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Selfie, chiamiamolo autoscatto.

22 agosto 2014
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Sasha Perugini, laurea a Siena, dottorato a Boston. 18 cambi d’indirizzo all’attivo, in Italia e all’estero. Cinque libri pubblicati in Italia, uno in serbia (www.sashaperugini.it). Una manciata di poesie tradotte e pubblicate in USA. Dirigo un programma di studio universitario statunitense a Firenze e dove insegno anche un corso sull’internazionalizzazione. Qui scrivo principalmente di: costruzione dell’identità, istruzione, politica e donne. Respiro, sorrido e medito ringraziando. Nata a Siena da madre Belgradese e padre senese. Spesso noi della generazione X e precedenti ci siamo un po’ irritati di fronte a questa moda (insistente, più che dilagante) dei selfie. Superficiali, egocentrici, banali, indiscreti e alcuni, anche un po’ bruttarelli. Insomma roba che va contro tutte le migliori intenzioni (di noi, quelli della bella gioventù).

Eppure mi ricordo che ai tempi in cui ancora ci legavamo le stringhe, ci avvicinavamo incerti al passante del caso con il fatidico “scusi, potrebbe…” mimando sorridenti l’atto di scattare una foto (e chissà come si sia aggiornato questo gesto adesso che non si fa più click in alto a destra). Anche noi volevamo le foto ricordo egocentriche, quelle da elenco “visto, fatto”. E ne volevamo tante, ma ci tratteneva in parte questo dover chiedere ad altri e in parte i costi proibitivi delle stampe su carta fotografica, senza parlare del terrore della foto venuta male. La tecnologia invece ha bypassato questi timori incoraggiandoci al sopruso delle possibilità offerte, permettendoci di produrre repliche di noi stessi all’infinito senza costo – e ditemi che non è un invito allettante in un epoca in cui la quantità vale più della qualità e la bellezza standardizzata vende meglio dei saldi.

Ma a prescindere dall’inquietante e blobbosa produzione di questi volti – alla fine un po’ tutti uguali – c’è anche da dire che esplorare sé stessi permette di giocare al perverso gioco di provare a gestire il giudizio altrui su di noi (gioco a cui, giusto per chiarire, si perde sempre, just in case qualcuno non se ne fosse accorto). A pensarci bene, anche i post su facebook o i tweet sono, se vogliamo, una forma diversa di selfie. Un modo per creare uno o svariati personaggi più o meno pubblici (e i politicanti l’hanno capito al volo, cosa di cui ho scritto in un post precedente). E non mi stupirò se qualcuno domattina farà uscire la prima autobiografia selfie della storia dell’editoria.

Auto-esplorarsi è il primo viaggio da fare per capire meglio cosa si cerca e cosa si desidera diventare (visto che ci è data la possibilità, parziale, di scegliere). E l’auto-esplorazione avviene preferibilmente a più livelli: le preferenze di piatti, il sesso, gli scenari di vacanza, i libri, le amicizie o, appunto la rappresentazione di sé stessi (ricordate la fase in cui abbiamo iniziato a rifiutare i look imposti dalla mamma?). E adesso che l’esplorazione viaggia principalmente su canali visivi e digitali mi pare naturale che questo viaggio parta dai selfie. Quanti video di youtube esistono di persone che si sono scattate una foto al giorno per anni?

In una delle scene finali de La grande bellezza c’è la mostra di un artista che, ispirato da suo padre, si è scattato una foto al giorno per quasi tutta la vita, momento molto intenso del film (che si, mi è piaciuto tantissimo). Sono selfie quelli? O no? E gli artisti che da sempre si auto-ritraggono? E i sovrani che da sempre riempiono corridoi regali con i loro ritratti (non auto-prodotti certo, ma sicuramente iper-controllati). Mi si obietterà: un conto l’arte un conto la pura vanità. Si, d’accordo. Ma chi stabilisce dove finisce una cosa e inizia l’altra? Quando Mappelthorpe si auto-ritraeva, in quei suoi scatti provocatori e ribelli, quando non era ancora il Mapplethorpe che paghiamo per vedere in mostra, era già arte? Certo, ci sono gli eccessi. Adesso ci sono i selfie con gli homeless o ai funerali o davanti alle opere d’arte famose. Ci sono selfie di cattivo e cattivissimo gusto, così come ci sono libri, pensieri, gesti, abiti, tweet, post o atteggiamenti egualmente offensivi e di cattivo gusto. E comunque non penso si tratti solo di vanità.

Quello che vedo, oltre ai selfie, è la frammentazione della persona in vari piccoli spicchi del proprio corpo che appaiono più o meno interessanti o attraenti: un occhio, due gambe, una mano, una schiena muscolosa. Il grande successo di Instagram o EyeEm o loro simili, è l’opportunità di usare i filtri. I filtri hanno dato il potere agli utenti di controllare la propria immagine (nascondendo occhiaie, incipriando brufoli e enfatizzando il rosso delle labbra) senza subire il crudo destino di un obiettivo indifferente al desiderio, ultimamente quasi ossessione, di piacere a tutti i costi. Dopo anni passati–e parlo soprattutto per noi donne–a vedere le pubblicità delle Jennifer Aniston, Sharon Stone o Bellucci sempre uguali a sé stesse, in pubblicità con sotto testo accusatorio della serie: “vedi, lei ci riesce a mantenersi bene, quindi ci devi riuscire anche tu a spostare la data di scadenza in avanti, basta che usi il nostro balsamo/mascara/pushup”. Ma nessuno segnalava mai la percentuale di ritocchi e photoshop necessari per trasformare quelle immagini in uno standard barbieggiante.

Adesso quindi la rivalsa: ti faccio vedere che “anche io valgo”: un paio di filtri e tiè, pronta per la pubblica piazza elettronica. E se non sono bella, almeno la mia caviglia/spalla/coscia lo è. Così il motto “il corpo è mio e lo gestisco io” ha subito una nuova e inaspettata interpretazione ribellandosi questa volta non tanto ai maschi, quanto piuttosto a coloro che basano la sopravvivenza economica sulla produzione di quantità (dobbiamo aumentare le vendite di crema volumizzante dei lobi delle orecchie) che, a pensarci bene, sono in maggioranza maschi–inclusi i cosiddetti guru del marketing. E questa si, mi sembra una rivoluzione che vale la pena osservare senza storcere troppo il naso chiedendosi perché ci siamo arrivati. Dietro a queste foto ci sono aspettative, desideri e bisogni. E ricordo che non sono solo i giovani ad auto-ritrasi. Dal macaco che è diventato famoso per esseri fatto un selfie, al coniuge che si selfizza per mandare la foto all’interlocutore all’altro capo di whatsapp, alla ultra-quarantenne che cerca di rimanere in gara (categoria in cui a tratti, rientro) la dipendenza ha colpito in modo trasversale e verticale (personalmente ho eletto a mia eroina l’ultra ottantenne diventata famosa su Instagram per i suoi selfie). Il bisogno di piacere cresce sempre più. Tanto che adesso, amici frequentatori di meetic o simili siti di incontri, mi raccontano che la persona dal vero è sempre meno bella delle foto postate (uomini o donne in egual misura).

Gli autoscatti danno soddisfazione immediata, con i loro like democratici e rassicuranti che, di nuovo, più sono meglio è. Su youtube nel frattempo cuoce la prossima tendenza selfosa: video di “guardatemi mentre bevo un bicchiere di acqua” che ci chiederanno sempre più tocchi leggeri sullo schermo per confermare alla persona dall’altra parte che si, esiste davvero e che va tutto bene? Ma in attesa delle nuove tendenze virtuali, buone foto.

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