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La legge di stabilità del governo Letta.

18 ottobre 2013

Sul’Huffington Post Andrea Bassi esprime le perplessità di molti italiani.

C’è da stare davvero poco sereni a leggere le bozze della legge di stabilità, la prima firmata da Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni. Tre giorni dopo l’approvazione da parte del consiglio dei ministri ancora non c’è un testo definitivo. Ma quello che è emerso fino ad oggi induce a riflessioni cupe. Se questa manovra doveva servire a restituire fiducia nel futuro agli italiani, come ha detto Letta, l’obiettivo rischia di essere drammaticamente mancato.

Prendiamo il taglio del cuneo fiscale. Il beneficio massimo per i lavoratori, secondo i conti che ha fatto il Tesoro, sarà di 152 euro l’anno , poco più di 12 euro al mese. Ma a gennaio ci sarà un taglio lineare delle detrazioni fiscali che costerà alle famiglie, dice il servizio studi della Uil, in media 32 euro l’anno. In tasca rimarranno meno di dieci euro netti. Ma poi bisognerà pagare la nuova supertassa sui conti di deposito del 2 per mille. Se si hanno da parte 50 mila euro di Bot, si pagherebbero in un anno 100 euro. Poco meno, appunto, di 10 euro al mese.

Forse sarebbe stato meglio non far nulla. Il peggio, però, non è in questo pseudo taglio del cuneo fiscale. Nelle pieghe della legge di stabilità c’è una vera e propria bomba termonucleare. Un aumento di tasse da 20 miliardi di euro in tre anni, a partire dal 2015, attraverso il taglio lineare di tutte le agevolazioni fiscali, comprese quelle su pensioni e lavoro dipendente. Lo ha chiesto Bruxelles (a proposito, non doveva essere la prima manovra senza condizionamenti europei?). Serve per rassicurare i partner che saremo in grado di rispettare gli obiettivi del Fiscal compact, ossia il pareggio strutturale di bilancio e l’abbattimento del debito pubblico di un ventesimo l’anno della quota eccedente il 60% del Pil. L’unica speranza che abbiamo di evitare questa immane stretta fiscale (pari a quella che Giulio Tremonti fu costretto a promettere all’Ue per ottenere il piano di acquisti della Bce) si chiama Carlo Cottarelli. Se riuscirà a tagliare la spesa di un ammontare equivalente, l’aumento delle tasse non scatterà. Tutti gli altri che ci hanno provato, ultimo è stato Enrico Bondi, non ci sono riusciti.

Non finisce qui. Il 2015 rischia di essere un anno nero anche per la casa. Le prime abitazioni soprattutto. La nuova Tasi che ha sostituito l’Imu rischia di far rimpiangere la tassa precedente. Il governo ha stabilito un tetto del 2,5 per mille all’aliquota della Tasi prima casa. Ma solo per il 2014. Nel 2015 i Comuni, se vorranno, potranno far salire l’aliquota fino al 7 per mille. La vecchia Imu aveva un tetto al 6 per mille. E non c’è più nemmeno la franchigia automatica di 200 euro. Sulle seconde case è ancora peggio. L’aliquota massima sale all’11,6 per mille da subito. L’anno scorso, la prima volta che è stata applicata l’Imu, c’è stato un incasso di 24 miliardi di euro contro i 20 miliardi previsti dal governo. Significa che molti Comuni hanno ritoccato all’insù le aliquote. Se nel 2015 tutti i Comuni portassero al livello massimo il prelievo, secondo alcune stime, potrebbero incassare 30-35 miliardi di euro. Aggiunti ai possibili 20 miliardi di stretta fiscale sulle agevolazioni farebbe salire le potenziali nuove tasse fino quasi a 40 miliardi di euro. Il conto del Fiscal compact sta per arrivare?

 

 

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