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Riforma della scuola. O giù di lì.

4 settembre 2014

Cosa si intende per “riforma” di quel mondo complesso chiamato scuola? Che cosa vuoi riformare quando non ci sono soldi per sostituire i colleghi malati, per fare corsi di recupero, per insegnanti di sostegno? Ci inventiamo la sigla Bes e li promuoviamo tutti senza essere riusciti ad aiutarli veramente. Che fatica, dopo 30 anni di lavoro, fare finta che vada tutto bene, che la scuola sia un’isola felice in cui far crescere gli uomini di domani. Molto, molto faticoso, alla faccia delle riforme.
Giorgio Simonelli.

Non voglio intervenire sulle proposte che il governo ha fatto riguardo alla scuola. Anche se per parecchi anni sono stato un insegnante nella scuola media superiore, da troppo tempo l’ho lasciata per poterne conoscere i veri problemi. Ma su un aspetto della questione, quello della comunicazione del progetto, delle parole scelte per definirlo, credo sia necessaria una puntualizzazione. Tutti, i ministri e gli organi di informazione cartacea o televisiva parlano di “riforma”. E commettono una grande sciocchezza.

Una riforma è un’altra cosa, usare la parola in questo caso è assolutamente fuori luogo, ora per eccesso ora per difetto. Chiamare riforma della scuola una procedura, anche nuova e massiccia, di immissione in ruolo dei docenti è un eccesso di enfasi. Una riforma è qualcosa che si occupa dei contenuti dell’insegnamento, che pensa a cosa si deve insegnare, a che età, per quanto tempo, che si chiede per esempio se ha senso proporre una molteplicità di corsi di secondaria superiore ( licei e istituti tecnici), quanto devono durare (Berlinguer pensava 4 anni, ora non se ne parla più). Una riforma si chiede anche perché si debba insegnare una certa cosa, quali obiettivi di formazione si vogliono raggiungere, una riforma degna di questo nome si pone anche il problema della durata dell’obbligo scolastico, che in Italia è ancora tra le più basse. L’immissione in ruolo dei docenti, il superamento del precariato più che una riforma è una toppa, un tacòn, si dice nei dialetti padani, che non è detto sia peggio del buco come recita un famoso detto, ma resta una toppa e sarebbe bello sapere chi ha prodotto il gigantesco buco che si deve colmare.

Fin qui si pecca per eccesso nella definizione, ma c’è anche un peccato per difetto. Nella proposta del governo c’è, infatti, anche la promessa di valutare la qualità degli insegnanti e di premiare economicamente i migliori. Idea strepitosa! Ma c’è un problema: con quali criteri si stabilirà la qualità dell’insegnante e chi lo farà? Il preside? Gli studenti? I genitori? O le famose aziende che entreranno nel progetto formativo? Per quel poco di esperienza dell’insegnamento che ho, direi che la misurazione del valore di un insegnante è una delle cose più difficili che esistano, un’impresa ai limiti dell’impossibile.

Chiamare una proposta del genere riforma è una forma di modestia davvero eccessiva e inconsueta in un premier come Renzi. Qui non si tratta solo di riforma, qui siamo nel campo della magia o del miracolo.

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