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L’idea di Angela Merkel sull’Europa (Der Spiegel)

11 gennaio 2014

4.0.1Questo lungo e dettagliato articolo scritto dallo staff del Der Spiegel, illustra in modo compiuto, non solo il caos che accade attualmente a Bruxelles, ma anche la cristallina visione strategica del Cancelliere tedesco per quanto concerne il futuro della Unione Europea. Secondo il settimanale amburghese, Angela Merkel rifiuterebbe ogni prospettiva riguardo al processo d’integrazione politica europea, rilanciando in alternativa sul tavolo del negoziato la vetusta tesi confederale, secondo cui gli Stati nazionali, in base alla loro grandezza economica e al loro peso politico, sarebbero gli unici attori deputati a dirigere la politica all’interno della UE. Progetto che, oltre a discostarsi dall’idea originaria su cui fu fondata la “nuova” Europa, nasconderebbe  in modo surrettizio la rinnovata pulsione tedesca orientata alla germanizzazione del vecchio continente. Ciò la direbbe lunga sull’ipotesi che vagheggia nella mente dell’emergente classe politica domestica, secondo la quale le presunte riforme italiane verrebbero considerate da parte del governo tedesco come un atto di buona volontà da cui improntare una politica monetaria comunitaria più soffice e maggiormente rispondente agli attuali bisogni del mezzogiorno europeo.

Qualora si volesse raggiungere tale risultato, il percorso dovrebbe essere esattamente contrario (vedi USA): ossia un allentamento dei vincoli monetari come prodomo all’impegno, da parte degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi, nel rivedere certi meccanismi della struttura economica e sociale che agirebbero come freno per lo sviluppo. Nel caso in cui la determinazione della politica tedesca rimanesse trincerata per tutto il prossimo quadriennio su posizioni conservatrici in materia di gestione della moneta, dovremmo aspettarci, nonostante i presunti oracolanti riformatori, anni di stagnazione economica, di riduzione dei redditi e di severa deflazione. Già l’esimio Prof. Monti due anni addietro ci disse che stava vedendo la luce in fondo al tunnel, aihmé si “distrasse” e  sbagliò verso: fu quella d’entrata non quella d’uscita.

Buona lettura

fg

Isolati a Bruxelles

La Merkel si scontra con la Commissione europea Prodotto dallo staff del DER SPIEGEL

Anche se la crisi dell’euro cresce meno acuta, l’Europa è bloccata. La Commissione Europea sta resistendo a qualsiasi perdita del suo potere e molti Stati membri sono stanchi della dominanza tedesca. Gli oppositori dell’Europa, compresi quelli nel campo della Merkel, colgono un’opportunità.

Alla pagina 157 del accordo di coalizione tra il centro-destra (CDU) e il centro-sinistra (SPD), all’inizio del capitolo sull’Europa, c’è un motivetto che molti governi tedeschi hanno canticchiato in passato. Questo ha a che fare con la lingua tedesca, cioè il suo uso nelle istituzioni europee. Si legge nel documento: “Il tedesco deve essere messo in condizioni di parità, ovvero, con le altre due lingue procedurali, l’inglese e il francese“. E’ un pio desiderio che probabilmente rimarrà tale, proprio come lo fu ai tempi degli ex Cancellieri tedeschi Helmut Kohl e Gerhard Schröder. Anche loro volevano sentire più tedesco parlato nelle deliberazioni quotidiane della Commissione Europea e del Parlamento Europeo. Naturalmente, fino a oggi, non vi è stato alcun cambiamento al predominio dell’inglese e del francese.

Merkel arrives at a family photo during a European Union leaders summit in Brussels

Non ci sono prove che l’attuale Cancelliere, Angela Merkel, abbia mai prestato un’attenzione alla controversia decennale sulla lingua che più di una sua pura adesione di facciata. Non le poteva fregare di meno se i negoziati e gli incontri sono condotti in inglese o in francese. Per la Merkel, è più importante che la sua Europa in futuro diventi molto più tedesca. Ella vuole che l’Europa diventi un luogo diverso, e certamente non quell’Europa che Helmut Kohl immaginava. L’Europa della Merkel non deve essere più dominata dalla Commissione Europea, bensì un luogo dove gli Stati nazionali acquisiscano sempre maggior importanza. Ciò significherebbe un allontanamento dalla storia del cammino europeo avvenuto nel corso di più di sei decenni, oltre che questo essere parte dell’interesse nazionale della Germania. Ciò significherebbe la fine per il cosiddetto “Metodo Monnet”, dal nome del francese Jean Monnet, un audace visionario attivo nel dopoguerra a cui gli si deve soprattutto riconoscere un talentuoso tatticismo. Il suo nome sta come leitmotiv di unificazione europea, concepito sulla base del seguente dettato: che i poteri siano posti “in comune” ogni volta che sia politicamente fattibile, e ovunque quando sia oggettivamente opportuno. Ciò intendeva significare che la Commissione Europea a Bruxelles, il “custode dei trattati”, sarebbe gradualmente diventata più potente.

In pratica, dal 1950 ciò ha dato origine: per prima cosa la comunanza del carbone e dell’acciaio, poi dell’agricoltura, del grande mercato interno dei beni e dei servizi, dell’euro, delle competenze in politica interna e giudiziaria, delle questioni sociali, degli affari esteri e preferibilmente di quella militare. A seguito di ogni modifica di un trattato, e di quasi ogni decisione storica assunta dalla Corte di Giustizia Europea, la più alta corte dell’Unione Europea, la Commissione Europea e il Parlamento Europeo finirono con ottenere maggior poteri rispetto alla precedente condizione, mentre gli stessi degli Stati membri diminuirono.

La resistenza alla Merkel cresce

Chi vuole discostarsi da tale principio è probabile che incontri resistenza, il che significa che la Merkel necessiti di alleati. Ma al momento, il dato conseguito non sembra essere positivo per il Cancelliere tedesco, in quanto ella deve affrontare una crescente resistenza e per di più ne sta perdendo. I tedeschi non sono mai stati in tali cattivi rapporti con la Commissione Europea per così lungo tempo. Bruxelles sta usando quello che è probabilmente la sua arma più forte, il diritto della concorrenza, per minacciare l’attuale e più importante progetto nazionale della Merkel, la conversione voluta dal governo federale dal nucleare verso l’energia verde, conosciuto anche come la Energiewende. Per contro, la Merkel non fa segreto del suo parere sul fatto che la Commissione Europea non dovrebbe essere strettamente coinvolta nelle principali prossime fasi indirizzate a creare una unione economica e monetaria più stretta.  A suo avviso, gli Stati membri dovrebbero restare attivamente coinvolti quando si discuterà di un’ulteriore ristrutturazione dell’Europa. Questa è una sfida nei confronti degli  eurocrati e dei loro poteri centralizzati. Il Presidente della Commissione Olli Rehn ha commentato criticamente il disegno della Merkel adducendo che il metodo comunitario è necessario per integrare del tutto i piccoli Stati membri nelle decisioni. Berlino non ha problemi ad accettare questo conflitto come un fatto della vita e il Cancelliere ed i suoi consiglieri sono disposti a giocare le loro carte. Ma ora i tedeschi sono in gran parte rimasti soli (isolati) tra gli Stati membri. Entrambi i piccoli e grandi paesi dell’UE bloccarono l’ultimo tentativo della Merkel per orientare la riforma della politica economica e fiscale comune, secondo il modello tedesco. Al vertice dell’Unione Europea nella seconda metà del mese di dicembre, la Merkel fu criticata con parole dure da diversi leader europei, e l’umore al tavolo si rivoltò contro di lei. Dopo la riunione, il Commissario tedesco UE Günther Oettinger avvertì la Cancelleria che: “anche se la Germania è il più grande Stato membro, è ancora solo uno dei 28. A seguito del Trattato di Lisbona, le decisioni a maggioranza nella UE sono aumentate e per questo motivo Berlino deve mostrare una volontà di compromesso, così come fanno tutti gli altri“.

Bruxelles è in un vicolo cieco. Per il momento, il Cancelliere si è impantanato nel suo tentativo di guidare l’UE. Il Presidente della Commissione José Manuel Barroso fu uno dei primi obiettivi della sua rabbia. Al vertice UE, la Merkel prese da parte il politico portoghese e gli disse categoricamente che il procedimento da parte della Commissione contro la legge tedesca sulle energie rinnovabili (EEG), per i motivi che violi disposizioni comunitarie in materia di concorrenza, lo considerava come un “affronto”. Ella disse a Barroso che Berlino era certamente disposta a discutere le eccezioni per le imprese ad alta intensità energetica, che si sono notevolmente ampliate di recente, ma, aggiunse che un attacco generale sul fulcro della Energiewende policy tedesca fu presuntuoso. Dal 2002, la Commissione Europea non aveva mai sollevato obiezioni fondamentali verso le energie rinnovabili. Perché proprio adesso?

La Commissione spinge in avanti

Ma la Commissione prevede di rimanere sulle sue posizioni e il procedimento sta continuando come previsto. Inoltre, l’esecutivo dell’UE conserva quel suo asso nella manica che alimenterà ulteriormente il conflitto. Ad esempio, in Germania le imprese ad alta intensità energetica non sono solo in gran parte esenti dalla tassa riallocazione EEG, ma anche dai canoni per l’uso delle linee elettriche. Una decisione, che se sia compatibile con il diritto della concorrenza, sarà probabilmente presa nella prima metà del 2014. Da qualche tempo, Bruxelles sta anche esaminando i sussidi governativi per molti aeroporti tedeschi regionali, da Francoforte – Hahn a Zweibrücken e Kassel – Calden. Bruxelles considera in modo critico anche il monopolio che detiene la Deutsche Bahn sulla rete ferroviaria, mentre la Commissione Europea si lamenta dei prezzi che gli operatori ferroviari privati ​​devono pagare per utilizzare le linee. Per giunta l’esame delle grandi eccedenze riguardo le esportazioni tedesche è appena iniziato. E anche se la Cancelleria ammette che questo esame è formalmente giustificato, Berlino è comunque furiosa. Essa sostiene che la Commissione ha concesso alla Francia e ad altri paesi periodi di grazia più lunghi rispetto a quanto originariamente pianificato per portare i loro deficit di bilancio al di sotto del limite ammissibile. Alcuni partner sentono un certo senso di Schadenfreude (gioia) nel vedere i tedeschi posti sotto il fuoco di sbarramento, come emerse nel corso di una recente cena organizzata dall’ambasciatore italiano presso l’UE. Per quasi due ore, la discussione ruotava intorno eccedenze commerciali tedesche. Per il grande divertimento di tutti i presenti, uno degli ospiti suggerì che le eccedenze potrebbero essere compensate mediante il pagamento delle penalità tedesche per l’EEG. I rappresentanti tedeschi a Bruxelles stanno facendo del loro meglio per difendersi dal procedimento, ma il Presidente della Commissione Barroso ha nulla da perdere, visto che il suo mandato termina nell’estate del 2014. A questo punto il suo rapporto con la Merkel è improbabile che migliori, nonostante il ruolo fondamentale che ella giocò nel nominarlo per due mandati consecutivi come capo della Commissione di Bruxelles. Non è certo questa mossa che lei desideri ricordare oggi. I critici della Commissione presso la Cancelleria da allora hanno prevalso, in particolare il capo del dipartimento per l’Europa, Nikolaus Meyer-Landrut. Dal punto di vista di Berlino, la Commissione Europea esige troppo e non è sufficientemente all’altezza. Berlino vede Barroso come fuori dalla sua portata e il gruppo dei Commissari come incontrollabile. Per i funzionari di Berlino, il caso delle “brocche d’olio d’oliva” è un esempio calzante. Nel mese di maggio, un portavoce della Commissione Europea ha annunciato che i piccoli, contenitori aperti su milioni di tavoli di ristoranti in Europa dovevano essere completamente vietati. In futuro, l’olio d’oliva doveva essere servito in un “contenitore speciale chiuso che non potesse essere riempito. L’agenzia di Bruxelles affermò che il suo obiettivo è quello di migliorare l’igiene e la tutela dei consumatori, e che la nuova norma avrebbe impedito ai clienti di essere serviti con olio d’oliva di scarsa qualità. Ma la disposizione, arrecante presumibilmente buone intenzioni. non è stata ben accolta. Allarmato dal clamore pubblico, la Commissione fece marcia indietro, da lì si è improvvisamente parlato di uno tentativo solitario del Commissario per l’Agricoltura Dacian Ciolos.

Una Commissione indocile

La dimensione della Commissione Europea è davvero un problema. Ma dato ché ogni paese vuole in ultima analisi mantenere il proprio Commissario, a maggio i capi di Stato e di governo, tra cui la Merkel, respinse un piano per ridurne il numero, secondo le indicazioni previste in un trattato. Come risultato, il centro del potere a Bruxelles, con un totale di 28 commissari, rimarrà quasi due volte più grande del governo tedesco. Questo porta alla strutturazione di bizzarre aree di responsabilità. Ad esempio, il Commissario Androulla Vassilious, che viene da Cipro, è responsabile della cultura, anche se la Commissione Europea, nel quadro del trattato di Lisbona, non ha alcun diritto di intervenire in questo settore. Il maltese Tonio Borg è anche responsabile di qualcosa che l’UE non ha il potere di disciplinare: la politica sanitaria. Quattro altri commissari condividono le responsabilità in materia di politica estera: gli affari esteri e la politica di sicurezza (Catherine Ashton, Gran Bretagna), di allargamento dell’UE e la politica di Vicinato (Stefan Füle, Repubblica Ceca), per gli aiuti umanitari (Kristalina Georgieva, Bulgaria) e per la politica di sviluppo (Andris Piebalgs, Lettonia).

I funzionari di Berlino ritengono che la Commissione non viene presa sul serio quando essa dovrebbe. Solo il 10% delle raccomandazioni della Commissione agli Stati membri dell’UE su questioni di politica economica sono state effettivamente attuate nel 2012. Gli scettici della Commissione presso la Cancelleria sospettano che ci sia qualcosa di molto importante alla base di tutto ciò. Essi rilevano che, in seguito all’acuta crisi dell’euro, le principali decisioni di riforma, che sono ormai all’ordine del giorno, non saranno più assegnate ai funzionari di Bruxelles, perché solo i governi nazionali possono giustificarle ai loro parlamenti e cittadini. “Solo gli Stati nazionali possono giustificare le riforme che sono ora veramente necessarie“, afferma uno dei consiglieri importanti della Merkel. I funzionari tedeschi sostengono che una riforma delle pensioni in un dato paese e una diminuzione delle protezioni contro il licenziamento dei dipendenti in un altro, non sono quella tipologia di problemi che possono essere affidate alla “competenza comunitaria” della Commissione Europea. Le decisioni che comportano una tale forza esplosiva interna per i governi nazionali possono essere effettuate solo dai governi stessi, ma solo all’interno della Consiglio Europeo, il potente organo composto dai leader dei 28 Stati membri dell’UE.

In questo contesto, la Merkel è recentemente uscita sia come vincitore sia come perdente. Ma nella maggior parte dei casi ella era in gran parte da sola.

I tedeschi prevalsero con le loro idee riguardo l’unione bancaria, contro la plausibile ed ampia resistenza dei restanti 17 paesi della zona euro. Per mesi, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble (CDU) era stato riluttante a concedere alla Commissione Europea l’ultima parola sulla liquidazione delle banche in difficoltà, e alla fine prevalse la sua opinione. In futuro, i rappresentanti delle agenzie nazionali di liquidazione decideranno quali istituti di credito, nel caso fosse necessario, devono essere chiusi. Sebbene la Commissione Europea può opporsi al voto, i ministri delle finanze degli Stati membri, cioè Schäuble e i suoi omologhi, possono rimuovere l’obiezione dei Commissari. La decisione sull’unione bancaria apre la strada a una più ampia e più profonda integrazione. Ma allontanandosi dalle politiche del passato, il passo in avanti rafforza soprattutto i diritti e poteri degli Stati membri e non della Commissione. La mossa sottoscritta dalla Germania per intero ha anche portato a nuove tensioni. Quando i ministri delle finanze stavano per brindare all’accordo con spumante, un diplomatico europeo dell’Europa meridionale, apparentemente secondo il quotidiano Süddeutsche Zeitung, voltò le spalle. Quella sera il rinfresco era di marca tedesca, il diplomatico avrebbe detto: “Io non bevo vino spumante tedesco“.

Una irrisolta disputa sulla crisi dell’Euro

Questo risentimento deriva dal contenzioso irrisolto riguardo al giusto approccio nella crisi dell’euro e le lezioni da trarre da essa. Nel 2010, per essere in grado di monitorare più da vicino le nazioni debitrici, la Merkel quasi da sola garantì che il FMI avrebbe assunto parte del controllo sui programmi di salvataggio e non la sola Commissione Europea. Da allora, la Germania, con la sua nazionale “Agenda 2010” come modello – un pacchetto di riforme intraprese dall’ex cancelliere Gerhard Schröder per ridurre le indennità di disoccupazione a lungo termine e razionalizzare diversamente il sistema di sicurezza sociale – ha fatto pressione sui paesi del sud affinché attuassero le riforme e i programmi di austerità. Essi, a loro volta, vogliono che Berlino promuova più pesantemente il consumo interno tedesco, investendo di più ed esportando un minor numero di beni in altri paesi della zona euro. Nessuno può costringere a farlo, poiché [i tedeschi] sono visti come i primi della classe, sennonché nel corso del più recente vertice, gli altri leader europei, almeno hanno avuto la forza di fermare la Merkel. Il Cancelliere aveva proposto con forza una politica economica coordinata comune in cui i paesi della zona euro si impegnerebbero a fare riforme strutturali attraverso accordi individuali mirati. “Se non ci imbarchiamo in ulteriori riforme, finiremo alla fine di nuovo nei guai“. La Merkel espose l’avvertimento durante una cena dei capi di Stato e di governo. Ma nemmeno i paesi come l’Austria, i Paesi Bassi e la Finlandia, tradizionalmente filo-tedeschi, furono d’accordo con la sua proposta, figuriamoci gli europei del sud.

Non necessito di questi accordi per le riforme”, sbottò il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy. “Non ho bisogno che nessuno mi dica di fare le riforme, perché le ho già fatte. ” Il concetto della Merkel è stato “semplicemente mal posto“, così disse in modo critico il cancelliere austriaco Werner Faymann. La Merkel continuò a perseguire la sua idea e senza mezzi termini avvertendo che se i singoli paesi finissero presto ancora nei guai, non potevano aspettarsi di vedere il denaro tedesco. “Non pensate che il Bundestag si affretterà a fornirgli nuovamente assistenza”. Tuttavia le sue argomentazioni sono cadute nel vuoto. La sua idea è stata rinviata, e questo fu una grave battuta d’arresto per lei.

Facendo resistenza contro la Commissione e con quasi nessun sostegno da parte degli altri Stati membri, all’inizio del 2014, il sogno della Merkel di una nuova Europa tedesca è rimasto ancora tra le nuvole. La sua prossima mossa sarà quella di mobilitare l’Unione Cristiano Sociale (CSU), il partito fratello bavarese della CDU, affinché adotti un approccio più generale anti-europeo. La CSU sta pianificando una campagna per le elezioni europee che è decisamente anti-Bruxelles, come indicato da un documento strategico di quattro pagine elaborato dalla commissione regionale CSU redatto per il tradizionale incontro dei membri del parlamento nella località bavarese di Wildbad Kreuth. “Abbiamo bisogno di una terapia che favorisca il ritiro dei Commissari intossicati dalle regole“, così recita il documento, dal titolo “Il futuro dell’Europa: libertà, sicurezza, Regionalismo e Pubblica Reazione“. Uno degli scopi dichiarati del documento è quello di ridurre le dimensioni della Commissione Europea. La CSU propone l’istituzione di un nuovo tribunale che assuma un’azione più incisiva contro le agenzie di Bruxelles nel caso in cui ecceda in autorità. “Le controversie devono essere decise da un competente tribunale europeo, che dovrebbe includere i giudici costituzionali degli Stati membri”. Scorrendo il documento si legge che la CSU propone che siano tenuti referendum per le importanti decisioni riguardanti l’Unione, e che i poteri dell’UE in generale debbano essere ritrasferiti agli Stati membri. “Questo potrebbe applicarsi ad alcuni settori del mercato interno sovra-regolamentato, così come la politica regionale“.

Il Cancelliere non vuole andare così lontano. Ma la sua fuga dalla tradizionale politica della Germania in Europa è anche facile da fraintendere. La Merkel vuole meno “Bruxelles“, ma “più Europa“. Tuttavia, per ottenere il controllo congiunto [con altri Stati membri] nell’organo deliberante di Bruxelles di cui ella è membro, ossia il Consiglio Europeo, la Merkel deve affrontare pubblicamente la Commissione Europea, con i suoi errori, in modo da privarla di parte del suo potere. Gli avversari dell’Europa stanno aspettando questo, anche per i propri interessi, e sono lontani da essere soddisfatti con un briciolo di sola enfasi riguardo la lingua tedesca negli uffici di Bruxelles.

BY NIKOLAUS BLOME, PETER MÜLLER, CHRISTIAN REIERMANN, GREGOR PETER SCHMITZ AND CHRISTOPH SCHULT

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