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Lucia Nunziata sulla legge elettorale.

30 gennaio 2014

C’è l’accordo per una nuova legge elettorale. Non è un accordo perfetto, e ne parleremo, ma ci sono molti motivi per esserne contenti

Cominciamo da questi.

Il primo. Avere una nuova proposta di legge rompe intanto la maledizione: è dal 21 dicembre 2005 che vivevamo con la legge porcata che ci ha regalato il più rapido degrado che il nostro sistema politico abbia mai conosciuto. Ci sono pochi dubbi che il passaggio nelle mani dei leader e delle segreterie di partito della nomina degli eletti sia alla radice di tutti i fenomeni di corruttela istituzionale, e di distacco della politica dai cittadini. La bozza che Renzi porta sul tavolo su questo punto non è perfetto, e ci ritorno fra poco. In ogni caso, la parte peggiore di un infelicissimo capitolo della nostra vita pubblica oggi è stato chiuso.

Il secondo. L’accordo trovato introduce anche un altro rilevante cambio nella nostra vita pubblica. Il segretario del Pd ha fatto una operazione come non se ne vedevano da tempo: darsi un obiettivo, darsi tempi stretti, e raggiungerlo nei tempi dichiarati. Questo atto di decisionismo nasce da un rapporto con Berlusconi che non è piaciuto a molti, e me tra questi. Non c’è dubbio che Berlusconi ne abbia tratto vantaggio. Ma l’intero arco delle forze politiche è stato poi coinvolto, e il Pd, all’inizio riottoso in alcune sue aree, ha scelto poi il percorso molto istituzionale di seguire il suo segretario mentre esprimeva anche le sue differenze. Il complesso di questo movimento – capacità di agire, trasparenza, intreccio fra identità di partito, obbedienza, dissenso, con aggiunta una buona dose di pragmatico cinismo dei rapporti di forza – è sicuramente un rinnovamento, un procedimento dell’agire che mostra una efficacia che da anni non vedevamo nella paludosa politica italiana. Renzi ha fatto l’azzardo di avviare questo processo. Renzi ne coglie oggi tutto il successo. Allo stesso modo con cui ne coglierà l’insuccesso, in caso di una svolta negativa degli eventi. Per ora si può dire che il rapporto fra responsabilità, promessa , e risultato rompe con l’eccezione Italiana e riallinea il paese alla più normale gestione politica delle democrazie avanzate.

Nel merito dell’accordo ci sono molte obiezioni, se lo si misura nel confronto con le richieste fatte dai cittadini in questi anni. La più forte di queste obiezioni ha a che fare con il residuo di porcellum che c’è nella bozza: la esistenza di liste bloccate sia pur “corte” nelle circoscrizioni. Questo è il vero punto debole dell’accordo. È come se il porcellum nazionale, fatto esplodere, si trasformi in bombe grappoli nelle realtà locali. I cittadini, ben consapevoli di quello che è successo con il porcellum non vogliono sentir parlare di miniporcellum. I politici devono capirlo. Pubblichiamo per altro qui un sondaggio di Ispo che sottolinea come gli elettori di ogni colore politico sono uniti a stragrande maggioranza dal desiderio di esercitare la possibilità di scegliere chi eleggere. Su questo ci deve essere e ci sarà battaglia in Parlamento. Non e’ detto che la soluzione debba essere la troppo inquinata preferenza, ma soluzione va trovata.

Altro teme molto delicato sono le soglie di sbarramento: quella verso l’alto, fissata al 37 per cento, e quella verso il basso, del 4,5 per cento.

Il diritto dei piccoli partiti a vivere è una questione di identità collettiva. Non ci sono dubbi, per quel che mi riguarda: i padri costituenti dell’Italia del dopoguerra abbracciarono il proporzionalismo proprio per affermare, dopo l’esperienza del fascismo, che la difesa delle moltitudini di voci è essenziale. Credo che nessuno abbia dimenticato il valore avuto in passato il contributo di partiti piccolissimi come il Partito Repubblicano il cui leader ha avuto un peso inversamente proporzionale al numero di voti che raccoglieva.

Oggi è ancora di più così: in epoca di moltitudini di voci, di moltiplicazione dell’accesso, via media e strumenti di partecipazione, fare una battaglia per rasare I cespugli non solo è sbagliato, è anche alla lunga perdente perché irrealistico. Un buon esempio di questo nuovo stato di cose è il M5S, che può essere accusato, irriso, ma ha una sua radice nella modernità del mondo che non sarà sradicata con la politica
dello struzzo. Esiste è vero la questione della governabilità, ma è questione politica non di azzeramento di voci. Anche su questo punto si deve discutere.

Tuttavia, c’è un compenso nella bozza che funziona bene da bilancia. Sei i piccoli soffrono di questo accordo, va detto che, viceversa, non se ne avvantaggiano troppo i grandi. Il premio di maggioranza arriva a una soglia tale che, almeno sulla carta, è difficile per ciascuno degli attuali protagonisti raggiungerlo al primo turno. Facendo intravvedere un quasi automatismo verso il doppio turno, che è passaggio difficile ma
sempre catartico, in politica. La competizione per sopravvivere dei grandi insomma non sarà meno feroce
di quella dei piccoli. In questo senso la legge premia un dinamismo a favore delle scelte nette – per essere più espliciti: il rapporto di accordo fra Forza Italia e Pd, raggiunto sulla discussione della bozza, non dovrebbe più essere ripetibile come schema di gioco governativo per default. In questo senso l’intesa con Berlusconi per fare la legge, ma anche le larghe intese dovrebbero essere a questo punto un meccanismo non più ripetibile.Nel complesso, dunque, siamo sulla strada buona. Speriamo che il Parlamento la percorra fino in fondo.

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