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Il declino della democrazia secondo il The Economist e il pensiero di John Rawls

13 marzo 2014

20140301_cna400Il settimanale The Economist ha pubblicato il 5 marzo scorso un breve survey sulla democrazia (What’s gone wrong with democracy). http://www.economist.com/news/essays/21596796-democracy-was-most-successful-political-idea-20th-century-why-has-it-run-trouble-and-what-can-be-do Le considerazioni del gruppo di studiosi autori del saggio sull’attuale stato di salute della teoria democratica sono piuttosto amare. In breve, esso afferma che dopo il fulmineo fulgore espansivo della democrazia, avvenuto nel periodo successivo al secondo dopoguerra, i principi costituenti tale forma di governo al volgere del terzo millennio incontrano delle serie difficoltà applicative. In particolare, secondo la tesi dei saggisti, questo accadde principalmente in quelle popolazioni, ove per tradizioni storico-culturali (Cina,  ex USSR, Russia compresa) o per ragioni dipendenti da fattori religiosi e spirituali (paesi arabi), l’ethos collettivo è ancora affetto dalle precedenti metodiche di tipo autocratico e dittatoriale. Sennonché, la nota pubblicazione inglese, non risparmia nemmeno l’occidente e volgendo lo sguardo anche verso quei paesi che si ritiene abbiano una storica esperienza democratica ne delinea un quadro assai preoccupante entro cui populismo e appannamento dell’etica pubblica, a suo dire,  ne rappresentano i mali incombenti. Cita testualmente il The Economist: “Tra il 1980 e il 2000, la causa della democrazia sperimentò solo poche battute d’arresto, ma dal 2000 ce ne sono state molte. I problemi della democrazia sono più profondi rispetto ai semplici numeri che ci vengono suggeriti. Molte democrazie nominali sono scivolate verso l’autocrazia, mantenendo il loro aspetto esteriore attraverso le elezioni, ma senza i diritti e le istituzioni che sono gli aspetti altrettanto importanti di in un sistema democratico funzionante”.[1]

Se è indubitabile che ciò corrisponda a verità per quei popoli che hanno abbracciato la teoria democratica, saltando a piè pari il lungo processo evolutivo del liberalismo, è assai certo che in altri, ove l’introiezione di diritti e di valori democratici sono parte della coscienza collettiva, ricorra  da qualche decennio la tendenza d’interpretare tale teoria di governo secondo una pura logica formalista, condita, in alcuni casi, con una venatura cesarista. Si ha l’impressione che ormai buona parte della classe politica occidentale consideri il meccanismo democratico solo ed esclusivamente in funzione del consenso elettorale, senza un’adeguata conoscenza di quelli che sono i fondamenti teorici della democrazia. “…la ragione per cui così tanti esperimenti democratici recentemente sono falliti è da addebitare al fatto che si è messa troppo enfasi sulle elezioni e troppo poca su altre caratteristiche essenziali della democrazia”.[2]

E’ assai raro che nel corso delle rutinarie riunioni di partito echeggino argomenti di natura teorica. Attualmente, assistiamo al fatto che molti attori politici, a vari livelli, danno per scontato che la democrazia del qui e ora “esista”, in quanto essa sia la diretta conseguenza di un libero suffragio. Nondimeno, il “contenitore” del formalismo se non viene adeguatamente riempito da concetti teorici rischia d’inaridire l’essenza stessa del governo democratico riducendolo esclusivamente all’applicazione di logiche spartitorie. Con ciò sarebbe troppo pretenzioso, mediante questa sommaria valutazione, rispondere all’interrogativo finale che ci pone il The Economist:

In Occidente, la democrazia è troppo spesso associata al debito, alla disfunzione in casa propria e alla tendenza di espandersi all’estero. La democrazia ha sempre avuto i suoi critici, ma ormai i vecchi dubbi si stanno considerando con rinnovato riguardo come le debolezze della democrazia nelle sue roccaforti occidentali e la fragilità della sua influenza altrove che complessivamente sono diventate sempre più evidenti. Perché la democrazia ha perso il suo slancio in avanti?[3]

4902OBProviamo rispondere a questa domanda motivando le nostre argomentazioni, sebbene lo si faccia in modo assai stringato, alla luce del grande lascito teorico di John Rawls. Il filosofo politico americano spiegò, nel suo famoso libro “Una Teoria della Giustizia”, pubblicato agli inizi degli anni 70, in modo evidente il delicato rapporto che intercorre tra le persone, le loro coscienze e le istituzioni. L’opera di Rawls, che rappresenta tuttora una pietra miliare nel campo della teorica democratica, coincise con l’epilogo di un periodo turbolento negli USA (la guerra in Vietnam), ove si pensò che tale rapporto si fosse con l’andare del tempo completamente ossidato. Egli riuscì con maestria a renderlo intelligibile, soprattutto per coloro che chiedevano a gran voce una soluzione riparatrice. Lo fece proponendo una teoria molto profonda che trattava la moralità delle istituzioni. Crediamo che sia opportuno riflettere su questo assunto, poiché se la forma di governo democratica da un decennio “inciampa”, è assai probabile che la lezione rawsliana non sia stata compresa a fondo, o peggio che sia stata del tutto sottovalutata. Il filosofo di Baltimora sostenne che la moralità delle istituzioni è un concetto assai vago, poiché la moralità da sola è pura utopia, religione o spiritualità e quindi non riguarda la politica. Parallelamente, le istituzioni da sole appaiono come una visione cinica e realista, che ancora una volta non ci dà il senso profondo della politica. Lo scopo della filosofia di John Rawls fu quello di mettere insieme la moralità con le istituzioni pubbliche, e ciò fu la ragione del suo straordinario successo. La sua teoria della giustizia è divisa in tre parti. La prima ne definisce il quadro generale, entro il quale vengono esplicitati l’insieme degli argomenti fondamentali che sostengono i principi di giustizia. Questi sono due o tre, a seconda delle varie opzioni interpretative. Il primo è un principio di massima libertà per tutti, compatibilmente come ovvio, con la libertà degli altri. Il secondo lo si può segmentare in due parti. La prima consiste nell’assunto di equa uguaglianza delle opportunità; la seconda è il cosiddetto principio di differenza. Questa è la parte più misteriosa e controversa della teoria della giustizia. Il principio di differenza recita che ci possono essere difformità di reddito e di benessere, ma tali differenze devono essere sempre giustificate alla luce di un vantaggio di chi sta peggio nella società. Chiunque può  essere più benestante di qualcun altro, ovvero di godere di un maggior reddito, avere più beni primari ma a una condizione: costui deve essere in grado di giustificare questo suo “stare meglio” agli occhi di chi sta peggio nella società. E’ un principio “di giustizia” che è insieme egualitario e non egualitario. Non è egualitario perché consente la differenza tra le persone in termini di beni primari, cioè riguardo alle cose importanti della vita. E’ egualitario in quanto le limita.

41P7tfjO92L._AA258_PIkin4,BottomRight,-45,22_AA280_SH20_OU29_Perché Rawls è giunto a questa conclusione? Egli sostenne la tesi che una società puramente egualitaria livellerebbe verso il basso le persone. Nel caso specifico diventeremmo tutti più poveri e nessuno ne avrebbe convenienza. Per avere nel complesso una società più benestante ci vogliono incentivi per i dotati di talento. Cioè bisogna mettere le persone, che hanno capacità e virtù speciali, al servizio della società tutta. Per fare ciò c’è bisogno di sproni  e gli incentivi per Rawls sono costituiti da beni primari: sono i beni fondamentali della vita, come il reddito, il benessere, la libertà e le opzioni che abbiamo. Che i più dotati abbiamo questi beni è ammesso a condizione che il loro talento sia destinato al vantaggio di tutti. Quindi, la tesi del filosofo americano è per così dire “ambivalente”, in cui vige sia una condizione egualitaria e sia l’una inegualitaria, poiché nel caso in questione gli incentivi vanno a braccetto con l’uguaglianza. Questa è l’idea di fondo che ha caratterizzato il pensiero democratico di John Rawls e quasi sempre la si dimentica, o peggio non la si conosce, poiché il mercato delle vacche “a pronti” parrebbe più conveniente.

Franco Gavio


[1] The Economist. Between 1980 and 2000 the cause of democracy experienced only a few setbacks, but since 2000 there have been many. And democracy’s problems run deeper than mere numbers suggest. Many nominal democracies have slid towards autocracy, maintaining the outward appearance of democracy through elections, but without the rights and institutions that are equally important aspects of a functioning democratic system.

[2] The Economist …the reason why so many democratic experiment have failed recently is that they put too much emphasis on elections and too little on the others essential features of democracy”.

[3] The Economist. And within the West, democracy has too often become associated with debt and dysfunction at home and overreach abroad. Democracy has always had its critics, but now old doubts are being treated with renewed respect as the weaknesses of democracy in its Western strongholds, and the fragility of its influence elsewhere, have become increasingly apparent. Why has democracy lost its forward momentum?

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