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Solo fortuna.

6 ottobre 2013

Luca Calvetta dall’Huffington Post.

Io non ho chiesto a nessuno di nascere. Non ho scelto alcunché. Nè le mani, le labbra, il passato dei miei genitori. Nè il denaro e la sensibilità che mi avrebbero formato. E neanche le paure o l’amore che avrei ricevuto. Sono nato un giorno di settembre, io, senza volerlo. E senza meriti particolari. Senza altre colpe, neppure, che non fossero il sangue che ho in corpo.

Sono nato cittadino italiano, io. Per puro caso. Sono nato in una famiglia benestante. E non ingrasso se anche mangio molto. Sono nato uomo, bianco e con gli occhi verdi. E godo di tutti i privilegi che questa condizione mi riserva. Per puro caso. O se vogliamo, per la storia che l’umanità ha fino a qui sedimentato.

Per puro caso, allora, e per una certa antichissima violenza.

Sono nato dalla parte opportuna dell’ingranaggio. Acquisto vestiti, alimenti ed oggetti fabbricati in altre parti del mondo o in Italia, anche. Non molto curante, a dire il vero, dei processi, delle mani e dei corpi che li hanno portati fino a me. Deposito soldi, in banca. Spendo, perfino investo, io, dei soldi. Ancora meno consapevole delle loro traiettorie. Purché un margine di profitto sia garantito. E posso permettermi addirittura di esigere che quel cibo sia talvolta biologico, equo e solidale. Che quel conto corrente sia sufficientemente poco chiaro da non recare in calce il nome di una qualche dittatura, all’altro capo del pianeta.

Per puro caso, dunque, e per una certa deliziosa pigrizia.

Sono cresciuto attraversando molti paesi e culture. Camminando sul filo delle frontierecome un equilibrista in scena, durante l’esibizione. Senza pericolo alcuno di cadere. Senza pericolo alcuno di cadere, mai. Perché non mi erano destinate barriere di nessun genere. Dogane. Oceani o procedure di ammissione. Perché l’unica frontiera sono sempre stati i miei soli, altissimi desideri. E per questo, sempre, mi sono potuto dire cosmopolita. Democratico. Liberale. Per pura conseguenza del caso.

Io non ho mai dovuto chiedere a criminali di alcuna sorta un favore, un aiuto, una tutela. Perché solamente chi non ha diritti si trova a comprendere, fin dentro alla propria carne, che i diritti esistono. E si violano. E si lodano come un salmo alla domenica, mentre si pensa a tutt’altro. O non si pensa affatto.

Io non ho mai dovuto chiedere a nessuno che la mia dignità venisse rispettata. Perché la mia dignità poteva tranquillamente fare a meno di un lavoro, di una religione, di una patria, in qualche modo. Perché la mia dignità poteva tranquillamente oltrepassare le distinzioni di razza, orientamento sessuale o istruzione. Per mero frutto del caso e per niente altro ancora.

Io sono sempre stato profondamente europeista. Perché dalle finestre del mio appartamento all’ultimo piano, si gode di una vista meravigliosa sulle nuvole al tramonto. Ed è facile inseguire le più nobili astrazioni. Spetteranno agli altri, suppongo, accalcati negli autobus in basso, per la strada, le incoerenze e gli scarti dei miei sogni sovranazionali. Per la strada in basso e, certo, più lontano: al di là dei monti e delle acque. Al di là degli occhi.

Per mia sorte, mia sorte, mia grandissima sorte.

Io posso permettermi di dire, quindi, che le diverse leggi poste a guardia dei confini sono una barbarie. Io posso permettermi di dire che l’idea stessa di confine è un arbitrio morale e perfino filosofico. Io posso permettermi di insultare chi permane razzista e xenofobo. E posso dire che la retorica sopra i morti a Lampedusa e ovunque, non deve condannarsi, se serve a proporre una questione. E a porla davvero nei cuori. Di tutti. Per puro caso.

E posso perfino gridare che non cambierà mai nulla fin quando si insegnerà che l’essere umano deve salvarsi o redimere da una colpa precedente. Che la sua dignità gli deriva dal sudore della fronte. Dal lavoro. O i suoi diritti dalla condizione di cittadino di un numero limitato di nazioni. O fedele d’una specifica religione. Che la sua dignità e finanche la sua sopravvivenza gli derivano dall’essere maschio o femmina, omosessuale o altro ancora. Che la sua vita dipende, in altre parole, dal ruolo che gli spetta all’interno di un insieme più ampio. E nella misura in cui rimane subordinato agli interessi di chi controlla quello stesso insieme.

Io posso dire tutto questo, senza nessuna certezza di venire compreso. Per puro caso, posso dirlo e pensarlo. Quello che non posso, invece, dire per un semplice giro della fortuna, ma perché devo dirlo, è che Lampedusa, lei, non è figlia del caso. E non dipende da una legge. Dal coraggio di un peschereccio e neppure dai soli strumenti dell’Unione europea.

Perché Lampedusa non è un incidente. Un dramma. Una triste notizia. Ed i morti senza nome di Lampedusa non sono altri morti da quelli vomitati ogni singolo giorno dal nostro sistema nel suo complesso. In ciascuno dei nostri gesti. Gusti. E consumi. Ovunque si subordini l’umanità di una persona ad un criterio ulteriore. Ad un’altra, più stringente qualità. Oltre quella, semplicemente, di essere al mondo.

Genere, razza o fede, allora, cittadinanza, occupazione o produttività, assemblea degli azionisti o sfruttamento delle risorse naturali. Le persone valgono in quanto tali. Sempre. E in ogni luogo. È la loro umanità che infonde valore a tutto il resto. E non il contrario. Si tratti delle più prestigiose istituzioni. Morali o politiche. Economiche o familiari. Si tratti della ragion di stato o di quella celeste. Perché questo non è il caso. È la nostra responsabilità. E la logica di un sistema che implica per sua stessa natura partizioni, ingiustizie e morti.

O se ne cambia l’essenza, quindi. A piccoli passi, magari. Progressivamente. O Lampedusa tornerà senza sosta. Vicino e lontano e dentro ciascuno di noi. Perché non ho chiesto a nessuno di nascere, io, tanti anni fa, ma ho lasciato che qualcun altro morisse. Ogni giorno.

 

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