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Il tragico ciclo: le potenze occidentali e il Medio Oriente

28 agosto 2014

Inizialmente decisi che avrei fatto un sunto di questo breve saggio, da me spero ben tradotto, scritto dallo storico inglese John Bew (professore al King’s College di Londra http://www.kcl.ac.uk/sspp/departments/warstudies/people/readers/bew.aspx) , sulla intricata genesi medio-orientale. Poi, considerata la sua esaustività, gli intrecci storici ben documentati, ilgiudizio politico dell’autore e le conclusioni da lui tratte, pensai che chi fosse veramente interessato a volgere lo sguardo su questa parte del mondo, da cui il termine “massacro” si consuma da tempo nella banale quotidianità delle genti, ne avrebbe ricavato un quadro più completo, senza intermediazioni di sorta. Ciò che colpisce in questo scritto è la visione equilibrata dell’autore, scevra da ogni fallacia ideologica, che induce il lettore a fare scempio di tanti luoghi comuni: le storiche colpe degli occidentali, il presunto solido intreccio pan-arabo, la manichea divisione tra buoni e cattivi e la supposta colpa sionista. John Bew riporta sulla terra le tanto declamLawrence (1)ate divisioni teologiche che, secondo la classica vulgata, sarebbero le fonti di perenni guai, incarnandole nell’egoismo dei potenti o nella loro semplice ignoranza. Lo storico inglese non dimentica di citare il pensiero critico di T.E. Lawrence, uno dei più talentuosi arabisti del 900, che noi conosciamo, mediante la filmografia, nella figura picaresca di Lawrence d’Arabia.

Il breve saggio è tratto dal noto periodico politico inglese The New Statesman, http://www.newstatesman.com/ di fede labourista.

Buona lettura

fg

The tragic cycle: western powers and the Middle East 

La storia fornisce una lezione che fa riflettere sul coinvolgimento occidentale in Medio Oriente. L’insegnamento sta nel fatto che quando le superpotenze si allontanano, la pace, il progresso, la moderazione e la stabilità non seguono necessariamente il loro posto.

di John Bew Pubblicato 21 agosto 2014 

Nel dicembre del 1971, all’inizio dei “Troubles” in Irlanda del Nord, l’allora Ministro degli Interni di Edward Heath, Reginald Maudling, annunciò che il governo britannico era riuscito a garantire che un “un livello accettabile di violenza” era stato raggiunto. Al di fuori dal contesto, queste parole imbarazzanti – che sostanzialmente significavano che la guerra civile era stata evitata – da allora in poi sono state rigettate al governo molte volte. Si disse che denotassero una povertà di ambizione, il che implicava che il popolo dell’Irlanda del Nord avrebbe dovuto aver a che fare con il terrorismo e la guerra civile come fosse parte della vita di tutti i giorni. La conflagrazione attuale in tutto il Medio Oriente fa venire in mente le parole di Maudling ancora una volta. Pare che quanto più ampie le fiamme si diffondono, tanto meno l’Occidente sembra che si occupi dei dettagli. L’unica eccezione a questa mia considerazione è il conflitto israelo-palestinese, per il quale c’è stata storicamente una soglia inferiore di tolleranza riguardo i “livelli accettabili di violenza” rispetto ad altrove in Medio Oriente. Questo è un fenomeno su cui sono state date molte spiegazioni. Alcuni sottolineano che esiste un doppio standard quando si tratta di formulare critiche nei confronti d’Israele, soprattutto se tale difformità di giudizio è paragonata con gli atti commessi da brutali regimi autoritari come quello siriano. Si riporta la segnalazione che il bilancio delle vittime nella guerra civile in Siria è stato di 3.000 morti nel solo mese di luglio. Altri 1.300 civili sono stati uccisi in Iraq nello stesso mese.

Altri hanno detto che Israele occupa un posto speciale nella psiche occidentale, perché esso ha l’appoggio dei più potenti Stati occidentali e perché, essendo una democrazia, dovrebbe essere tenuto ad un livello più elevato di comportamento, da qui la maggiore enfasi sulla questione della “proporzionalità” nella guerra attuale a Gaza. Entrambe le proposte hanno un elemento di verità. Eppure c’è forse una terza spiegazione per la disperazione che ha permeato l’ultima violenza viscerale a Gaza. Accade che tra tutti i conflitti che divorano il Medio Oriente, quello fra Israele-Palestina è visto come portatore di una soluzione che sia concepibile e possibile prevedere per quelli che dal di fuori la osservano. Mentre la “mano della storia” è arrivata e partita, qui, in molte occasioni passate, diversi accordi di pace sono stati vicini a concludersi. In effetti, l’ultima guerra è scoppiata dopo dieci mesi di colloqui guidati dal segretario di stato americano John Kerry. Questi iniziarono nel luglio 2013, ed erano orientati a un accordo finale entro la metà di quest’anno.

Kerry avviò il processo nella sincera convinzione che avrebbe potuto raggiungere il successo, e ci sono stati scorci fugaci di progresso. Il contrasto con la Siria – o addirittura con l’Iraq, che in assenza di decisioni l’azione predefinita consiste in un’alzata di spalle – è degno di nota.  Un errore ritenuto in questi ultimi anni si basa sul fatto che il conflitto israelo-palestinese sia stato la principale fonte di torti del Medio Oriente e quindi una “radice” del terrorismo internazionale, piuttosto che un altro dei suoi tanti interconnessi micro-conflitti. Questa considerazione era considerata tempo addietro una saggezza acquisita tra le voci influenti al Foreign Office e, ironicamente fu rafforzata da Tony Blair nel 2001-2002 come contrappunto al  “soft power” per i lati più duri della “guerra al terrore”. Ora sembra una ostinata iper- semplificazione di un’epoca precedente, quando il coperchio non era ancora stato fatto saltare per esporre il grado di divisioni interne tra Egitto, Siria e Iraq, e quando la guerra fredda regionale tra l’Arabia Saudita e l’Iran non si era stagliata in così grandi dimensioni. Il conflitto di Gaza non è una priorità per i vicini Stati arabi nel modo in cui una volta avrebbe potuto essere., benché l’abbiano sempre visto attraverso il prisma delle loro preoccupazioni. Questa cosa ora è più evidente rispetto a prima. Ne è la testimonianza un commento di Bashar al-Assad sulla guerra del 16 luglio, in cui egli si disfò di Hamas, distinguendo “tra i veri combattenti della resistenza, che noi sosteniamo, e i dilettanti che indossano la maschera della resistenza in base ai loro interessi, al fine di migliorare la loro immagine o per consacrare la loro autorità “. Assad si è infuriato per il sostegno di Hamas ai ribelli in Siria. Hezbollah, che è stata impegnata nella guerra settaria in Siria per conto di Assad, ha pizzicato un tono più emolliente, esprimendo solidarietà per Hamas. Ma tali espressioni di solidarietà intra-musulmane sembrano opportunistiche se prese in un contesto più ampio. Nei mesi di maggio e di luglio, due comandanti di Hezbollah di alto profilo sono stati uccisi in Siria e in Iraq in una sedicente sciita “jihad” contro le forze sunnite, senza un sionista in vista.  Ci sono prove che suggeriscono che perfino alcuni degli Stati sunniti della regione, in particolare l’Arabia Saudita e l’Egitto, non sono stati del tutto infelici del danno inflitto su Hamas, che è la diramazione locale dei Fratelli Musulmani a Gaza. Nel frattempo, l’Egitto non è un mediatore disinteressato, ma conserva piuttosto le proprie preoccupazioni per la sicurezza sul confine con Gaza e il Sinai (dove affronta una insurrezione violenta adottando un basso profilo). Gli sforzi separati di John Kerry per negoziare con la Turchia e il Qatar, sostenitori regionali di Hamas, si sono imbattuti contro le obiezioni degli Egiziani e di Fatah, acerrimi rivali di Hamas in Cisgiordania. Così, un altro consolidato mantra della politica mediorientale, reso famoso da Henry Kissinger nel 1971, è in pericolo di essere capovolto: “Non si può fare la guerra. . . senza l’Egitto e non si può fare la pace senza la Siria “.

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Queste strane anomalie della scena politica in Medio Oriente stanno creando una rete sempre più intricata. Ognuno sta dilettandosi in un gioco, ma nessuno è sicuro in merito al finale della partita. Vi è un’ampia lotta tra sunniti e sciiti per la supremazia, in cui l’Arabia Saudita e l’Iran sono i principali protagonisti a livello statale. Ma questo non si traduce facilmente in eventi sul terreno, dove la panoplia di attori non statali è senza precedenti.  L’Iran rimane uno dei più grandi sostenitori e fornitore di armi ad Hamas, ma fa niente che si possa fare per puntellare Assad contro la prospettiva di una vittoria sunnita in Siria. Un altro paradosso è che una grande quantità di soldi proveniente dal Golfo viene veicolata verso i rappresentanti più estremi dell’opposizione siriana (compresi i jihadisti), laddove l’insorgenza della relativamente moderata posizione del partito dei Fratelli Musulmani in Egitto fu accolta con disperazione a Riyadh. I jihadisti dello Stato islamico (precedentemente conosciuto come “Isis”) hanno recentemente deriso riguardo alla “ragion d’essere” di Hamas, commentata come un gruppo che s’ispira ai falsi idoli della “libertà” e della “liberazione nazionale”. Nel mese di luglio, un importante religioso salafita egiziano, Talaat Zahran, dichiarò che Gaza era non degna di ricevere un sostegno perché il popolo elesse i loro leader e che, a loro volta, erano indebitati con i finanziatori sciiti di Teheran.

Qui nessuno Stato sta finalizzando un piano machiavellico altamente ingegnoso. Quello che sta accadendo è tattica di copertura, di bilanciamento, sostenuta dal desiderio di evitare il peggiore scenario: l’accerchiamento da parte dei propri nemici. E questa preoccupazione non tocca solo quelli nelle capitali del Medio Oriente. A Washington ci sono molte figure che fanno notare che vi è un difetto nella logica di una politica ufficiale che prevede il rovesciamento di Assad, ma condivide con lui numerosi nemici mortali, soprattutto l’Isis e Jabhat al-Nusra.  Questo dilemma spiega perché si è presa la difficile situazione dei Yazidi dell’Iraq per costringere Barack Obama dalla sua posizione preferita di stare seduto con la marcia in folle: non è chiaro se gli Stati Uniti siano meglio serviti da una preminenza Shia (guidata dall’Iran e con un governo iracheno a rimorchio dominato dagli sciti) o una rinascita sunnita che inclina la bilancia contro i regimi siriano e iraniano, ma che apre anche la porta all’ultima incarnazione di al-Qaeda. Certo, qualcosa in mezzo è preferibile: ciò che Kissinger avrebbe chiamato un “equilibrio di potere“.  L’altalenante Medio Oriente raramente si conforma verso quel felice equilibrio. Poiché la regione si dipana, vale la pena notare che i negoziati tra il P5 +1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania) e l’Iran sull’ultimo ​​programma nucleare sono stati estesi per altri quattro mesi oltre l’originale termine del 20 luglio. Una sorta di distensione sulla questione nucleare potrebbe calmare un poco l’atmosfera internazionale, anche se è improbabile che questo cambi il calcolo in Siria o Iraq.  Il governo degli Stati Uniti – sostenuto dal suo popolo – ha abbandonato le speranze grandiose di trasformazione regionale ed è tornato a preferire in Medio Oriente la stabilità e il contenimento. Eppure, rimane incerto su come raggiungere questo obiettivo. La mancanza di chiarezza e di coerenza sulla direzione della politica statunitense ha alimentato la folle corsa nella regione di cui noi siamo i testimoni. In una frecciata contro il Presidente, Hillary Clinton ha detto che la sua dottrina “Non fare cose stupide” non è per nulla un principio organizzativo.

Questo non vuol dire che la soluzione si trova a Washington. La lezione del passato decennio di coinvolgimento degli Stati Uniti sta nel fatto che gli americani non hanno la capacità di risolvere i problemi di fondo che rendono la regione infiammabile e non importa quanto sia il loro impegno in termini di truppe, denaro e sforzo intellettuale. Tuttavia, lo spostamento di enfasi dal “riparare” al ritiro gestito e al “bilanciamento dal di fuori” si accompagna con i propri pericoli. La storia fornisce una lezione che fa riflettere sul coinvolgimento occidentale in Medio Oriente. Accade che, quando le superpotenze smobilitano (spesso dopo che hanno avuto le loro dita bruciate), la pace, il progresso, la moderazione e la stabilità non sostituiscono necessariamente il loro posto. Tale è il potere degli Stati Uniti che perfino il solo voltare la testa 10 gradi ha creato una sorta di vuoto, tanto che gli altri Stati e gli attori non statali si affrettano per riempirlo. Benché questo modello sia familiare, noi non manchiamo mai di essere colpiti dalle conseguenze. Così, ancora una volta, ignoriamo questo fatto che nei circa 200 anni di interazione tra l’Occidente e il Medio Oriente: il “non intervento” porta conseguenze tali che un’idea dominante non rimane per lungo tempo.  E’ in questo vuoto che perfino più speranzosi sviluppi – come un riavvicinamento tra lo Stato turco e i curdi dell’Iraq – sono stati messi in pericolo. Contrariamente a quanto viene scritto, i curdi iracheni non sono “felici” della attuale amministrazione in Iraq e il collasso dell’autorità centrale all’interno dello Stato. Il Kurdistan era più stabile e al sicuro prima che l’Isis invadesse il paese. Vivere gomito a gomito con la milizia jihadista nel corso di un confine inesistente per una lunghezza di centinaia di miglia è un problema piuttosto che un’opportunità.  I curdi avevano più da guadagnare da uno Stato iracheno funzionante con un accordo di condivisione del potere stabile più di quanto ora ricavino dal disfacimento di un paese nel disordine e sull’orlo di una guerra civile. Piuttosto che qualsiasi sconsiderato balzo verso l’indipendenza, la loro prossima mossa dipende in gran parte dalla posizione degli Stati Uniti. La loro difficoltà, secondo l’ammissione fattami da alti funzionari curdi, è che sono “completamente stupefatti” da ciò che questa potrebbe configurarsi.

Il Medio Oriente contemporaneo non è favorevole alla fioritura di nuovi Stati nazionali, anche nel caso dei curdi, che hanno molti dei fondamentali “ingredienti” sul posto [per realizzare il proprio Stato]. Costoro hanno maturato l’esperienza amara dagli eventi della prima guerra del Golfo, vale a dire, di come il precorrere il tempo possa portare alla catastrofe e di come l’Occidente velocemente possa distogliere lo sguardo verso di loro nel momento critico. Nel corso degli ultimi cento anni, l’impegno occidentale in Medio Oriente si è mosso barcollando tra due poli. Da una parte vi è il desiderio di “riparare”, affrontando la “causa principale” nella sua essenza, così da trovare una cura per la “malattia” che ha afflitto gli ex domini dell’impero ottomano per tanto tempo. Al suo opposto troviamo il fatalismo che s’identifica con la capacità dell’occidente di fare nulla per risolvere questi problemi, oltre ad assicurarsi che la contaminazione non si diffonda ulteriormente.  Inoltre, la storia ci dice che il momento più pericoloso è quando uno stato d’animo prevalente vira rapidamente corso verso l’altro. Negli ultimi dieci anni abbiamo visto il pendolo oscillare in entrambe le direzioni, dall’intensa sovra-estensione alla frettolosa abdicazione. Ma questo modello non si configurò unicamente nel 21° secolo e dopo il 9 settembre. Come ci si allontana dal periodo epocale dal 2001 al 2003 (dagli attacchi terroristici negli Stati Uniti all’invasione dell’Iraq) per molti versi sembra meno inconsueto. Visto in un altro modo, s’inserisce in un lignaggio più lungo che si estende, per lo meno, di nuovo in base all’accordo Sykes-Picot del 1916 – chiamato in seguito dal nome dei diplomatici Sir Mark Sykes e François Georges-Picot,– che spartì la regione tra influenza britannica e quella francese.

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La “fine di Sykes-Picot” è stato ampiamente dichiarata nelle ultime settimane. Nel maggio di quest’anno, nel momento in cui l’Isis si spinse oltre il confine dalla Siria in Iraq, lo fece con la pretesa di ristabilire il califfato che fu abbandonato da Mustafa Kemal Atatürk dopo il crollo formale dell’impero ottomano nel 1924. Il settimanale in lingua inglese Islamic State Report, si vantava che il fatto “avesse rotto i confini della Tawaghit” (idolatri) e il suo account Twitter pubblicò le immagini delle operazione di sbancamento dei tumuli di terra che separano i due paesi.  Molti commentatori sono stati ansiosi di cogliere l’opportunità  che il Medio Oriente richiedesse una sorta di ridefinizione dei confini che riflettesse le nuove realtà. Tuttavia, coloro che dichiararono la fine di Sykes-Picot, sostenendo una nuova “grande sistemazione”, farebbero bene a ricordare le circostanze in cui fu stilato l’arrangiamento originale.

In primo luogo, sia l’accordo Sykes-Picot e le alternative suggerite dai suoi critici in quel momento furono basate su incerte e illusorie letture piuttosto incomplete sulle situazioni locali in Medio Oriente. In secondo luogo, il suo scopo fondamentale fu quello di gestire le ambizioni delle grandi potenze nella regione, piuttosto che inaugurare un nuovo Medio Oriente. In terzo luogo, l’unica ragione per cui è durato così a lungo, e ha fornito un minimo di stabilità, si basava sul fatto che questo fosse garantito dalle potenze esterne dominanti dopo la vittoria degli Alleati nel 1918. Un secolo più tardi, l’unico potere in grado di agire come garante per ogni variazione significativa Sykes-Picot sono gli Stati Uniti che è indisponibile a svolgere quel tipo di ruolo.  Ciò non vuol dire, tuttavia, che i dibattiti sulla disposizione Sykes-Picot non valgano la pena rivisitarlo. Infatti, cento anni dopo, ci sono alcuni echi inquietanti dei problemi che si affacciarono agli autori del contratto. Allo stesso modo, alcuni miti che sono sorti intorno l’accordo originale vale la pena che siano smentiti. Primo fra tutti è il concetto che Sykes-Picot rappresentò l’ultima “occasione mancata” per impostare la regione su un piano diverso. Questa interpretazione, resa popolare da T.E Lawrence [Lawrence d’Arabia], sottolineava che Sykes-Picot riguardasse solo un guadagno a breve termine nel contesto della prima guerra mondiale e che questo trattato accecò i suoi autori riguardo alla possibilità d’impostare lo sviluppo arabo su una strada che portasse a una maggiore stabilità e alla pace.  Anche prima dello scoppio della guerra, in cui l’impero ottomano si schierò con la Germania, un numero crescente di funzionari del Foreign Office britannico (in particolare gli arabisti del Bureau del Cairo) si gingillavano con l’idea di creare un califfato non-ottomano a guida araba che avesse come centro La Mecca. Essendo lo sponsor di un tale sistema la Gran Bretagna sarebbe stata in grado di garantire i propri interessi nella regione, incentrati sul passaggio senza restrizioni attraverso il Canale di Suez e quindi verso l’accesso ai mercati petroliferi emergenti. A tal fine, la Gran Bretagna avrebbe rinunciato al territorio conquistato in Mesopotamia – come Mosul, ricca di petrolio – per gli arabi locali, con lo scopo di escludere un’alleanza araba con gli ottomani.  L’ostacolo principale a questo schema fu la Francia, che, allo stesso tempo, fu il più importante alleato della Gran Bretagna nel teatro europeo della guerra, la quale non fu disposta a rinunciare alla sua pretesa di territori arabi in Siria e Libano. Georges-Picot, il rappresentante francese, riteneva che l’esistenza di un movimento pan-arabo coeso nella regione fosse stata molto esagerata. Mark Sykes, che negoziò per conto degli inglesi, ebbe come priorità il guadagno immediato, ossia il venire a patti con la Francia, in modo tale da puntellare gli interessi britannici in Medio Oriente contro la minaccia d’incursioni turco-tedesche.  Contro la furia degli arabisti, il risultato del suo contratto con Georges-Picot era quello di tracciare una linea attraverso la mappa che delimitasse le sfere separate di influenza britannica e francese. Queste specifiche aree consistevano nella di diretta amministrazione francese nel nord della Siria (la zona “blu”) e nella diretta  “l’influenza” British (“rossa”) nelle regioni intorno a Bassora e Baghdad. Gli interni della Siria e della Mesopotamia settentrionale furono divisi in zone di influenza francese (Area A) e l’influenza britannica (Area B).

Thomas Lawrence, che era un esponente di un parte degli arabisti, provò orrore nell’apprendere i termini del contratto (e la sua confutazione della nozione di un impero arabo). Una storia raccontata bene nella biografia autorizzata di Jeremy Wilson, pubblicata nel 1989, Lawrence condannò Sykes il francofilo come “il sostenitore fantasioso dei movimenti mondiali poco convincenti. . . un fascio di pregiudizi, intuizioni e pseudo scienza. Le sue idee erano fuori dal contesto; ed egli non ebbe la pazienza di testare i suoi materiali prima di scegliere lo stile di costruzione. . . Avrebbe delineato in poche linee un mondo nuovo, tutto fuori scala, ma chiaro pari a una visione di alcuni aspetti della cosa che noi speravamo.” Queste erano le parole memorabili. Su molti programmi per rimodellare il Medio Oriente si potrebbe affermare che abbiano subito danno da quello stesso modo parzialmente evoluto di pensare. E tuttavia, per introdurre un altro motivo riguardante gli approcci occidentali nella regione, le alternative addotte dagli arabisti avrebbero anche richiesto un enorme salto di fede. Quanto grande è stata questa mancata occasione?

Come Sir Edward Grey, il ministro degli Esteri liberale, notò quando i negoziati stavano arrivando alla battuta finale, “Questa questione araba è un terreno di sabbie mobili.” Il suo sottosegretario permanente al Foreign Office, Sir Arthur Nicolson, rispose alle obiezioni arabiste su Sykes-Picot notando che  “La gente parla degli arabi come se fossero un corpo coeso, ben armato ed equipaggiati, invece trattasi di un mucchio di tribù sparse senza coesione e nessuna organizzazione. Penso che stiamo cercando di trattare con un ombra. . . ” In un memorandum sulla “The Politics of Mecca“, che Lawrence inviò al Ministero degli Esteri nel gennaio del 1916, portò come esempio la figura di Hussein bin Ali, lo Sharif della Mecca, in quanto il leader arabo ideale: abbastanza potente per unire gli Arabi e sganciarli dagli Ottomani, ma mai abbastanza forte per sfidare gli interessi britannici: “la sua attività sembra vantaggiosa per noi, perché marcia con i nostri obiettivi immediati, la rottura del blocco islamico e la sconfitta e la distruzione dell’Impero Ottomano“.  Anche se più sensibile alle rivendicazioni arabe, la visione di Lawrence non era molto più benigna: “Gli arabi sono ancora meno stabili rispetto ai turchi. Se maneggiati essi rimarrebbero in uno stato di mosaico politico, un tessuto di piccoli principati gelosi, incapaci di coesione, e tuttavia sempre pronto a mettersi insieme contro una forza esterna. ” Egli tentò di sminuire l’importanza degli avversari arabi di Hussein non da ultimi i wahabiti, “che si presentano come riformatori dell’Islam, con tutto il bigottismo gretto del puritano“. La storia successiva ha dimostrato che queste forze hanno avuto anche una dinamica propria che non fu così facile mettere da parte.

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Dato che fu così controverso al momento della sua creazione, non è sorprendente che l’accordo Sykes-Picot del 1916 sia stato rivisitato molte volte da allora. Dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti cominciarono ad ereditare gran parte della responsabilità per l’ex porzione dell’impero britannico, le stesse analoghe controversie si sollevarono di nuovo.  Il recente libro di Hugh Wilford, “America’s great game: the CIA’s secret Arabists and the shaping of the Modern Middle East”, dimostra come una nuova nidiata di arabisti tentò di resuscitare molti degli schemi che Lawrence ebbe accarezzato. Un gruppo importante di analisti della CIA tentò di raddrizzare questi torti. Tra questi il nipote di Theodore Roosevelt, Kermit Roosevelt e Miles Axe Copeland, un anticonformista specialista in operazioni segrete. Così, essi videro per un certo tempo il colonnello Gamal Abdel Nasser d’Egitto come una nuova speranza per l’unità araba e un partner strategico per gli Stati Uniti che seguisse le orme di Hussein bin Ali.  Alla fine, però, questi neo-Lawrentians sono stati frustrati nel 1957 dalla dottrina di Eisenhower, che impegnò gli Stati Uniti a proteggere l’integrità dell’ordine statale medio-orientale esistente, sia contro Nasser e i sovietici (la cui collaborazione rappresentò la peggiore delle ipotesi) .

Wilford mostra, come per i primi arabisti britannici, queste figure americane avessero per la regione Medio Orientale un tatto superiore a molti dei loro contemporanei, tuttavia essi fecero ancora gravi errori di calcolo. Invece di fare buon conto sulla “benevolenza disinteressata” – che si adattava alla loro immagine di sé – hanno finito per replicare gli errori connessi all’esperienza dell’imperialismo britannico, cercando di sostenere governi di clientele con interventi segreti e sussidi per molto tempo dopo che avessero dimostrato la loro incapacità nel governare. Anche nei casi in cui periodicamente supportarono le forze nazionaliste “progressiste”, come in Siria e in Egitto, finirono per alimentare la tendenza verso l’autoritarismo militare, incoraggiando la formazione frettolosa di Stati bonapartisti. Tali tentativi di convincere a creare una siffatta autorità statuale facilitò anche l’ascesa di filosofie politiche bastarde, come il Ba’athism. C’era, in tutto questo, un residuo di “orientalismo”, che pretesero di respingere. Come Nasser una volta disse a Copeland: “Il genio di voi americani è che non avete mai fatto chiare mosse stupide, solo complicate mosse stupide.”  Non fu né la prima né l’ultima volta che i “riparatori” occidentali nella regione scambiarono avanguardie auto-nominate per l’alba di un “nuovo” Medio Oriente. Ci sono continui rimandi su ciò, e in particolare nel modo in cui l’Occidente trascorse così tanto tempo per conciliare in sé l’idea che i Fratelli Musulmani avrebbero ereditato il post-Mubarak in Egitto – e preparandoli per l’accesso – per poi solo vedere anni di analisi svaporare, nel momento in cui la Fratellanza recitò un diverso canovaccio.

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Quelli che pronunciano la fine di Sykes-Picot, di conseguenza, stanno guardando la questione nel modo sbagliato. Ciò che sta accadendo in questo momento non è un tentativo coerente di ridisegnare i confini del Medio Oriente, nel modo in cui Nasser e Saddam Hussein una volta speravano di fare. Le dichiarazioni ostentati dall’Isis per il ristabilimento del califfato non devono oscurare la vera immagine. La più grande spinta verso la violenza in Medio Oriente non è una sfida revanscista ai confini esistenti, ma una combustione interna di alcuni dei suoi Stati più importanti.  Il fallimento dello Stato arabo moderno non è, prima di tutto, un prodotto della artificialità intrinseca dei confini lasciati dalle potenze imperialiste un secolo prima; la Giordania, è forse lo Stato più artificiale di tutti, ed è uno dei pochi che è riuscito a cavarsela. Il modello fallimentare è più evidente in Siria e in Iraq. In entrambi i casi, la putrefazione è iniziata al centro. È questo fenomeno che l’Isis ha sfruttato – non perché incarna qualche potente nuovo “momento” di transizione, ma perché è fiorita in due aree in cui i due Stati hanno perso il controllo.  Lo stesso modello è stato applicato in Libia, Libano e Yemen, ove tutti hanno sperimentato il collasso dell’autorità di governo in sistemi politici sbilenchi e disfunzionali. L’Iran e l’Egitto sono arrivati molto vicino al limite negli ultimi dieci anni. L’idea che i torti di Sykes-Picot dovrebbero essere rivisitati e modificati, o che il futuro stia in un altro giro di partizionamento, gira intorno al problema centrale, che è quello della governance.  Anche la guerra fredda per procura tra l’Iran e l’Arabia Saudita è dovuta meno alla intensificazione del settarismo ma piuttosto ai loro deboli governi avendo invitato attori esterni a partecipare ai loro conflitti interni.  Quando si guarda al record storico di coinvolgimento occidentale nel Medio Oriente moderno, quello che si trova non è una sorta di codice inviolabile, ma un ciclo tragico: le interferenze cedono al disimpegno, in cui le potenze esterne cercano di isolare la regione in modo che la storia possa fare il suo lavoro. Che Obama, contro tutti i suoi istinti, si ritrovi così rapidamente risucchiato nel pantano – non solo bombardando l’Isis, ma contribuendo a costringere il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ad andarsene – è solo l’ultimo esempio di come sia difficile lasciare la scena.

Nei giorni scorsi, poiché lessi i documenti palestinesi del periodo 1945-1951 negli Archivi Nazionali, al tempo in cui il governo britannico discusse il modo di ritirarsi dalla regione alla fine della seconda guerra mondiale, un’altra cosa divenne evidente, ossia che una parte del pensiero più profondo su queste questioni venne in proporzione inversa alla volontà o la capacità di vedere attraverso le soluzioni. Nella sua corrispondenza con il primo ministro Clement Attlee nel 1947-48 l’allora segretario esteri, Ernest Bevin, disse che il meglio che i britannici potessero sperare era che il loro ritiro dalla regione potrebbe “indurre un senso di realismo tra ebrei e arabi“, e in tal modo creare le condizioni per la pace. Attlee ne era convinto.

Il dilemma prodotto dal crollo dell’impero ottomano è sempre lo stesso. Tirare a indovinare il futuro e “ungendo” gli aspiranti leader della “prossima fase” della storia del Medio Oriente si è verificato essere per un centinaio di anni qualcosa oltre il regalo dei politici occidentali. Eppure, chiudere la porta alla regione, e sperando che si arrangino da soli non è una sorta di soluzione.

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