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La capitolazione dell’Occidente in Afghanistan

25 giugno 2013

sydow

Christoph Sydow è un blogger e giornalista di Berlino, Egli è tra i più noti e informati commentatori occidentali sulla politica medio-orientale. Nel 2005, istituì il sito http://www.alsharq.de, che ebbe notevole successo ed è attualmente il blog tedesco più letto per quanto concerne fatti ed avvenimenti che accadono quotidianamente in Medio Oriente. Ha seguito da vicino gli sviluppi dei blogging e dei social media nel mondo arabo. Scrive per il Der Spiegel.

Buona lettura

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La capitolazione dell’Occidente in Afghanistan

An analysis by Christoph Sydow

Dopo 12 anni di guerra e migliaia di morti da entrambe le parti, gli Stati Uniti e i talebani sono finalmente pronti a parlare di pace. Mentre l’Occidente spera di appianare il suo ritiro, le organizzazioni per i diritti umani prevedono il ritorno di tempi bui per le donne e per le minoranze.

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Nell’aprile del 2007, Kurt Beck, poi capo del Partito socialdemocratico tedesco (SPD), suggerì che si doveva indire una conferenza di pace per l’Afghanistan e che avrebbe dovuto includere tutti i gruppi interessati, compresi i talebani. L’idea gli valse solo il disprezzo. I conservatori della cancelliera Angela Merkel sfogarono la loro ira e Rangin Spanta, al tempo ministro degli esteri dell’Afghanistan, si spinse fino marchiare Beck d’inconcludenza. Ma ora, sei anni più tardi, l’idea di Beck è effettivamente in corso di attuazione. Martedì scorso, i talebani celebrarono l’apertura della loro nuova sede a Doha, capitale del Qatar. Il luogo dove gli islamisti vogliono ospitare i negoziati di pace con il governo afghano e la Casa Bianca. Il Presidente afghano Hamid Karzai rimane evasivo sulla questione, ma i colloqui tra i talebani e il governo degli Stati Uniti si suppone che inizieranno nei prossimi giorni. Da alcuni anni, le parti in conflitto hanno già tenuto colloqui segreti e in diverse occasioni, i rappresentanti si sono incontrati anche in Germania. Ma ora, per la prima volta dall’inizio dell’intervento militare internazionale nel Hindu Kush, nel 2001, i talebani avranno un posto ufficiale al tavolo negoziale. Gli estremisti avevano rifiutato di partecipare a qualsiasi delle precedenti conferenze sull’Afghanistan, le quali per altro si sono svolte a intervalli irregolari.

Può esistere il “Talebano moderato”?

Ma ora le cose sono cambiate. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno come programma un semi-ordinato ritiro delle truppe da combattimento dal quel travagliato paese. Mentre i talebani fissavano la loro sede a Doha, Karzai annunciava che l’esercito afgano aveva ufficialmente assunto la responsabilità della sicurezza in tutto il paese da parte della International Security Assistance Force (ISAF), la missione di sicurezza a guida NATO in Afghanistan. Si suppone che entro la fine del 2014, quasi 100.000 soldati stranieri smobiliteranno dall’Afghanistan, lasciando solo gli istruttori militari. I paesi della NATO sperano che possano almeno lasciarsi alle spalle un paese che non sia immerso nel caos. Nel 2001, l’Occidente stabilì ambiziosi obiettivi per l’Afghanistan, tra cui l’attuazione della democrazia, la tutela dei diritti umani e la promozione di un governo responsabile. Ma già da molto tempo  gli Stati che contribuirono come forza armata per l’ISAF hanno rinunciato al raggiungimento di tali obiettivi. Gli Stati Uniti hanno fatto intendere che ai talebani sarà permesso di fare ciò che vogliono, a patto che si astengano dal permettere ai terroristi internazionali di cercare rifugio nelle zone che controllano. La distinzione spesso indicata tra gli elementi “radicali” e i “moderati” in campo talebano si trova a cavallo proprio di questo confine. Da un lato, ci sono i membri talebani che vogliono inaugurare un impero islamico globale con l’aiuto di al-Qaida. Dall’altro lato, ci sono quelli che si sarebbero accontentati di governare Kabul. Ciò che unisce entrambi i gruppi è il loro disprezzo per i diritti delle donne e delle minoranze. Human Rights Watch ha già dipinto un quadro fosco del futuro dei diritti delle donne nel paese. Inoltre, Amnesty International si lamenta per le innumerevoli violazioni dei diritti umani. Quest’ultima, nel suo rapporto annuale, ha scritto che le donne e le ragazze sono già sottoposte a particolari e ripetute violenze.

Incoraggiare i giochi talebani con Karzai

Da qualche tempo, i talebani hanno ottenuto il controllo di fatto su una serie di territori, in particolare quelli nella regione di confine con il Pakistan che si trovano nella parte orientale del paese. Laggiù, stanno sempre più imponendo quello che essi considerano come la legge islamica. Parte di questa dettato religioso è stato messo in pratica con la spada. Proprio la scorsa settimana, gli estremisti nella provincia meridionale di Kandahar decapitarono due bambini accusati di spionaggio a favore delle forze di sicurezza afgane. Il giorno seguente, i talebani lanciarono il più sanguinoso attacco con bombe, che non si è visto da più di un anno, al di fuori del palazzo della Corte Suprema nel cuore di Kabul, uccidendo almeno 17 civili e ferendone altri 39. Uno studio pubblicato dalla Bundeswehr, tedesca (esercito), alla fine di maggio testimonia quanto la situazione della sicurezza si sia talmente deteriorata al punto che il numero di attacchi contro i soldati e i civili sono incrementati di anno in anno, fino a toccare circa il 25 % nel 2012. Con le loro sorprese e con una potenza in espansione, i talebani hanno acquisito una maggiore consapevolezza della loro forza. In occasione dell’apertura della nuova sede a Doha, i loro rappresentanti hanno posto uno striscione recante la scritta “Ufficio Politico dell’Emirato islamico dell’Afghanistan“. Non è altro che lo stesso nome che il paese ebbe tra il 1996 e il 2001, quando i talebani detenevano il potere a Kabul. Giovedì, le pressioni degli Stati Uniti e di altre potenze li costrinsero a rinominare la loro sede in “Ufficio Politico dei talebani afghani” In questo modo i talebani si sono apertamente manifestati come se fossero un governo parallelo con il quale il presidente Karzai dovrebbe stipulare un accordo per la condivisione del potere. La loro mossa infiammò il presidente Karzai, il quale la giudicò un affronto alla sovranità del suo governo. Mercoledì scorso, egli ritirò la sua delegazione dai negoziati. Tuttavia, secondo l’Associated Press, Karzai è ora disposto a unirsi ai colloqui solo quando la bandiera e la targa dei talebani verranno rimosse dall’ufficio e a condizione che il governo degli Stati Uniti gli invii una lettera formale di sostegno per il suo governo. Giovedì, in un discorso tenuto dal ministro della Difesa tedesco Thomas de Maizière prima di lasciare l’Afghanistan, definì il banner dei talebani “inaccettabile” e, secondo il servizio di notizie AFP, esortò Kabul a non prendere in considerazione le provocazioni. I colloqui con il governo afghano presentano ancora controversie tra i vari gruppi di talebani. Gli avversari, che hanno costantemente rifiutato i negoziati con i rappresentanti di Karzai, vedono il Presidente come null’altro che un burattino del governo americano.

Giocare al rialzo

Il gruppo di Haqqani, in particolare, si è solo impegnato per un tiepido sostegno ai colloqui. Questo potente ramo dei talebani, che ha rivendicato la responsabilità per i molteplici attacchi in Afghanistan e in Pakistan, fa anche leva sul fatto che catturò un soldato americano. Gli estremisti detengono come prigioniero il sergente Bowe Bergdahl dal 2009. Qualora si tenessero i colloqui, al momento il gruppo di Haqqani stà minacciando le loro possibilità di successo. Chiedono che cinque prigionieri afghani siano liberati dalla prigione militare di Guantanamo in cambio di Bergdawl. Giovedì, un portavoce dei talebani in Qatar riferì al New York Times che lo scambio sarebbe un modo per “costruire ponti di fiducia” Tuttavia, il quotidiano ha anche osservato che i cinque membri talebani “sono considerati tra i militanti più anziani di Guantanamo e sarebbero altrimenti tra gli ultimi della schiera ad andarsene“. Sul lato dei talebani, gli sforzi verso il dialogo dovrebbero presumibilmente essere guidati dalla cosiddetta Quetta Shura. Tale organo, che opera principalmente dal Pakistan, è visto come la leadership politica del movimento talebano. Per quanto si sappia è ancora guidato dal mullah Mohammed Omar, lo stesso uomo che gli Stati Uniti e l’Alleanza del Nord afghana rimossero dal potere a Kabul nel 2001. E’ possibile che Omar potrebbe tornare al potere in breve tempo. I negoziati mirano a formare un nuovo governo afghano con i talebani come parte dell’esecutivo. In cambio di un riconoscimento ufficiale politico, Karzai e il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama domandano che i talebani professino fedeltà alla Costituzione afghana del 2004. Ma gli islamisti riconoscono esclusivamente un documento vecchio di 1.300 anni come loro costituzione: il Corano. Ciò, naturalmente, rende difficile una soluzione di compromesso. Il Pakistan avrà un ruolo decisivo nel determinare se i colloqui saranno fruttuosi o meno. Il governo e l’esercito di Islamabad, e in particolare il servizio ISI d’intelligence militare, continuano ad esercitare un maggiore grado di influenza sui talebani. Il Pakistan ha più volte dichiarato che i suoi “interessi legittimi in Afghanistan” devono continuare a essere protetti anche dopo che le truppe ISAF si ritireranno. In base a ciò, i colloqui di Doha porteranno solo a una svolta, qualora il potente vicino dell’Afghanistan sarà soddisfatto del suo esito.

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