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L’anno dei due premier.

10 gennaio 2014

Gramellini riflette sul dualismo evidente in casa Pd.

Dopo l’anno dei due Papi, è cominciato quello dei due premier. Il primo, Letta, è stato nominato nove mesi fa da una coppia di azionisti che oggi non esiste più: il Pdl e il Pd di Bersani. Il secondo, Renzi, è stato scelto dagli elettori democratici alle primarie dell’Immacolata ed è subito montato sull’onda di luce cavalcata per decenni da Berlusconi. Renzi è l’apertura fissa dei giornali, il bersaglio preferito dei comici,l’uomo nuovo che nella percezione dei media è già presidente del consiglio, anche perché come tale si comporta: fissa l’agenda quotidiana, propone leggi di lungo respiro, incalza ministri, sfotte viceministri inducendoli alle dimissioni, presidia studi televisivi, interviene su tutto lo scibile, specie se di competenza del governo, e non perde occasione per destabilizzare Letta e Alfano con l’alibi di pungolarli. Particolarmente luciferina, al riguardo, la mossa di inserire fra le riforme urgenti lo ius soli e le unioni civili per i gay: battaglie nobili che inglobano lo scopo più prosaico di far saltare i nervi al partitino cattolico che funge da stampella al centrosinistra.

Non è solo smania di potere, come insinuano i maligni, ma lotta per la sopravvivenza. Renzi sa fin troppo bene che c’è una tagliola innescata lungo il suo cammino: le elezioni europee del 25 maggio. Qualsiasi sondaggio, e anche il semplice buon senso, riconosce che il Pd renziano vincerebbe a mani basse le politiche, mentre rischia di perdere quelle continentali, fatte apposta per esaltare la pancia dell’elettorato di Grillo e Berlusconi che Renzi, leader dell’unico movimento di massa non populista, non può permettersi di assecondare.

Attribuire la colpa del probabile rovescio al governo Letta non gli servirebbe a nulla. La sconfitta europea scalfirebbe il suo mito mediatico, dissolvendo d’incanto l’alone che lo circonda. I giornalisti e i cortigiani lo abbandonerebbero al suo destino, e i piranha del suo partito ne spolperebbero i resti, consegnandolo al sacrario degli ex segretari trombati che vanta già numerose lapidi. Immaginate, la mattina del 26 maggio, il baffetto di D’Alema increspato in una smorfia di sarcasmo: «A-ha, ma questo Renzi non l’avevamo messo lì per farci vincere?» Perciò il segretario del Pd è costretto a fare saltare il banco al più presto, dando l’impressione di non volerlo, ma provocando gli alleati e strizzando l’occhio agli oppositori perché qualcun altro si sporchi le mani al posto suo.

È talmente diffusa la percezione che Renzi rappresenti il nuovo da mettere alla prova che Letta sembra sempre di più un sopravvissuto, addirittura un intruso. Eppure sta rivelando una tenuta nervosa invidiabile. Il potere non lo logora affatto: lo cementifica. A ogni bordata verbale dell’avversario («non ho nulla a che spartire con lui», «altro che larghe intese, questi fanno solo marchette», «sono il badante del governo»), Letta reagirà pure in privato con degli ululati, ma in pubblico conserva una posa da bonzo e scandisce instancabile il mantra «È tempo di un cambio di passo».

Difficile sapere chi tra i due premier la spunterà. Più facile scommettere su chi ci rimetterà. Noi. Dopo un ventennio trascorso a dividerci su Berlusconi, eccoci qui a perdere altro tempo nella guerra di logoramento tra il guelfo di Pisa e il ghibellino di Firenze.

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