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Un eroico Uruguay merita il Premio Nobel per aver legalizzato la cannabis

22 dicembre 2013

satoshi cannabisNel marzo del 2009 il settimanale inglese The Economist pubblicò un articolo che fece scalpore, non tanto per il titolo di testata: “How to stop the drug war”, http://www.economist.com/node/13237193 (Come fermare la guerra della droga), quanto per il sottotitolo: “Prohibition has failed; legalisation is the the least bad solution” (La proibizione è fallita; la legalizzazione è la soluzione meno peggiore”. Il contenuto ovviamente riprendeva e sviluppava impietosamente i concetti appena esposti. Nel corso delle settimane susseguenti vi fu una severa protesta soprattutto dai lettori del blocco conservatore anglosassone. Infatti, centinaia di lettere sdegnose giunsero in redazione, taluni, i più risentiti, disdettarono il loro decennale abbonamento. Ciononostante, John Micklethwait (l’attuale Direttore) non si scompose affatto, poiché mantenne ferma la linea redazionale che, da allora ad oggi, sembra non aver avuto ricadute perbeniste. Alcuni settori della paludata borghesia anglosassone, sostenuti da ambienti religiosi del fondamentalismo protestante, giunsero a definire alcuni passaggi dell’articolo, diabolici e fomentatori di malaffare. Ne citiamo per brevità solo due: “Questo è il genere di promessa che i politici amano fare, ossia di “eliminare o ridurre in modo significativo” la produzione di oppio, cocaina e cannabis entro il 2008. Tale proposito allevia il senso di panico morale, essendo stato il presupposto al divieto per un secolo. Ciò è destinato a rassicurare i genitori degli adolescenti in tutto il mondo. Eppure è una promessa estremamente irresponsabile, perché non può essere soddisfatta”.[1] Sostanzialmente, il settimanale anglosassone sosteneva che si dovesse procedere alla legalizzazione delle droghe leggere (marijuana), affinché esse non fossero più quel traino che, nell’attuale regime proibizionista, favorisce l’introduzione di sostanze ben più allarmanti. Tuttavia, il giudizio riguardo alla corrente tesi del contrasto fu molto severa: “…..questa lotta nel corso di 100 anni è stata illiberale, omicida e inutile. Ecco perché il The Economist continua a credere che la politica del meno peggio sia quella di legalizzare le droghe.[2]

Infine, lo stesso giornale ammetteva di non avere una soluzione pronta, tuttavia concludeva che dopo anni di disastri un cambiamento di rotta potesse diventare oggetto di serio dibattito. In effetti nel corso di questi ultimi quattro anni qualcosa è cambiato, dalle timide liberalizzazioni deliberate, non solo per scopo terapeutico, negli USA (Colorado e Washington) alla decisa svolta impartita dall’Uruguay. Qui, riportiamo un articolo comparso sul quotidiano The Guardian alcuni giorni or sono, scritto dal noto editorialista inglese Simon Jenkins, che plaude alla decisione assunta dal Presidente uruguagio José Alberto Mujica Cordano relativa alla libera distribuzione della marijuana sotto il controllo dello Stato.

Buona lettura

fg

Heroic Uruguay deserves a Nobel peace prize for legalising cannabis

The war on the war on drugs is the only war that matters. Uruguay’s stance puts the UN and the US to shame

Simon Jenkins

The Guardian, Thursday 12 December

http://www.theguardian.com/commentisfree/2013/dec/12/heroic-uruguay-deserves-nobel-prize-cannabis

 Ho sempre pensato che le Nazioni Unite fossero una fabbrica di chiacchiere innocue, con posti di lavoro esentasse per i burocrati che altrimenti sarebbero disoccupati. Ora mi rendo conto che è una forza maligna. La loro risposta a un tentativo reale e significativo di combattere una minaccia globale – mi riferisco alle nuove disposizioni in materia di droga emanate in Uruguay – è stato quello di dichiarare che “esso viola il diritto internazionale“. Per vedere un cambiamento d’opinione a proposito  di droghe è come cercare d’individuare il movimento di un ghiacciaio. Ma il movimento ora c’è. Mercoledì scorso è stata promulgata una norma dal Presidente uruguayano, José Mujica, “per liberare le future generazioni da questa piaga“. La peste non era la droga in quanto tale, ma la “guerra” contro di essa, che lascia i giovani del mondo alla mercé di trafficanti criminali e persone a caso messe dietro le sbarre. Lo stesso Mujica dichiara di essere un riluttante “legalizzatore”, ma assai determinato “al fine di tenere lontani gli utenti da questo business clandestino. Non difendiamo la marijuana o qualsiasi altra forma di dipendenza, ma il peggio sta che qualsiasi sostanza venga commerciata illegalmente“.

L’Uruguay legalizza non solo il consumo di cannabis ma, soprattutto, la sua produzione e la vendita. Gli utenti devono avere più di 18 anni e registrati come cittadini uruguaiani. Mentre piccole quantità possono essere coltivate in privato, le imprese produrranno la cannabis sotto licenza statale, i cui prezzi saranno imposti con lo scopo di minare i trafficanti. Il paese, che non ha un problema pari a quello della Colombia o del Messico – solo il 10 % degli adulti ammette di aver consumato cannabis – inoltre fa rimarcare che la misura è di tipo sperimentale. Questo approccio misurato è in ogni caso molto avanzato rispetto anche agli stati americani come il Colorado e Washington, che hanno legalizzato un “ricreativo”, nonché medico consumo di cannabis, ma non di produzione. Mentre la legge uruguayana non copre altre sostanze, privando trafficanti di circa il 90 % del loro mercato, la speranza è quella di minare la maggior parte del mercato criminale e per diminuire l’effetto “apertura” da parte dei trafficanti per il consumo di droghe più pesanti .

Il coraggio di Mujica non deve essere sottovalutato. Il suo è un paese dolcemente vecchio stile, tanto che due terzi degli intervistati si oppongono alla sua decisione. Inoltre, alcune lobby pro-legalizzazione obbiettano alla sua nazionalizzazione de facto. Una questione aperta è se un monopolio nelle mani dello Stato sarà così efficace come (potrebbe agire) un libero mercato regolamentato. Ma il responsabile della lotta alla droga, Julio Calzada, è schietto: “Per 50 anni, abbiamo cercato di affrontare il problema della droga con un solo strumento – la penalizzazione – e abbiamo fallito. Come risultato, ora abbiamo più consumatori, le organizzazioni criminali più grandi, il riciclaggio di denaro sporco, il traffico di armi e infine una serie di danni collaterali “. La risposta del Control Board internazionale delle Nazioni Unite in materia di stupefacenti definisce [la scelta del governo uruguagio] come una recita di inutili litanie. La mossa, dice il suo capo Raymond Yans, “metterebbe in pericolo i giovani e contribuirebbe alla precoce insorgenza della dipendenza”. Sarebbe anche in violazione di un “trattato universalmente accettato e riconosciuto a livello internazionale“. Eppure, l’ONU ammette che mezzo secolo di tentativi di repressione ha portato a 162 milioni di  consumatori di cannabis in tutto il mondo, ovvero il 4% della popolazione adulta totale.

L’anziano 78enne  Mujica nota con ironia che molti dei suoi contemporanei sudamericani sono d’accordo con lui, ma solo dopo aver lasciato la carica. Questo gruppo comprende Fernando Cardoso del Brasile, Ernesto Zedillo del Messico e il colombiano César Gaviria, i quali hanno ora chiesto la depenalizzazione del mercato della droga in modo che possano iniziare a regolamentare un commercio, le cui faide, formate da trafficanti stanno uccidendo migliaia di persone ogni anno. Il valore del commercio della droga è secondo solo al commercio delle armi. Eppure gli Stati Uniti resistono alla depenalizzazione, cosicché possano continuare a lottare contro la produzione di cocaina e oppio in America Latina e in Afghanistan. Per evitare di affrontare il vero nemico, essi hanno un consumo interno che è fuori controllo.

Con tutto ciò, l’inutilità della soppressione sta generando leggi fatiscenti per tutto l’Occidente. Venti Stati americani hanno legalizzato la cannabis medica. Quest’anno, la California ha respinto per un soffio la tassazione sul consumo (rinunciando a una cifra stimata di 1,3 miliardi di fatturato annuo), tant’è che in futuro potrebbe ancora ricredersi. Il consumo di droga è accettato nella maggior parte dell’America Latina e, de facto, in Europa. Anche in Gran Bretagna, dove il possesso può essere punito con cinque anni di carcere, benché solo il 0,2 % dei casi si conclude con una sentenza. Si dice che sono nelle galere di Stato i tossicodipendenti più accaniti. La legge è effettivamente collassata.

La difficoltà è ora quello di risolvere l’incongruenza di coloro che pretendono il rispetto della legge, ossia “chiudere un occhio” per il consumo, lasciando la fornitura (e quindi il marketing) non tassata e non regolamentata nelle mani dei trafficanti di droga. Si tratta di poco meno di un aiuto di Stato alla criminalità organizzata. L’indulgenza può salvare le forze di polizia e i giudici dal costo inerente al rispetto della legge, ma lascia ogni luogo di ritrovo al pericolo incrociato che induce il passaggio dalla cannabis all’uso di droghe pesanti. La fine di questa incoerenza richiede un’azione da parte dei legislatori. Eppure essi rimangono attanagliati da un mix letale di tabù, di tribalismo e per giunta sono atterriti dagli organi d’informazione. La politica britannica riguardo tutte le sostanze intossicanti e narcotiche (dall’alcol alle benzodiazepine) è caotica e pericolosa. Lo scorso giovedì, il governo ha ammesso la sua incapacità di controllare lo “sballo legale” e quelli nuovi inventati ogni settimana. Il governo corre attorno i laboratori clandestini agitando mandati di arresto come fecero i Keystone Cops [film muto satirico dei primi anni 900 sull’eccessivo dinamismo pedestre dei poliziotti].

La catastrofe di morti e l’anarchia che fece fallire la soppressione della droga ha portato al Messico e ad altri narco-stati a ingaggiare una guerra ossessiva voluta dall’occidente al terrore, la quale sembra uno spettacolo di poco conto. La strada per uscire da questa oscurità viene ora non tracciata nel vecchio mondo, ma nel nuovo, i cui eroici legislatori meritano di ricevere un Nobel per la pace. Sono loro che hanno raccolto la sfida di combattere una guerra mondiale che conta davvero: la guerra contro la  guerra alla droga. È significativo che i paesi più coraggiosi sono anche i più piccoli. Un ringraziamento al cielo per i piccoli Stati.


[1] That is the kind of promise politicians love to make. It assuages the sense of moral panic that has been the handmaiden of prohibition for a century. It is intended to reassure the parents of teenagers across the world. Yet it is a hugely irresponsible promise, because it cannot be fulfilled.

[2] this 100-year struggle has been illiberal, murderous and pointless. That is why The Economist continues to believe that the least bad policy is to legalise drugs.

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