Skip to content

Il risveglio dello zio Sam

21 agosto 2013

images

Se la caduta dell’Impero sovietico rappresentò per un verso l’acme della potenza politica ed economica americana, per l’altro ne fu paradossalmente – secondo la tesi di alcuni autori di politica internazionale – l’inizio del suo declino: “Time to Start Thinking: America in the Age of Descent” di Edward Luce (E’ il tempo di cominciare a pensare l’America nell’era del declino). Per la prima volta in decenni, nel corso della prima fase del processo di globalizzazione, la maggioranza degli americani ritenne che i loro figli in futuro avrebbero percepito redditi peggiori rispetto a quelli goduti dalla generazione precedente. In effetti, gli standard di vita della classe media subirono una stagnazione, per non dire una netta contrazione, la cui conseguenza non è altro che la fotografia di quell’attuale diseguaglianza sociale ampiamente e giustamente oggetto di serrata critica da parte di Stiglitz. Inoltre, ad aggravare un quadro già fosco, Bush junior decretò quella inutile guerra in Iraq, che nel volgere di qualche anno si trasformò in una sonora debacle. Tuttavia, alcuni pessimisti stanno ignorando una forza potente che spinge nella direzione opposta: la straordinaria capacità dell’America di reinventarsi. Del resto, nessun altro paese al mondo è in grado di produrre nuove imprese in una tale varietà di settori: non solo nella nuova economia dei computer e di internet, ma anche nella cosiddetta old economy dello shopping (Amazon, Noodles) e della produzione di energia.

George Mitchell, che purtroppo è morto il 26 luglio scorso, è stato un dei pochi che confutavano l’ipotesi del declino statunitense. Dal 1970 l’industria energetica americana si è riconciliata apparentemente con la tesi dell’inevitabile tramonto. Gli analisti statunitensi, esperti in questo specifico settore (oil), negli ultimi 40 anni hanno prodotti volumi di grafici per dimostrare che la quantità di petrolio e di gas estratto dal sottosuolo domestico si stava sempre più esaurendo. Le grandi imprese petrolifere furono obbligate a scegliere il percorso della globalizzazione per poter sopravvivere. Tuttavia, il signor Mitchell fu sempre convinto che immense riserve fossero intrappolate in profondità nella roccia scistosa le quali, con ingegno e con l’ausilio di una nuova tecnologia, in futuro sarebbero state liberate. Egli, ha trascorso decenni affinando le tecniche di perfezionamento per raggiungere lo scopo. Finché, Mitchell giunse ad adottare l’attuale meccanismo estrattivo che si basa principalmente sull’iniezione di fluidi ad alta pressione nel terreno per fratturare la roccia al fine di creare percorsi di risalita per il petrolio e per il gas intrappolati nel sottosuolo (fracking). Si giunse così ad applicare un congegno che mette in moto una trivellazione laterale per far sì che si aumenti la resa di ogni singolo pozzo (perforazione orizzontale).

Il primo risultato fu quello di dar corso a una rivoluzione epocale nel campo della tecnologia estrattiva dei derivati fossili. Ciò, si direbbe poco o nulla rispetto ai probabili effetti di mutazione degli assetti geo-strategici nei prossimi decenni dovuti a questo inaspettato “balzo” tecnologico. Il fracking potrebbe trasformare, se non addirittura scompaginare, l’attuale mercato dell’energia americano nonché quello mondiale. Ne è testimonianza la straordinaria velocità del suo cambiamento, ma soprattutto gli enormi investimenti che vengono effettuati in quella direzione. La Cheniere Energy http://www.cheniere.com Houston Texas, – una  tra le tante aziende implicate in questa trasformazione – sta investendo qualche miliardo di dollari per realizzare nel Sabine Pass (Louisiana, golfo del Mexico), entro il 2018, sei terminal, convogliando così il gas proveniente dal gasdotto del nord – ove si trovano i giacimenti di shale gas – per trasformarlo (LGN) in sostanza liquida (rapporto 1/600), che a sua volta verrà trasportato via mare, mediante appositi container (già in uso dalla Totem http://www.totemocean.com/, controllata dalla General Dynamics http://www.gdit.com/, di cui conserva il brevetto), verso le destinazioni di ri-gassificazione ai destinatari dei singoli contratti di vendita (principalmente Europa e Giappone). Si presume un futuro giro d’affari annuo intorno a qualche decina di miliardi di dollari. Non possiamo fare a meno di citare la società che ha incorporato a suon di milioni di dollari la company indipendente fondata da Mitchell: la Devon Energy Corporation http://www.dvn.com leader nel processo di estrazione dello shale gas. Gli Shale beds ora producono più di un quarto del gas naturale degli Stati Uniti, rispetto ad appena l’1% nel 2000. L’America, potenza industriale altamente energivora, è sulla strada per diventare, non solo autosufficiente, bensì pure esportatrice netta di gas. Tradizionali potenze petrolifere come l’Arabia Saudita e la Russia stanno perdendo forza contrattuale e quindi potere d’influenza politica planetaria. Saremmo in grado d’immaginare quali futuri scenari si staglierebbero all’orizzonte fra qualche anno, in particolare quelli relativi alla intricata ed annosa questione medio-orientale? Proviamo a delinearne qualcuno. Qualora gli USA diventassero competitivi sul mercato mondiale nella fornitura di energia a prezzi “modici” avrebbero la possibilità di condizionare ulteriormente l’offerta attuando delle politiche di “dumping strategico”. Allora ci chiederemmo quale sarebbe il destino dei tronfi oligarchi russi magnati dell’energia, per non dire del governo autocratico di Putin? Quanto tempo potrebbe resistere la cosiddetta “aristocrazia tribale” saudita la quale, al cospetto dell’infinita disponibilità americana, sarebbe costretta attraverso la propria SOE Saudi Aramco a pompare barili di petrolio sia per calmierarne il prezzo, sia per poter godere continuamente di lauti profitti nella sua feudale lussuosa inoperosità? La monarchia saudita rischierebbe di distribuire un bene al di sotto del margine, accumulando così vistose perdite. Per non parlare della sopravvivenza dell’attuale regime iraniano che, a tutt’oggi, “accarezza” la sua nervosa società civile mediante lucrosi e costosi sussidi finalizzati al consumo di carburante. Sicuramente gli effetti di questa “rivoluzione” energetica sul quadro politico internazionale si farebbero sentire in misura eguale sul mercato interno statunitense. Sarebbe ancora conveniente per le società manifatturiere americane perseguire quella politica di supply side chain attuata al calare del secolo precedente nell’affannosa ricerca di un lavoro esotico a basso costo, allorché oggi, in casa propria, si potrebbero realizzare risparmi consistenti sui gravami energetici – e non solo – che compenserebbero gli eventuali maggiori costi del lavoro domestico (reshoring)?  Cina e India sono avvertite, i loro surplus derivati dai trade balances potrebbero con il tempo svanire. E’ vero che entrambe dispongono di copiose riserve valutarie, ma il tempo è sempre tiranno e questa volta gioca a favore dello zio Sam.

Così come Edward Jenner, medico e naturalista britannico, nel tardo settecento, non disvelò la natura patogena del vaiolo, essendo tale morbo presente fin dagli albori dell’umanità, ma intuì che una inolucazione preventiva in dosi minori degli stessi germi sul corpo umano avrebbe difeso l’organismo da tale pestilenza, allo stesso modo George Mitchell non scoprì lo shale gas e l’oil: indagini geologiche avevano rivelato la loro presenza decenni prima che egli iniziasse a pensarci. Non ha nemmeno inventato il fracking: pratica che fu in uso fin dal 1940. La sua grandezza sta in una combinazione di visione, caparbietà e spirito d’impresa. Egli era convinto che la tecnologia avrebbe potuto sbloccare le vaste riserve di energia nel Barnett Shale tra Dallas e Fort Worth, e continuò incessantemente trivellare finché alla fine la roccia si arrese al suo genio e alla sua testardaggine.

Mitchell era l’incarnazione del sogno americano. Suo padre era un povero immigrato greco, un capraio che poi giunto negli USA gestì un negozio di lustrascarpe a Galveston nel Texas. Mitchell dovette farsi strada con difficoltà: prima laureandosi a pieni voti in ingegneria e poi acclarandosi nel tempo tra i più noti esperti americani nel settore della tecnologia petrolifera.

A George Mitchell, la cui opera potrebbe far cambiare i prossimi assetti geo-politici futuri, compresi il già evidente disinteresse americano per quanto concerne il fronte Mediterraneo, la stampa italiana ha dedicato solo qualche trafiletto in quarta pagina, essendo questa troppo impegnata nello stucchevole dibattito interno se o meno “perdonare” un lascivo ottuagenario condannato per frode fiscale. Se pensiamo che il Ministro dell’Energia del governo britannico, il liberal-democratico Chris Huhne, lo scorso anno dovette dimettersi dal suo dicastero e dal parlamento per aver cercato di evitare di perdere punti sulla patente per eccesso di velocità addossando falsamente la responsabilità alla moglie, ebbene nella comparazione tra i due casi si potrebbe stimare la differenza che sussiste in materia di etica pubblica e senso di responsabilità di gran parte della nostra classe dirigente rispetto a quella della comunità civile internazionale.

Gavio Franco

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: