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Eternit: le motivazioni della sentenza.

2 settembre 2013

Ottocento pagine. Tante ne sono servite ai giudici della Corte d’Appello di Torino per spiegare le motivazioni che hanno portato alla condanna a 18 anni di reclusione – due in più rispetto al primo grado – di Stephan Schmidheiny, magnate svizzero per decenni amministratore delegato della Eternit. Per le esalazioni dei quattro stabilimenti italiani della multinazionale dell’amianto sono morte e si sono ammalate migliaia di persone. Casi riuniti nel maxi-processo conclusosi, almeno per quanto riguarda l’Appello, lo scorso 3 giugno con la sentenza dei giudici torinesi guidati da Alberto Oggè.

I magistrati, scrivono, avrebbero condannato alla stessa pena anche l’altro imputato, il barone belga Louis de Cartier, che però era morto pochi giorni prima della sentenza. La loro colpa principale è stata «avere fatto disinformazione circa la pericolosità dell’amianto anche quando questa era ormai nota in tutto il mondo». Da qui l’accusa di disastro ambientale doloso continuato, l’unica che ha retto fino al secondo grado. L’altra accusa, quella di omissione dolosa di cautele antinfortunistiche nei confronti dei dipendenti, è invece stata giudicata prescritta.

Eppure, la condanna rispetto al primo grado è stata aumentata: da 16 a 18 anni. A determinare la differenza sono i due stabilimenti di Napoli-Bagnoli e Rubiera (Reggio Emilia), per cui il disastro era stato valutato come prescritto dal giudice di primo grado. Secondo i magistrati della Corte d’Appello, invece, «non si è ancora concluso». Anzi, «il particolare evento di disastro – scrivono – verificatosi anche in quei siti ha preso la forma di un fenomeno epidemico che, esattamente come in quelli di Casale Monferrato (Alessandra) e Cavagnolo (Torino), si è esteso lungo l’asse cronologico con durata pluridecennale». Ecco quindi il conteggio che ha portato alla determinazione della pena: 12 anni per le vittime di Casale, dove aveva sede la fabbrica più importante e dove vi è stato il numero più consistente di morti e ammalati, e due anni ciascuno per quelle degli altri tre stabilimenti.

Per ribaltare quella che è stata definita «una sentenza storica» dal pm Raffaele Guariniello, che ha coordinato il pool che in questi anni ha sostenuto l’accusa nel processo Eternit, ora agli avvocati della difesa non resta che la strada della Cassazione, che tuttavia non potrà entrare nel merito dei fatti, limitandosi a questioni di forma e competenza territoriale.

Da La Stampa di oggi.

 

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