigia. Alcuni credono che molti siano veramente nuove invenzioni, abbastanza differenti da giustificare un fresco brevetto. I difensori delle grandi case farmaceutiche sostengono che la riprogettazione del prodotto è il sintomo di un mercato sano e innovativo. Ciononostante, il garante della concorrenza americana, la Federal Trade Commission (FTC), recentemente ha deciso che le normali regole generiche non si applicano: i nuovi prodotti possono danneggiare la concorrenza di mercato. Nel 2012 una memoria legale è stata depositato in tal senso che riguarda la Warner Chilcott, una ditta farmaceutica che ha riformulato un antibiotico per tre volte. La strategia dell’azienda, che la FTC chiama “product hopping“, (un salto di prodotto) ha offerto poco in termini d’innovazione farmacologica, ma ha contribuito a mantenere i generici fuori dal mercato sostenendo un monopolio.

Se i “balzi da un prodotto all’altro” suggeriscono una concorrenza malaticcia, le offerte “pay-per-delay” sono come una malattia terminale. Essi impongono enormi costi superflui ai consumatori: i 40 contratti stipulati nel 2012 coprono le vendite annuali di farmaci per 8,1 miliardi dollari; secondo i rapporti recenti della FTC, il “paga-per-ritardo” costa circa 3,5 miliardi dollari l’anno. Fortunatamente, il pay-per-delay sono sul punto di perdere la protezione. In virtù di una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, promulgata lo scorso anno, il contestare tali offerte dovrebbe essere più agevole in conformità alle leggi sulla concorrenza.

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