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Università e crisi economica.

17 agosto 2013

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Agnese Ananasso su La Repubblica di oggi pubblica un interessante articolo sull’elaborazione dei numeri del Miur e confronta il periodo pre crisi con l’anno accademico appena concluso. Il Sud non studia più (-20%).

La crisi economica forse sta per allentare la morsa sull’Italia, ma restano sul campo gli effetti devastanti della più pesante recessione del dopoguerra per il nostro Paese. Rovine che non risparmiano l’università e le prospettive dei giovani e delle loro famiglie. Un percorso sempre più lungo e costoso, tra corsi di perfezionamento e master, e sempre meno propedeutico ad un posto di lavoro stabile. Datagiovani ha elaborato per Repubblica i numeri del Miur, mettendo a confronto l’anno accademico appena terminato con quello pre-crisi del 2007/2008 (per intenderci, i mesi dello scandalo subprime e del crac Lehman Brothers. L’inizio della fine). In cinque anni si sono registrate 38.340 immatricolazioni in meno, pari a una flessione del 12,5%, più evidente nel Mezzogiorno dove 24mila ragazzi hanno rinunciato a rincorrere la laurea. Considerando solo Sud e Isole le iscrizioni sono diminuite del 20%, mentre al Nord si parla di cifre più contenute, nell’ordine del 5%. La maglia nera spetta alla Sardegna (-23%) mentre limitano i danni Lombardia (-2,8%), Veneto ed Emilia Romagna (entrambe a – 4% circa).

Ma se è vero che al Sud si va meno all’università è anche vero che quando ci si va si punta al meglio, si investe sul futuro, pagando più della retta: i genitori sono disposti a mantenere i figli che scelgono di andare in un ateneo fuori regione, in genere al Centro-Nord. Così emerge che mentre cinque anni fa il 76,5% degli immatricolati meridionali rimaneva vicino casa per studiare, quest’anno sono stati poco meno del 73%, con i siciliani che “emigrano” di più. Al Nord, Piemonte e Lombardia in primis, la tendenza è inversa, con i giovani che preferiscono rimanere nella propria terra – agevolati dalla prossimità di un’offerta accademica di alto livello – anche se le variazioni sono minime se paragonate a quelle del Sud, intorno al punto percentuale.

Cambia pure la scelta della facoltà, orientata sempre di più verso quelle che offrono, almeno sulla carta, maggiori sbocchi lavorativi. Prova ne è la tenuta delle facoltà scientifiche, con appena 142 immatricolati in meno (-0,2%) per un totale di 94mila iscritti, e il quasi sorpasso sull’area sociale che sebbene abbia richiamato 96mila matricole ha subito una perdita del 20%, pari a 25mila studenti. Non va molto meglio per le materie umanistiche (-11,9%) e sanitarie (-18,7%).

Nel dettaglio è cresciuto in modo esponenziale l’appeal della facoltà di scienze agrarie, forestali e alimentari (+45%), seguita da scienze e tecnologie fisiche (+25%) e da ingegneria industriale (+19%). Nella classifica ai primi posti troviamo una facoltà umanistica, quella di lingue e culture moderne che vede un picco di iscritti (+16%) ma è solo un’eccezione, perché il segno positivo lo troviamo di nuovo in ambito scientifico con tecnologie chimiche (+10%) e ingegneria dell’informazione (+8%).”È evidente che le facoltà che hanno visto crescere il numero di immatricolati in questo periodo di crisi sono quelle più orientate al mercato del lavoro e dell’impresa privata soprattutto – spiegano gli esperti di Datagiovani – ancora meglio se di tipo industriale e con lo sguardo verso l’estero, da cui la tenuta della facoltà di lingue. Non è un caso che siano materie come architettura e ingegneria edile (-37%) e farmacia (-34%) a riscuotere meno successo, competenze che troverebbero applicazione in settori economici oggi in sofferenza o dove l’accesso alla professione è particolarmente difficile”.

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