Skip to content

Riluttante o surrettizia l’egemonia tedesca?

8 luglio 2013

20130615_ceu400

Circa un mese fa il settimanale The Economist dedicò il suo trimestrale e noto “special report” alla Germania. Si è a conoscenza di quanto sia importante il giudizio espresso da questa testata anglosassone tra gli operatori economici, gli analisti politici internazionali e la business community, sul merito degli argomenti specifici da essa trattati. Per altro, si è altrettanto consapevoli della buona nomea del settimanale londinese nel cercare di stendere, per quanto sia possibile, una “valutazione oggettiva dei fatti”, pur nell’ambito del suo ben noto orientamento di tipo liberal. Il report in questione consiste nella pubblicazione di sei corposi articoli che spaziano all’interno dei tre classici campi d’indagine, attraverso i quali il The Economist solitamente espone il proprio punto di vista su ogni singolo paese: la politica, l’economia e la società. Ovviamente, non mi accingo a riassumere l’intero quadro analitico, tuttavia, in questo post, cercherò di compendiare quello che personalmente ritengo il testo più importante: l’articolo da cui si evince il parere critico che sentenzia la posizione del The Economist sul caso Germania.

Com’è ovvio tale opinione ha fatto, nel volgere di una settimana, il giro del mondo. Molte testate giornalistiche internazionali, in particolare quelle europee – con esclusione naturalmente delle italiane, poiché a noi a tutt’oggi è più caro l’annoso tema dell’abolizione delle Province, assurte in modo ridicolo a capri espiatori del mostruoso debito pubblico – ritengono il tema “tedesco” d’importanza strategica. Infatti, secondo molti commentatori politici, l’evoluzione della Germania può determinare, in chiave europea, non solo il futuro assetto degli equilibri mondiali per quanto concerne il quadro economico finanziario (l’euro), bensì anche per quello di natura più squisitamente geo-politico. Se dovessi condensare in due parole l’opinione che mi sono fatto sui testi esaminati, direi che essa si può definire “malignamente benevola”. “Malignamente”, poiché nell’elogio al primato tedesco – e quindi in questo caso benevola – l’editor con questo avverbio fa trasparire l’incapacità – o meglio la svogliatezza – di questo importante paese ad assurgere al ruolo di “grande potenza”. Nello specifico, di farsi serio promotore del processo di unificazione europeo, nonché di riscatto politico dell’intero continente. “Il paese”, scrive il The Economist “non ha la struttura o la tradizione del pensiero strategico e la maggior parte dei tedeschi sono restii a vedere il loro governo prendere l’iniziativa. L’auto-immagine preferita della Germania è pari a una versione più grande della Svizzera: economicamente un successo, ma politicamente modesta.[1] Secondo l’autore, nonostante che il 60% della popolazione tedesca conservi un’opinione favorevole sull’Unione Europea, maggiore che in Gran Bretagna, in Francia o in Spagna, “la questione tedesca”  come Henry Kissinger notoriamente la definì “è intesa come un paese che svolge un ruolo troppo grande per l’Europa e per converso troppo piccolo per il mondo. Tale argomento è di nuovo all’ordine del giorno.[2] Quindi, secondo l’opinione di William Paterson della Aston University di Birmingham, citata dal settimanale londinese, la Germania è un “egemone riluttante.[3] Il The Economist asserisce che in Germania l’oggetto del dibattito è quasi del tutto assente. I tedeschi sono profondamente ambivalenti riguardo il loro crescente ruolo in Europa e in generale si sentono a disagio a parlare di leadership. Il semplice vocabolario è pieno di echi storici. Per il mondo tedesco il leader è il Führer, il titolo adottato da Adolf Hitler. Quando si menziona la parola “egemonia” i politici tedeschi si defilano. “Angela Merkel ha recentemente descritto il concetto come totalmente estraneo a me. Il pensiero strategico è sorprendentemente assente in qualsiasi parte del governo. Joschka Fischer, ex ministro degli esteri, lamenta che: “i tedeschi non hanno mai fatto una seria riflessione circa il destino di una Germania riunificata in Europa”. Ciò è improbabile che cambi presto, quindi non è facile valutare dove un’Europa dominata dai tedeschi si possa dirigere.[4] Ma quale è la vera ragione di questa ritrosia nell’assumere il bastone del comando?

20130615_SRM966

Il The Economist la espone mettendo in rilievo quella travagliata esperienza storica di marca tedesca, le cui conseguenze portano l’attuale comunità a difendere strenuamente la stabilità economica e la serenità sociale. Questo motivazioni, derivate dalla drammaticità novecentesca, l’autore del saggio, le “organizza” secondo un suo schema logico temporale, sintetico e puntuale. In primo luogo, egli afferma, per secoli le genti di lingua tedesca hanno vissuto in una collezione di piccoli Stati semi-indipendenti. Sin dalla sua unificazione nel 1871, i due tentativi del paese di proiettarsi come potenza, mediante la Germania imperiale sotto il Kaiser e successivamente attraverso il Terzo Reich, sono stati disastrosi; la seconda storica eredità della Germania, l’autore la individua nel profondo, sebbene rudimentale, credo nell’integrazione europea. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa ha offerto alla Germania Ovest un percorso di riconciliazione e di redenzione, così come quello di prosperità. Dacché, dopo circa mezzo secolo di sovranità limitata, sarebbe illusorio pretendere che  emergesse una classe politica incline a svolgere un ruolo di direzione geo-strategica internazionale; la terza eredità della storia è un desiderio di stabilità, anche perché i tedeschi non ne hanno mai avuto molta. I 68 anni dalla fine della seconda guerra mondiale sono stati il ​​più lungo periodo ininterrotto di pace in Europa dal 16° secolo. Negli ultimi 100 anni i tedeschi sono passati attraverso l’iperinflazione e diversi periodi di collasso economico. L’ossessione nazionale per la stabilità dei prezzi è diventata uno stereotipo. Il The Economist a riguardo sottolinea: “uno studio recente ha dimostrato che i tedeschi sono più preoccupati per l’inflazione che per il contrarre una malattia mortale come il cancro. Essi attribuiscono una grande importanza alle regole e alle istituzioni che promuovono la stabilità e che mantengono i politici sotto controllo.[5] Quindi, secondo questa interpretazione ricavata dallo studio della psicologia delle masse, i tedeschi desidererebbero un’Europa senza sobbalzi, priva di eccessi, stabile e rassicurante. Insomma, un’Europa a loro immagine e somiglianza. Potremmo riassumere il tutto con un banale slogan: copiate il nostro modello e sarete ricchi, ma “count us out” (non contate su di noi). Questo pusillanime atteggiamento tedesco affiorerebbe, secondo il settimanale economico, come un’occasione persa sia per l’Europa, sia per la stessa Germania: “la crisi dell’euro e la debolezza degli altri “pesi massimi” ha aumentato il rilievo della Germania. La Gran Bretagna, al di fuori dell’euro ha perso influenza, poiché distratta dal un dibattito interno circa la sua permanenza nell’Unione Europea[6]…..ma l’europhilia tedesca è bilanciata dai timori d’instabilità. La signora Merkel raccoglie un consenso domestico elevato per la gestione della crisi, perché è vista come colei che ha “protetto” i suoi connazionali dal caos esterno.[7] Si direbbe che c’è del vero in questa tesi giustificazionista. Sennonché, non tutti la pensano in questo modo. Per stessa ammissione del The Economist, parte della stampa francese, in particolare quella di sinistra, denuncia la Germania di “’intransigenza egoista nella gestione della crisi dell’euro da parte del cancelliere tedesco, Angela Merkel. Il divario economico tra la Germania e la Francia è più ampio di quanto non lo sia mai stato.[8] Inoltre, sempre riportato nel testo “I burocrati di Bruxelles parlano mestamente che Berlino sta diventando la capitale d’Europa. “Quando la posizione tedesca si modifica su un problema, il gioco di specchi si sposta e simultaneamente gli altri paesi si allineano dietro di loro”, dice un funzionario. “Questo è un fatto senza precedenti nella storia dell’Unione Europea.[9] Perciò, nel constatare queste dichiarazioni sono più propenso a condividere il lapidario giudizio espresso dalla sinistra democratica americana (Krugman, Stiglitz, Eichegreen e l’inglese Skidelsky) che sostituirebbe quell’aggettivo “riluttante”, qualificante il sostantivo femminile “egemonia”, con una stessa parte del discorso, ma di ben altro significato e interpretazione politica: “surrettizia”. Una “surrettizia egemonia”, che si attua con furtività e reticenza, di nascosto, tenendone volutamente all’oscuro chi dovrebbe o vorrebbe invece saperlo. Un comportamento più astuto, meno drammaticamente enfatico ed espansivo di quello attuato nel corso del 900, ma ugualmente efficacie. Ci sono molti indizi che corroborano questa tesi: l’atteggiamento volutamente punitivo nei confronti del misero debito greco; le indebite pressioni nei confronti del governo italiano e spagnolo; le sempre più stizzite reazioni verso le esternazioni del Presidente francese Hollande; la stucchevole critica della Bundesbank nei confronti della magnanimità di Mario Draghi; la cavillosa puntualizzazione in merito all’unione bancaria europea, da cui alcuni cominciano a sospettare che sia strumentale al fine di celare la “delicata” situazione – ammesso che si tratti di semplice “delicatezza” e non come i più malevoli suppongono di voragine debitoria privata – che s’intreccia tra il potere politico periferico tedesco e il sistema bancario locale. La Germania andrà alle urne il 22 settembre, ma, secondo il The Economist “qualunque sia l’esito delle elezioni è improbabile che ciò dia corso a un improvviso cambiamento della politica tedesca verso l’euro e l’Unione europea.[10] Se si avverassero queste previsioni, il quadro di sofferenza economica e sociale, che attualmente circoscrive il meridione europeo, non si attenuerebbe e poco varrebbero le misure intraprese da ogni singolo paese per favorire la crescita. La Germania se volesse veramente “sciogliersi” nell’Unione Europea, anziché assumere questa posizione “riluttante” secondo il The Economist o peggio “surrettizia” secondo i più sospettosi analisti, dovrebbe farsi, in primo luogo promotrice di un processo d’integrazione istituzionale e politico in chiave europea a medio termine; secondariamente comprendere che tra l’Algarve, la Calabria e le ricche regioni della Bassa Sassonia e della Baviera, al momento esiste una differenza economica in termini di reddito, sviluppo industriale, propensione agli investimenti, tale da non poter pretendere che le prime possano da sole copiare un modello preordinato, colmando in poco tempo secoli di arretratezza culturale e sottosviluppo economico, per giunta “cont us out”. Un sommario sguardo al testo “La grande trasformazione” del famoso economista ungherese Karl Polanyi, potrebbe indurre la classe dirigente tedesca a capire i principi dell’economia istituzionalista. Fin quando nell’area euro questo non avverrà, ogni sforzo dei governi nazionali del sud Europa sarà pari come a colui che pensa con una aspirina di curare un malato terminale. Per queste ragioni sono più propenso ad avallare l’ipotesi liberal anglosassone, quella dei già citati autori (che per altro giorno dopo giorno riscuotono consenso), ove all’aggettivo “riluttante” preferiscono quello “surrettizio”. Al momento, senz’altro più appropriato.

Il mio amico Anton, austriaco, viennese, nel corso di tempestosa discussione nei confronti di una partnership riottosa per principio ad accettare alcune banalità organizzative sottese a promuovere un evento programmato per un corposo progetto europeo, si avvicinò a me sorridente e mi disse ”Franco, don’t worry, that’s Europe” (Franco, non ti preoccupare, questa è l’Europa). “Unfortunately is Europe”, risposi.

Franco Gavio


[1] http://www.economist.com/news/special-report/21579140-germany-now-dominant-country-europe-needs-rethink-way-it-sees-itself-and the country has no machinery or tradition of strategic thinking, and most Germans are loth to see their government take the lead. Germany’s preferred self-image is as a bigger version of Switzerland: economically successful but politically modest

[2] The “German question”— about the role of a country too big for Europe and too small for the world, as Henry Kissinger famously put it — is back on the agenda.

[3] reluctant hegemon

[4] Mrs Merkel recently described the concept as “totally foreign to me”. Strategic thinking is strikingly absent anywhere in government. Joschka Fischer, a former foreign minister, laments that: “Germans have never had a serious conversation about the destiny of a reunited Germany in Europe.”

[5] A recent study showed that Germans are more worried about inflation than about contracting a life-threatening disease such as cancer. They attach huge importance to rules and institutions that promote stability and keep politicians in check.

[6] The weakness of other heavyweights has added to Germany’s heft. Britain, outside the euro and distracted by a domestic debate about its EU membership, has lost influence.

[7] ….but German europhilia is balanced by fears of instability. Mrs Merkel’s handling of the crisis gets high marks at home because she is seen as having “protected” her countrymen from the mess elsewhere.

[8] “selfish intransigence” in the euro crisis of Germany’s chancellor, Angela Merkel. The economic gap between Germany and France is wider than it has ever been.

[9] Bureaucrats in Brussels talk ruefully about Berlin becoming the capital of Europe. “When the German position changes on an issue, the kaleidoscope shifts as other countries line up behind them,” says one official. “That’s unprecedented in the history of the EU.”

[10] But whatever its outcome, the election is unlikely to prompt a sudden shift in Germany’s policy towards the euro or the EU

Annunci
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: